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Guarda chi si rivede, la sperimentazione

Giulia Niccolai, su l'Unità: Sono stati annientati del tutto la ricerca e il concetto di laboratorio di scrittura? Nella tecnica e nello stile di due romanzi brevi della d'if, il segno di una possibile ripresa...

È indispensabile un ben determinato terreno di coltura – storico, sociale ed economico – perché si possa verificare nell’arte il fenomeno dell’«avanguardia», che rappresenta un’insoddisfazione e una ribellione nei confronti dello status quo degli stili dell’espressione, e ne propone sempre di nuovi e rivoluzionari, più consoni a esporre un’evoluzione in atto nel modo di percepire, riferire e rappresentare pensieri, stati d’animo e considerazioni. A questo proposito, si pensi ad esempio alle avanguardie storiche dell’inizio del Novecento, o alla neoavanguardia dei primi anni Sessanta. In entrambi i casi l’avanguardia vera e propria è di breve durata ma lascia un segno definitivo e indelebile. Ben presto fanno capolino gli epigoni, svuotandone dall’interno la forza trasgressiva e innovativa, banalizzando l’avanguardia stessa, rendendola noiosa e ripetitiva, certo, ma al contempo dimostrando che la sua lezione è stata accolta e assimilata da molti. «"Avanguardia" è stare seduti su un sedile scomodo e aspettare gli altri», così, con magistrale ironia, Max Jacob avrebbe riassunto il fenomeno all’inizio del secolo scorso.
Chi, come nel mio caso, ha avuto la fortuna di vivere l’atmosfera aggregante, entusiasmante e liberatoria della neo-avanguardia degli anni Sessanta, resta in attesa di un pur flebile segnale che possa indicare la ripresa della sperimentazione poetica e letteraria, soprattutto in un momento come questo, nel quale i massmedia, la tecnologia e la necessità degli editori di produrre solo best seller a grande tiratura, sembrano aver annientato del tutto la ricerca e il concetto di «laboratorio di scrittura».
Un segno di possibile ripresa in questo senso mi giunge dalle Edizioni d’lf di Napoli («If» come il nome del castello del Conte di Montecristo di Dumas), con i primi due titoli di una nuova collana «indirizzata ai giovani (ma non solo) con proposte "eccentriche" per stile e plot, a firma di scrittori o – anche – di poeti in vena di misurarsi con la prosa»: Centimetri due di Milli Graffi (pag. 94, € 10,00), e Quattro giorni a marzo di Silvia Bortoli (pag. 119, € 10,00), due romanzi brevi che «hanno come griffe la coniugazione di una grammatica dei sentimenti, che eviti sia le derive tardo-romantiche che quelle massmediali, grazie alla forza dello stile» (come si legge nei risvolti).
Ai miei tempi (mi riferisco sempre agli anni Sessanta), si desiderava fortemente essere letti dai giovani, che però non si sapeva come contattare. Avevamo la convinzione che essi sarebbero stati più aperti e più disposti a comprendere le ragioni e il senso della nostra sperimentazione; ancora privi di preconcetti e di pigrizie mentali, i giovani non ci avrebbero letto per passatempo o per un piacere «consolatorio», avrebbero invece potuto apprezzare le nostre scelte stilistiche non convenzionali mirate ad aderire, più che in passato, ai meccanismi della scrittura, rendendo così il lettore più consapevole – e in un certo senso partecipe – della struttura del testo stesso.
Detto questo, non posso che interpretare la precisazione dell’editore che questi libri sono «indirizzati ai giovani (ma non solo)» per le stesse ragioni che ho appena elencato, con in più, ora, una ben di-versa possibilità di contattarli tramite Internet. Comunque, più che per il plot (la trama), la vera novità di questi due romanzi brevi mi pare vada ricercata nella tecnica e nello stile della scrittura.
