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Quello che potrebbe o dovrebbe essere un saggio riposa, in realtà, su una serie di affermazioni abbastanza schematiche, che, isolate, formerebbero un manifesto o una tavola di degnità. Il frammentismo, che per Emanuele Severino è in rapporto diretto con la superspecializzazione del mondo della téchne, può essere letto in un altro modo, forse: “essere folli per essere chiari”, secondo un principio di Pasolini, cioè riprodursi (scrivendo, ecc.) come ci si vede. A questa necessità della follia non sarà estraneo il gusto della provocazione, da parte di chi non ha nulla da difendere. Quelli che seguono sono, ancora una volta, i punti di qualcosa che vorrebbe essere prestato il più possibile all’oralità e allo scambio.
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Parlando di avanguardia nel 2003 non si può fare a meno di pensare, con grande rispetto, ai 40 anni del Gruppo 63. I suoi meriti sono effettivamente molti: non solo per il ‘ringiovanimento’ culturale, il mito della gita a Chiasso, ecc., ma proprio per i suoi testi migliori.
È chiaro che un gruppo che si autogestisce e autopromuove come gruppo deve riconoscersi più per l’esclusione che per l’inclusione: quindi Pasolini non è avanguardia, anche se parte delle poesie – assolutamente d’avanguardia – di Trasumanar e organizzar saranno scritte pochissimi anni dopo, e pubblicate nel 1971; Amelia Rosselli fiancheggia il gruppo 63 con – si può dire – una reciproca diffidenza e una vera stima, che continuerà, forse con il solo Porta. L’impressione, personalissima, è che le assenze e le diffidenze derivassero non da una polarizzazione tra normalità e rinnovamento, ma dal rifiuto della sensibilità e di un’eccellenza che, nell’understatement di Rosselli, rimaneva eccellenza.
Non è un caso che il dialogo di Rosselli avvenga con Porta, oltre che con Pasolini. Per il fatto semplicissimo che si tratta di poeti per i quali il privato (e l’amore, non esclusivamente il sesso e la sua contemplazione) è voluto come universale e diventa pubblico. La nostra generazione potrebbe dire, invece: il privato è privato, il pubblico è pubblico. Il che è eticamente valido, a patto di possedere strumenti interiori, religiosi o politico-filosofici, per giustificarsi continuamente di fronte a se stessi e al mondo; se si “rima stoltamente” – in termini danteschi –, se si è eticamente superficiali, la specializzazione del pubblico come pubblico e del privato come privato provoca, come minimo, la sterilità e l’irrigidimento in divise e bandiere che non sono migliori delle ‘ideologie’ e dei ‘totalitarismi’ di prima). Guai a trasformare il proprio io in un portatore di totalitarismo ‘minore’, vivendo e scrivendo.
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È opinione di Sanguineti che nel Novecento esista solo l’avanguardia, la cui tecnica fondamentale è il montaggio (cioè il criterio fondamentale del cinema, e un principio su cui Pasolini ragiona diffusamente, e in modo definitivo per la sistemazione di una poetica, in Empirismo eretico; basti questo per dire come gli schemi non sono mai così assoluti: esistono, anzi, in funzione della loro stessa precarietà). Solo l’avanguardia: il resto non conta, esattamente come non conta l’infanzia nel mondo degli adulti o la vecchiaia nel mondo dei giovani. Se l’avanguardia, da parte di un suo rappresentante, ha l’atteggiamento del giovane sulla difensiva, è il segno che il lavoro continua nel segno dell’esclusione.
La ferocia linguistica e inventiva del primo Sanguineti raggiungeva una potenza extra-ordinaria. Questi testi rimangono come punto di riferimento: ma è ovvio che non sono l’unico punto di riferimento possibile. Non solo: quella ferocia non derivava solo dalle “qualità dei tempi” dell’incipit di Laborintus, ma da una cultura che poteva spingersi nel montaggio perché ne conosceva i materiali in modo non dilettantistico. Se ora Sanguineti nega qualsiasi valore alla poesia dei giovani (e ammette con riserva solo alcuni narratori) è anche come reazione a un ipotetico dilettantismo. Ma è un segno di generalizzazione ultraideologica non pensare che, in qualunque momento, qualcuno potrà fare il salto di Guido, “leggerissimo”, oltre il sepolcro: oltre la casa comune dei morti. Proprio perché i ‘giovani’, di per sé, non esistono, se non anagraficamente.
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Che cosa unisce molti coetanei diversi per cultura, modo di agire, ecc.? Esattamente il fatto di essere coetanei: cioè una tautologia che è la parodia del Sum qui sum dell’Esodo. È urgente ripensare il tema della generazione, prima che questa specializzazione (che prescinde da valori testuali stretti) diventi dogmatica: considerando che non esistono strade superiori per l’ascolto, e che il pubblico di Sanguineti – in senso commerciale: quello che materialmente acquista i libri di Sanguineti – è grosso modo anche quello che segue (acquista) i libri di Luzi.
Non è sull’irrigidimento che si fonda l’elezione di un pubblico. Chi ha fatto l’esperienza dell’insegnamento della poesia ai bambini sa a quali risultati, anche alti, e umanamente appaganti, si possa arrivare: sempre con nostra meraviglia e spezzando il dogma delle età, modificando solo il nostro linguaggio di insegnanti appena più adulti dei nostri allievi.
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