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La grande occasione, in cui si può meglio conoscere l’obbedienza e la rassegnazione de’ Figliuoli verso de’ Genitori, è allora quando si tratta della elezione dello stato loro. Parecchie volte pur troppo accade, che da un Padre severo si violenti l’animo di una fanciulla; e in questo caso, quando ella è costretta a doverlo fare, anche a fronte della giustizia paterna, avrà sempre il merito della obbedienza. Rosaura, figlia obbediente, è posta fra due incostanze, che la rendono angustiata. Ella ama, e per obbedienza non dee amare; ella odia, e per obbedienza cambiar dee l’odio in amore. Colui che le viene offerto in isposo, non ha alcun pregio per farsi amare. La ricchezza, che è l’unico di lui bene, viene avvilita dalla grossolana maniera sua di trattare; e se Rosaura potesse di quella appagarsi, colla speranza di dover vivere a modo suo, non possederebbe quella virtù che la rende schiava della obbedienza; e se obbediente non fosse al Padre, porgerebbe la mano all’adorato suo Florindo. In ogni maniera ella non può certamente desiderarlo; ha da procurar di sottrarsi dalle odiate nozze; eppure non solo per rassegnazione trovasi disposta ad acconsentirvi, ma ricusa aderire ad un’amica ardita, che le offre i mezzi ed i consigli per iscuotere il giogo della soggezione e del filiale rispetto.
Questa bella virtù meritava di essere ricompensata, siccome avvenne a Rosaura, colle nozze del suo Florindo, alle quali può condiscendere per opera appunto di colui, che per una parola data dal Padre, era l’ostacolo doloroso de’ suoi amori...
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