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Com'è noto, la dichiarata ostilità, anzi, il netto rifiuto della grande autrice inglese nei confronti della guerra si manifesta a più riprese nelle sue scritture.
Già in La camera di Giacobbe - scritto da Woolf nel 1922, dopo anni di faticosa ricerca della propria voce, e dedicato al diletto fratello Thoby, morto nel primo conflitto mondiale - già in questo lavoro è implicita una domanda drammatica quanto, ahimè, sempre più attuale: dove mai conduce una - questa - civiltà guerrafondaia?
Più tardi, nel romanzo che s'intitola La Signora Dalloway ('25), nella figura di Septimius Warren Smith - sorta di alter ego della luminosa Clarissa - prendono corpo le disperate allucinazioni dei reduci - involontaria preda delle forze del caos e della follia, mentre nel successivo Una stanza tutta per sé ('29) gli strali di Virginia si appuntano sia contro i fautori della guerra2 sia contro gli artefici e sostenitori del patriarcato - il quale, si sa, della pratica bellica è il primo responsabile: «Certo, loro avevano il denaro e il potere, ma solo a costo di ospitare in petto un'aquila, un avvoltoio, che rode eternamente fegato e polmoni: l'istinto del possesso, il furore dell'acquisizione, che li spinge perpetuamente a desiderare le terre e i beni degli altri; a creare frontiere e bandiere, corazzate e gas velenoso; a offrire le loro vite e quelle dei loro figli. Passate sotto l'Arco dell'Ammiragliato […] o qualunque altro viale dedicato a trofei e cannoni, e riflettete sul genere di gloria che vi è celebrata»... [Letizia Lanza su Pseudolo]
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