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Mi sembra interessante questa poesia di Mandel'stam dedicata al montanaro del Cremlino, il baffuto Stalin. Mandel'stam la scrisse poco prima di essere spedito in vacanza in Siberia ("marcire" mi sembrava improprio data la ben nota rigidezza del clima, ma sarebbe stato più consono al fatto che il poeta non tornò da quel soggiorno). Volendo sostituire a "montanaro del Cremlino" qualcosa tipo "muratore di A.....e" (puntini a salvaguardia del mio status sociale, si sa mai), se ne otterrà un effetto sorprendente.
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Viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese,
a dieci passi le nostre voci sono già bell'e sperse,
e dovunque ci sia spazio per una conversazioncina
eccoli ad evocarti il montanaro del Cremlino.
Le sue tozze dita come vermi sono grasse
e sono esatte le sue parole come i pesi d'un ginnasta.
Se la ridono i suoi occhiacci da blatta
e i suoi gambali scoccano neri lampi.
Ha intorno una marmaglia di gerarchi dal collo sottile:
i servigi di mezzi uomini lo mandano in visibilio.
Chi zirla, chi miagola, chi fa il piagnucolone;
lui, lui solo, mazzapicchia e rifila spintoni.
Come ferri di cavallo, decreti su decreti egli appioppa:
all'inguine, in fronte, a un sopracciglio, in un occhio.
Ogni esecuzione, con lui, è una lieta
cuccagna ed un ampio torace di osseta.
Novembre 1933, Osip Mandel'stam, Cinquanta poesie - Einaudi
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