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Hampstead, il quartiere della sinistra chic, ha case di mattoni rossi, stucchi bianchi, rampicanti verdi. La casa di Doris Lessing, a Hampstead, ha mattoni rossi, stucchi bianchi e fiori colorati in giardino. La porta è aperta, un cartello dice «wet», vernice fresca, e c’è una tazza d’acqua per il gatto, Yum Yum. Doris Lessing, la maggiore scrittrice inglese, candidata a un Nobel che tarda, aspetta in cima alla scala: «Venga, non si macchi sulla porta». Anche il soggiorno, con la televisione accesa su un vecchio film in bianco e nero, è da scrittore inglese. Una stanza descritta più volte: sculture africane, libri dappertutto, giornali malpiegati, tazze di tè dimenticate su tappeti sdruciti, i peli di Yum Yum sui cuscini. La signora Lessing si lascia cadere su un divano sfondato, basso come il pavimento, e siede a gambe larghe, aspettando la prima domanda. L’intervistatore preferisce, al divano profondo come un pozzo, una poltroncina secca.
Lessing non ama i giornalisti: «Quelli buoni sono pochi: viene uno, m’intervista, scrive, e il ritratto che esce è il ritratto suo». Sarà la noia: le hanno posto per decenni le stesse domande - il comunismo e il femminismo, le donne e gli uomini, l’Africa e l’impero, e un quesito permanente: i suoi romanzi sono autobiografici? Forse è stanca di domande così... «Ma io rispondo come se non le avessi mai sentite prima». Come dire: vediamo chi è capace d’inventare qualcosa. Azzardiamo la via frontale: le dà fastidio che la definiscano acida, altezzosa? «Ma io non sono acida. E poi, perché non dovrei esserlo? Sono molto vecchia, ho le mie opinioni ed esperienze». S’accorge d’essersi esposta, sorride: «No, non sono acida, nemmeno con i giornalisti che non hanno letto i miei libri»...
Alessio Altichieri sul Corsera
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