Salvezza di Dante, in Dante

(10-05-2010 - Massimo Sannelli in news.)

Parlo in prima persona, come all’interno di un diario: come se parlassi di cose che mi riguardano. In realtà mi riguardano, e non solo nella veste – o nella condizione – di dantologo [a modo mio, sempre]. Parlo semplicemente, non ho nulla da difendere, e dico, per esempio: io non credo ad un Dante popolare [i versi sui lettori in piccioletta barca, che devono tornare indietro, sono uno scoglio, rispetto ai doveri democratici]; quindi non credo ad un Dante preoccupato della salvezza dei contemporanei. O meglio: se Dante si pone il problema della salvezza dei contemporanei, il problema è posto perché quel mondo, quella umile Italia e quella Fiorenza lo interessano; e lo interessano perché la grandezza ha bisogno di humus, come il buon seme gettato in buona terra. Oppure si devia dall’obbligo: iniziano la selva oscura, il delirio religioso e politico dell’Europa (per cui il buon fedele e il buon servo di partito si sviano), la degenerazione filosofica del poeta eletto; il peccato sessuale (perché SELVA è sempre l’anagramma del VASEL erotico: la nave della gita poetica e il sesso delle donne).
Lo smarrito non ama essere smarrito. Lo smarrito è un privilegiato dalla nascita, e la sua vita nova, in nome della Beatrice, è iniziata prestissimo. Se di salvezza si tratta, è una salvezza personale, in primo luogo; ma tutto è in tutto, e Dante è e ha un corpo, come tutti: in questo senso Dante conosce una salvezza che può essere anche mia e tua. Ma solo in questo senso: perché nulla rende Dante un mio e un tuo fratello. Ora il nostro non-fratello è anche un autore giudicante, soprattutto per e contro le anime famose, da Ulisse a Federico II: per Dante ogni nome è il nome di un uomo celebre, e anche questo è un segno di spettacolo o di enfasi.
Il fatto è che la Comedìa è anche un’invenzione, evidentemente. Eppure su questa invenzione Dante può permettersi di giurare, come nel canto di Gerione: lettore, io ti giuro sulle note di questa Comedìa, ecc. Com’è possibile? Dante ha bisogno di giurare sul suo testo – cioè su se stesso? E’ quasi la domanda di Nietzsche in margine alla Nascita della tragedia: come? i Greci ebbero bisogno della tragedia? Proprio i Greci. E perché no? Ne ebbero bisogno, visto che la tragedia esiste e vegeta ancora. Così Dante ebbe bisogno della commedia; o meglio: ebbe bisogno di un supergenere chiamato con il nome di un genere già esistente e collaudato: la Comedìa, la grande supercommedia, la commedia di tutte le commedie. E su questa commedia si giura, come se fosse verità: come se un evangelista giurasse sul proprio Vangelo.
Ma Dante non ha mai visto i centauri e Gerione, e non è mai stato in compagnia di Virgilio. In realtà, il problema della salvezza IN Dante è solo il tema orgoglioso della salvezza DI Dante, anche come autore. E’ chiaro: la Comedìa è una fiction inattaccabile, e dove esagera nel giudizio può sempre trincerarsi dietro la categoria dell’invenzione. E poi, e non è un punto minore: Dante voleva salvare e isolare la lingua prematura, il volgare; voleva toglierlo ai primi amici e ai predecessori grossi. E a noi che importa? I problemi di Dante sono sempre i problemi di Dante: di nostro, in questo delirio, c’è il fatto che l’opera funziona solo se siamo disposti a sospendere il giudizio su chi giudica. Funziona se la leggiamo come se fosse il quinto Vangelo e la millesima favola: funziona se la decifriamo come si decifra un sogno, carico di molto vero e di molto falso. E forse, allora, si scatenerebbero alcuni effetti psicologici – o magici, ma è la stessa cosa – di cui non siamo consapevoli. E’ chiaro che il Medioevo non finisce, perché l’uomo stesso è un Medioevo: in fondo, il 2010 è pur sempre un anno in cui Alejandro Jodorowsky (dico un nome, uno dei nomi possibili) vive, vegeta, legge i tarocchi, scrive e insegna e cura, a modo suo. Ecco, l’attenzione dovrebbe andare ad un particolare: che il testo curi, benché sia un testo che glorifica l’autore, in primo luogo. Quanto a noi, non amiamo sentirci dire che siamo anime in piccioletta barca. Allora si diventa buoni interpreti del sogno – autoriale e autoritario, nello stesso tempo – di un altro.

[di massimo sannelli - scritto per il convegno di Fonte Avellana, maggio 2010, a cura di Alessandro Ramberti e Fara editore]

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