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RaiLibro ha messo online un paio di settimane fa un interessante speciale intitolato A cosa serve la letteratura?, ispirato a un convegno tenutosi a febbraio a Reggio Calabria il quale a sua volta si rifaceva a un saggio con lo stesso titolo pubblicato l'anno scorso da Antonio Spadaro (il suo intervento è qui). Io ho trovato particolarmente stimolante l'intervista al critico letterario Alessandro Zaccuri, che postula la necessità di un "ritorno all'Ottocento" , ovvero alle grandi storie e a una dimensione "epica" della letteratura, di cui già si coglierebbero alcuni segni e che mi trova completamente d'accordo.
Eccone un paio di estratti:
"Io credo che l'Italia sia stata una meravigliosa macchina di costruzione di storie, anche soltanto nel novecento, ma credo che noi veniamo da una lunga stagione in cui lo scrittore si è abituato all'idea di raccontare un piccolo mondo e, nel momento in cui si trova a raccontare un mondo più vasto, si ritrova a corto degli strumenti necessari. Non è che le storie non ci siano. Si fa fatica a recuperare gli strumenti di una narrazione vasta, complessa e articolata che non appartiene strettamente alla tradizione italiana degli ultimi anni."
"L'ottocento ha dato dei grandi strumenti interpretativi, delle grandi categorie che non sono ancora superate; ha dato la capacità di raccontare la realtà in presa diretta, quella che troviamo, ad esempio, in autori popolari come Jules Verne e Emilio Salgari, quella presa diretta che forse difetta negli autori di oggi che faticano a raccontare delle storie."
Su temi analoghi, segnalo anche Vertigini da Fiction. A proposito della recente letteratura italiana, un altro articolo di Antonio Spadaro, pubblicato sulla rivista La civiltà cattolica, che ripercorre l'ampio e acceso dibattito sullo stato della letteratura italiana di oggi e la sua funzione scatenato, tra media tradizionali, siti e blog, da un articolo di Mauro Covacich sull'Espresso (io me n'ero occupato qui). E' un testo pieno di spunti, che ha tra l'altro il merito di riconoscere come la rete stia diventando un luogo fondamentale del dibattito culturale e letterario. Ne cito due passi:
"Questa è la vera morte del romanzo: la riduzione a ideologia o a esperimento linguistico. Occorre invece recuperare i fatti, le cose, i personaggi, uscendo dagli incubi geniali ma tristi o dai giochi intelligenti ma narcisistici di alcuni scrittori di oggi. E' necessario, in una parola, 'inventare' la realtà, cioè ricreare il mondo in termini di scrittura. Ma per far ciò occorre partire proprio dal reale."
"La letteratura italiana dunque è viva, ma a volte corre il rischio di generare sempre meno 'romanzo' o 'racconto', di essere dunque sempre meno 'narrativa'. Ecco dunque il bivio davanti al quale essa si trova: o scegliere di confrontarsi con l'esistenza, con 'fatti' e 'personaggi', mettendo a nudo l'orrore e la grazia della vita, la banalità e l'assoluto; oppure scegliere l'idea, il gioco degli specchi, la narcisistica arguzia mentale delle forme e del pensiero. Tra queste due vie ne esistono molte intermedie e feconde, ma, al di là di ogni altro giudizio, è bene averlo chiaro: la prima conduce al romanzo, la seconda no."
[Da Marsilio Black]
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