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ebook

Rosa Pierno
Arte da camera
edizioni d'if
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Mosaici di equilibri, partiture di commedia, varianti che si ricreano in prose concentriche, liminari o dissonanti, dispiego di una prosa poetica che non sia da recepire come narrativa, ma esecuzione scenica, da cui, chissà, il titolo della raccolta, Arte da camera; così il poemetto in prosa di Rosa Pierno.
Spartiti a rivelare una descrizione che, sia sul piano morfologico, che sintattico - narrativo sorga, subito, spaesante. Spartiti, appunto, dove i protagonisti siano i due amanti - lui e/o lei - che si dislocano nell’ovvia presunzione del giuoco d’amore. La colpevole connivenza tra l’assito musicale che permea la struttura del poema in prosa - il dettaglio e la maniera, affinati nella scansione prosodica - , e la lascivia dell’erotica finzione, contribuiscono a farne una sorta di fuorviante tractatus, realizzando un compendio che la vicenda non riesce a declinare secondo i canoni del senso, pur nel rispetto di una morbosa sintassi dei corpi e delle movenze: corpi, o rappresentazioni di corpi, o, anche, macchine sceniche, nel loro coinvolgimento, come simulacri nel gran teatro, quasi a giustapporsi senza compenetrarsi, mentre si proietta (si proietta, appunto) la parola amore sul proscenio, in un parossismo di irreversibile scacco dinamico, nel finale del poemetto.
Dinamismo che diviene finzione, e, nuovamente, recede in realtà, funzionale ad un ciclico dispiego di inviti e cacce, esecuzione appunto, ma senza colpo ferire; la rappresentazione istrionica dell’amore che diviene spettacolo; isteria, che è la pagina stessa. Scriverne, appunto. Si desume che gli accadimenti del testo siano, poi, “il senso delle mutue corrispondenze fra campi semantici, liberati dal testo che li disambiguerebbe e chiusi invece in un universo logico, in cui i sensi finiscono con l’essere ciascuno a suo modo armonizzati e orchestrati”; Gabriele Frasca, Accordi a piene mani, in Verso l’inizio, percorsi della ricerca poetica oltre il novecento, Anterem edizioni, 2000.
La vicenda non evolve, quindi, secondo canoni consueti, nonostante sia scandita con perizia nelle dominanti musicali e nei lacerti descrittivi, appare anzi inevitabile lo stallo (ulteriore variabile scacchistico-bellica) dei corpi che si affrontano in spazi cangianti, con esasperante frenesia. Ma alla disputa, pure ordinata in una conturbante dispositio artificialis, corrisponde un’inattitudine alla conoscenza, nonostante le ripetute catture, anzi quanto più s’inclina la maniera nell’amplesso, quanto più il tractatus si dispiega in vertigini e descrizioni, in un respiro di fascinante lascivia, ma anche di dolente antinomia. La descrizione ortografica - orografica - dei dettami d’amore e le loro infrazioni, i lapsus, si confonde con gli eventi, mutando le fisionomie.
Attori in scena, dunque, congegni, ed infine, umanissimi; la sottrazione e lusinga degli attori appare orchestrata, volubile e, appunto per questo, disperante; organismi concertati nella scansione scenico-musicale; in Corpo tipografico, una delle partiture del testo, i corpi simulano un’erotica danza senza rassicuranti riferimenti o cardini. Anche il repertorio consueto, risulta avvolto da un strano sbalordimento, Pierno descrive minuziosamente ogni frammento di realtà a fornire un compendio di vividissima immaginazione; un’intesa, dove la rappresentazione (non la realizzazione) venga quindi ulteriormente filtrata attraverso un estenuante codice d’onor amoroso.
Nella veduta del lettore di questi “quadri meccanici” rimane l’ automatismo freudiano della ripetizione, nella ineluttabilità di situazioni e destini in diversi scenari, in un’ alterazione della realtà, che genera involontaria impotenza. Reiterato adveniens che diviene, quindi, tormentoso a causa dell’improvviso sfaldarsi dei consueti riferimenti - temporali, sintattici, morfologici -, in un presentimento di fatale e, forse, auspicabile oscenità.
Come se la frenesia dei due agonisti (tra loro identici, interscambiabili, omologhi) non sottendesse al disvelamento dei loro nomi, dei nomi che ossessivamente pervadono il proscenio a tentarne un’assimilazione, ma preludesse ad un’inevitabile, saliente, afasia.
Ermanno Guantini
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