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Il mio percorso con gli alunni della Scuola Media Statale Centurione di Genova ha avuto due facce: quella didattica (insegnare la poesia) e quella creativa (ricavare dagli incontri il materiale per un libro, poi pubblicato). Di conseguenza il mio intervento oscillerà sempre tra la professione e l’invenzione; tra il ‘libro’ orale composto in ogni lezione e il libro scritto, il cui titolo corrisponde a quello del convegno di oggi: L’esperienza. Non si tratta solo di una scelta pro domo mea: in realtà non vedo più molte differenze tra il lavoro creativo e quello scientifico, se in entrambi si lavora contro il metodo (a condizione di aver acquisito un metodo sicuro, da abbandonare al momento giusto; forse si diventa adulti quando si capisce il momento di questo abbandono).
L’esperienza, pubblicata quest’anno, è (è stata) l’unione di un lavoro personale ad un lavoro di gruppo. Durante gli incontri (non lezioni) proponevo la lettura di testi, o mi veniva proposta la lettura ad alta voce di testi già studiati (i bambini sono molto interessati dalle letture forti; e quella di Benigni sul Paradiso di Dante fu, per molti, emozionante: il giorno dopo mi fu chiesto di leggere allo stesso modo lo stesso testo di Benigni...). Ma soprattutto stimolavo ragazzi e ragazze a parlare delle forme di rapporto che conoscono (i genitori, gli amici, gli animali domestici) e delle impressioni, anche tecniche e non solo ‘spirituali’, suscitate dalle poesie. Nel libro ho quindi raccolto voci. Più voci: quella degli allievi, di alcuni docenti, di artisti, e la mia. È un libro a cui tengo molto (anche se me ne spaventa, a volte, l’impossibilità di collocarlo in un genere: saggio, creazione, documento e tentativo), proprio per l’importanza che vi assume l’idea del rapporto, anche come confronto tra individualità e coralità. Vorrei, sogno, che potesse arrivare ad una destinazione pubblica e orale; l’unica che, per ora, mi interessi, per ragioni che non capisco del tutto.
All’inizio c’è stato un progetto didattico, realizzato con i docenti e tra gli studenti della scuola: parlare di poesia – e dovendo parlare di poesia, ho coinvolto la poesia che scrivo io stesso – in modo tecnico (rima – ma più che la rima il suono –, ritmo – ma più che il ritmo il respiro –, immagini, velocità della dizione) sia emozionale (perché quei testi, per esperire quali possibilità, dicendo quali cose: la casa-bambina sopra il porto, gli occhi di F. in cima alla scala, la schiena di A. in piazza, la tensione ad una paternità o ad una “nuova famiglia” che non c’è e non si vede, la situazione di e con Genova, “nome barbaro”, nella quale la timidezza “individua una zona”). Insegnare poesia è impossibile: ma si insegna una tecnica di lettura e un’attenzione ‘poetica’ – l’espressione è tanto ingenua (e sincera) quanto imperfetta – alle cose (dunque sintetizzata nella frase, un po’ provocatoria: “Non siete obbligati ad amare Montale”).
Crescendo di numero, le lezioni sono servite ad accumulare le frasi degli studenti e di alcuni docenti su temi fondamentali (la poesia stessa, l’amicizia, gli animali, la persona, i rapporti, il padre e la madre). Poi a queste parole si sono aggiunti gli interventi – scritti, orali, oppure vecchi e memorizzati dal curatore – di amici adulti (Mariella Bettarini, Marco Giovenale, Alessandra Greco, Francesca Negro, Marzio Pieri, Paola Zallio…), mescolati a qualche auctoritas poetica (Campana, Rosselli, Ungaretti…) avvertita per istinto. Il risultato è un libro che non è “né un réportage né un insieme di riflessioni di giovanissimi obbligati a parlare di sé come gli adulti si aspettano che parlino; e quindi una riformulazione – e anche una narrazione delle cose avvenute – che non tradisce la serietà degli interventi. Nell’intimità del coordinatore la stessa riformulazione è stata un dono del confronto: come, ad esempio, l’attenzione all’amicizia, e la necessità di rendere sacro ogni rapporto (a partire, per forza di cose, da quello con l’intimità personale, e poi con i più piccoli)”.
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