In Centimetri due,Milli Graffi persegue l’intento di ridurre a «due centimetri» la distanza tra il parlare e il sentire. La giovane donna che ne è il personaggio principale (ma si potrebbe anche dire l’unico personaggio), tramite un flusso di coscienza, un «multiciarliero» io narrante, considera esistenti, reali, solo le sensazioni, o al più le immagini di una Milano amata nella quale si muove con sensuale piacere, soffermandosi su certi dettagli con un umorismo e una precisione brillanti che (come nel brano che riporto), riescono a trasformare la semplice apertura delle porte di un tram, in un’avventura unica e irripetibile: «Le porte del tram come quelle dell’autobus hanno una lunga esitazione prima di cominciare ad aprirsi sono percorse da una previbrazione meccanica sanno che tu aspetti che si aprano e ti comunicano tutta la loro empatica partecipazione al desiderio che finalmente si aprano.
Le porte del tram si spalancano in dentro ti vengono incontro te le senti nel mezzo del petto e l’esitazione degli stantuffi si biologizza.
Le porte del tram non si aprono con la semplice austerità di uno scatto sulla piazza che attende.
Le porte del tram ti vengono a prendere dal fondo fondo delle viscere e ti estraggono oggetto acquatico e ti depositano sull’asfalto cotto del sole».
Gli spostamenti della giovane donna nella città hanno lo scopo di farle raggiungere i luoghi degli appuntamenti con due diversi uomini, e proprio la precisione dei dettagli dei vari tragitti contrasta in maniera allegorica con il racconto dei momenti trascorsi insieme all’uno o all’altro, nei quali prevalgono il disagio e l’imbarazzo delle incertezze, la sensazione di non riuscire mai ad essere se stessi, condizionati, come si è, dalle emozioni contrastanti del desiderio e dell’inesperienza, dalla man-canza di punti di riferimento validi quando si tratta di fare la scelta definitiva del compagno della propria vita.
In questo senso Centimetri due può essere considerate un Bildungsroman (un romanzo di formazione) ed essere particolarmente adatto ai giovani. Ma al medesimo tempo, essendo stato scritto da un’autrice matura, il testo è raccontato sul doppio registro del tempo passato e presente, nel quale ci troviamo identificati tutti: giovani e non più giovani.
Anche il personaggio principale di Quattro giorni a marzo di Silvia Bortoli è una giovane donna e il testo consiste di otto lunghe telefonate fatte dalla protagonista alla madre, più una sua lettera finale.
Di questo dialogo serrato e drammatico, non vengono mai riportate le frasi della madre che però si indovinano sempre dalle risposte e dalle osservazioni della figlia, e direi che proprio questo accorgi-mento, assieme al ritmo perfetto del «parlato» – ora breve, ora interrotto dalla voce che non si sente, ora lungo perché descrittivo o esplicativo – rappresentano la novità stilistica e la grande maestria della scrittura di Silvia Bortoli.
Un fratello della protagonista è morto (forse per infarto) alla Ca’ Rossa, piccolo villaggio di contadini e pescatori sull’Adriatico, dove la famiglia era solita trascorrere le vacanze estive quando i ragazzi erano piccoli. La madre, che non riesce a capacitarsi della morte inesplicabile di questo figlio, Giovanni, impone alla figlia di recarsi alla Ca’ Rossa per investigare sulla tragedia, anche perché, man mano che il tempo passa, i suoi sospetti irrazionali nei confronti di una vecchia amica, Maria e di suo nipote Giacomo (che vivono stabilmente alla Ca Rossa), si ingigantiscono tanto da divenire ossessivi.
Dunque e da lì, dove la figlia si è recata controvoglia (consapevole del turbamento mentale della madre, e solo per aiutarla a trovare un po’ di pace), che la protagonista telefona alla madre.
In realtà, questo sfondo «giallo» e tragico della vicenda è un accorgimento stilistico magistrale, che serve a innescare nella figlia una sempre più appassionata ricerca di verità. Si sfaldano progressivamente le maschere familiari innalzate dall’educazione e dalle convenzioni sociali, da una rete invischiante di non detto, di mistificazioni, ipocrisie e ricatti affettivi, in una scrittura sempre più liberatoria e lucida, che non diventa mai egocentrica o crudele.

Centimetri due
di MilliGraffi

Quattro giorni a marzo
di Silvia Bortoli
Edizioni d’lf, euro 10,00

# Pubblicato da romanzieri in editori ~ 13.02.04 12:09 permalink aggiungi un commento