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Sull’onda della lettura dei Canti Orfici ho rivisto un film dell’anno scorso che è la storia dell’incontro appassionato tra Dino Campana e Sibilla Aleramo e che è costruito cronologicamente in base al carteggio tra i due: Un viaggio chiamato amore di Michele Placido.
La narrazione procede su binari paralleli intrecciando la non facile gioventù della Aleramo, vissuta attraverso la follia materna e l'inappagante rapporto con il marito, con la sua attuale passione travolgente per Campana. Una storia d'amore talmente intensa e pervasa dal fuoco della pazzia e della poesia, che si brucerà lasciando i due svuotati.
Campana sarà poi internato, fino alla morte, nel manicomio di Imola e Sibilla Aleramo intratterrà con lui soltanto un rapporto epistolare.
L’avventura poetica di Dino Campana è l’avventura di un irregolare, di un disadatto alle relazioni umane, di un vagabondo che parte continuamente come se l’andare fosse la pace di un’insostenibile irrequietezza, e che scrive come da dentro a un sogno.
La sua scrittura è intrisa degli elementi visionari della notte, del canto, del presagio, del viaggio iniziatico e di purificazione, così cari ai simbolisti. I suoi frammenti si snodano con la struttura e il nitore di un dipinto: piccoli scorci di vicoli lussuriosi, ponti, canali, cieli di stelle mute da interrogare, archi, le “forme scultoree della bellezza”, i fruscii. E ancora, in affinità con la pittura, Campana fa un uso straordinario dei colori che, quasi privati del loro valore descrittivo, accendono i versi di bagliori oro e rosso sangue e poi di bianco, di azzurro, di “verde bizantino” trasognato, di allusione, di simbolo. Come nei sogni.
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