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Sul "taccuino" di Roberto Ferrucci è riportato un articolo interessantissimo di Mauro Covacich in uscita sull'Espresso sul rapporto tra la letteratura italiana e il mondo, l'attualità - anche se vi consiglio di comprare il settimanale per leggerlo perché decifrare la versione scannerizzata da Ferrucci mi è costato almeno un paio di diottrie. Il pezzo è per me di particolare interesse soprattutto alla luce di una polemica che ho avuto qualche mese fa con Tiziano Scarpa (vedi: [1] [2]) sui 'limiti' di molta narrativa nostrana d'autore, anche se lì era questione più del come narrare che del cosa (ma secondo me sono due facce dello stesso problema). In estrema sintesi, Scarpa lamentava una presunta sottovalutazione degli Autori italiani con la a maiuscola in favore di quelli angloamericani (e di genere), prendendosela con editori, librai, critici, e quando io, rifacendomi a un fondamentale intervento di Paco Ignacio Taibo II, gli ho obiettato che forse, prima di incolpare altri, gli scrittori avrebbero dovuto cominciare a interrogarsi sulle loro responsabilità, si è assai risentito.
Ecco, mi sembra che in questo pezzo Covacich inizi a fare proprio ciò e si ponga, con onestà, serietà e coraggio, un interrogativo molto simile a quello che, da scrittore, Taibo riteneva ineludibile per comprendere l'attuale crisi della letteratura nel rapporto coi lettori:
Qual è stato il momento in cui il romanzo è diventato un esperimento di linguaggio e ha perduto la sua natura di arte maggiore, di arte del narrare? In che momento abbiamo cominciato a pensare che il fine dell'esperimento non era la narrazione, ma l'esperimento stesso?
Si chiede infatti Covacich nell'articolo:
Perché non riusciamo a prendere il mondo per le corna? Perché non riusciamo a raccontare storie in grado di spremere la vita, di metterla sotto torchio?
E in questo non riuscire individua un elemento di oggettiva inferiorità della narrativa italiana rispetto a quella di autori come Foster Wallace, Palahniuk, DeLillo e altri.
Dal mio punto di vista c'è solo un neo nel bel pezzo di Covacich. A un certo punto, un po' di sfuggita e proprio per questo ancora più fastidiosamente, ricade anche lui nello snobismo dell'autore 'vero' verso la narrativa di genere e scrive: "Non sto parlando di scrittori che fanno un passo indietro e dicono io scrivo noir, faccio letteratura di genere..." Be', perbacco, ma se c'è qualcuno che non arretra di un millimetro rispetto alla realtà, al presente e ai suoi problemi, anzi, sono proprio gli autori giallo-noir (che di limiti ne hanno anche loro, intendiamoci, ma questo molto meno di altri). Nell'ultimo Camilleri si parla della Bossi-Fini e dei fatti di Genova, e del G8 si sono occupati nei loro romanzi anche Dazieri, Tassinari e altri (quanti autori di cosiddetta letteratura alta hanno ritenuto di dover accennare nei loro libri a uno dei più gravi e drammatici episodi della storia italiana recente?); i libri di Massimo Carlotto sono anche vere e proprie inchieste sui mali della nostra società; De Cataldo, ma anche Genna, indagano sugli snodi più oscuri delle vicende nazionali di ieri e di oggi. Dov'è questo "passo indietro"? Perché io proprio non lo vedo.
[Da Marsilio Black]
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