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Qualche giorno fa girando per blog ho trovato in un post di B. Georg, peraltro come sempre bello e stimolante, una cosa che mi ha fatto letteralmente balzare sulla sedia e accapponare la pelle. Era citato il consiglio di uno scrittore riportato su un altro blog, anch'esso interessante, Licenziamento del poeta, il cui fulcro è:
Esci e cerca una storia. Una che non ti piaccia, che non t'interessi, che non ti dica niente, che non abbia nulla a che vedere con te, che non ti faccia venire in mente altro che il vuoto. Prova a raccontare quella storia, e a renderla interessante, e darle un significato attraverso la scrittura e solo attraverso la scrittura.
Premesso che la letteratura è il regno delle eccezioni, e in linea di principio il genio può creare un capolavoro seguendo praticamente qualsiasi regola o ricetta (ma si tratta appunto di eccezioni), questo non solo non è un buon consiglio, è il peggiore dei consigli che si possa dare a un aspirante scrittore di narrativa. E' come suggerire a uno che voglia correre i cento metri di mettersi in spalla uno zaino con dentro cinquanta chili di pietre, di legarsi insieme i lacci delle scarpe e visto che c'è di darsi pure qualche martellata sulle rotule. Magari Superman i cento metri li vincerebbe lo stesso, ma noialtri comuni mortali no di certo.
Cosa fa infatti, essenzialmente, un romanzo? Racconta una storia. E' costretto ad ammetterlo perfino E.M. Forster in Aspetti del romanzo, nonostante non ne sia affatto felice: "Il romanzo racconta una storia. Questo è l'aspetto fondamentale, senza di cui il romanzo non potrebbe esistere. E' il massimo elemento comune a tutti i romanzi, e per parte mia preferirei che non lo fosse, che quell'elemento comune potesse essere un altro; la melodia, l'intuizione della verità..." Storia che, all'interno del testo, si concretizza in un intreccio, una trama. E come spiega benissimo Peter Brooks nel suo splendido saggio Trame. Intenzionalità e progetto nel discorso narrativo, la trama "costituisce il disegno segreto e la vera intenzione di ogni progetto letterario; è quel che dà forma al racconto e gli conferisce una certa spinta propulsiva, dirigendolo verso un possibile significato"; essa è "il prodotto del nostro rifiuto di permettere al tempo di scorrere senza che assuma un qualche significato, e della nostra ostinata insistenza a ricavare un senso dalla nostra vita e dal mondo che ci circonda".
E' anche seguendo il genere di consigli di cui sopra che si producono i romanzi di cui parla Palomar in questo suo post su Pordenonelegge, è la diffusione tra tanti nostri scrittori di questa concezione della letteratura e del romanzo, che svalorizza costantemente la storia, la trama, a favore della scrittura, lo stile, la forma, uno dei fattori che determina la complessiva inferiorità della narrativa italiana nei confronti di quella anglosassone, è l'aver dimenticato questa semplice verità, che un romanzo, prima di ogni altra cosa, deve raccontare una storia, possibilmente in grado di avvincere e appassionare il lettore (verità di cui non hanno mai smesso di fare tesoro, per esempio, il cinema e la letteratura di genere), uno dei motivi per cui certa letteratura "d'autore" fatica sempre di più a trovare ascolto.
E allora secondo me il consiglio di quel "cattivo maestro" dovrebbe essere modificato come segue:
Esci e cerca una storia. Una bella storia, che valga la pena di essere raccontata, ricca di vita e di significato, capace di coinvolgere i lettori, di suscitare in loro emozioni e sensazioni e riflessioni, di qualsiasi genere siano. E prova a narrarla al meglio delle tue capacità.
[Da Marsilio Black]
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