Luigi Gualdo, La canzone di Weber

(05-12-2009 - romanzieri in news.)

I

Era una vecchia casa che certo poteva contare un paio di secoli; grande, bruna, uniforme, coperta qua e là del verde severo dell’edera. Stava su di una piccola altura e vi si arri­vava per un lungo viale, tetro ed aristocratico, fiancheggiato d’ambe le parti da piante secolari. In fondo vedevasi un gran cancello di ferro irruginito dal tempo, che cigolava me­stamente ogni volta che lo si facesse girare sui malconnessi cardini. In confronto al vecchio castello feudale, le cui su­perbe rovine scorgevansi su di una collina poco lontana, la casa di cui parliamo sembrava nuova; ma se la si fosse para­gonata invece alle bianche casuccie e alla moderna chiesuola del villaggio sottoposto, inspirava già tutto il rispetto dovu­to alla vecchiaia. E benché non avesse, come il castello là in alto, veduto svolgersi tra le sue mura i tenebrosi drammi del medio evo, ed a’ suoi piedi passare i cavalieri vestiti di fer­ro, pure a molte e molte cose aveva assistito essa pure. Edi­ficata sul finire del regno di Luigi XIV, aveva avuto tra le sue sale le magnifiche feste di quel tempo, coi marchesi dalle enormi ed arricciate parrucche, con le belle dame dal viso dipinto e dall’occhio scintillante di promesse… tutte coperte di raso e di gemme, gonfie di gonnelle e d’orgoglio, più tardi aveva veduto le orgie della reggenza trasportate da Parigi al­le vie de Chàteau, e rammentava la cipria ed i talloni rossi dei gentiluomini e le bianche mani effeminate delli abbatini galanti.

Il soffio terribile della rivoluzione era passato sul suo capo senza abbatterla; le guerre dell’impero l’avevano rispet­tata. Dopo le cene della reggenza, aveva assistito ai bagordi del direttorio, tra le sue mura si era udito imprecare contro il Buonaparte (come i sostenitori dell’antico stato di cose chiamavano l’imperatore), ed ora nella prima metà di questo secolo se ne stava li ancor forte ed altera, sebbene un po’ mal in arnese per la noncuranza dei proprietari.

Apparteneva ai conti di Montsauron, una gran famiglia che datava dalle crociate. Ma di quella lunga stirpe, coi suoi blasoni tutti coperti d’inquartature, cosa restava oramai? Un vecchietto di statura media, reliquia vivente di un’epoca tra­passata, che attraverso alle scosse della rivoluzione e alle vittorie dell’imperatore aveva conservate le sue idee per intero, i suoi beni in parte, la sua cipria ai capelli, e le sue fibbie dorate alle scarpe. Non era un uomo senza ingegno, ma osti­natamente aggrappato ai suoi pregiudizi come l’edera a una rovina, pieno di boria e dello spirito ormai rancido del suo tempo.

Ricco ancora malgrado le vicissitudini politiche, non poteva però più tenere la sua casa nello splendore di prima; ed ora la gramigna vegetava tra le pietre spezzate della corte d’onore e le grandi terrazze e le balaustre riccamente ornate erano tutte verdeggianti di umidità. I parassiti viventi avevano finito il loro regno nell’interno ormai quieto assai, ma in compenso sulle mura esterne tutta una vegetazione paras­sita si arrampicava in disordine con libertà veramente rivo­luzionaria. Le grandi sale erano nude, fredde e severe. Quel­le sedie della malcomoda e disgraziosa forma che si usava sotto l’impero, quei tavoli coperti di gelido marmo bianco o venato, con le gambette che incominciano con delle bocche di leone dorate e finiscono assotigliandosi verso il basso, quei sofà dritti dritti e duri coi cuscini attaccati alle sbarre di legno con de’ nastrolini, davano un’idea assai sconfortan­te e poco in relazione con le abitudini moderne. I soprapor­te, di stile Pompadour, avevano nulla a che fare col resto. Nel giardino i regolari disegni e le figure in cui erano stati foggiati li arbusti secondo la moda d’allora, avevano ripresa completa e pazza libertà estendevano i loro rami ad libitum nella più disobediente licenza.

E là viveva il vecchio gentiluomo solo con sua figlia, una fanciulla sui vent’anni, bella, alta, dal corpo elegante, dalla espressione delicata, dai lineamenti finissimi. Aveva un magnifico volume di capelli castagni chiari che alla gran luce prendevano dei riflessi impossibili a ritrarre, e due grandi

occhi azurri, pensosi e appassionati, che vi guardavano come ben pochi occhi vi guardano.

E tranne il curato del villaggio e di tratto in tratto qualche famiglia dei dintorni e i vecchi servitori – che si cre­devano un po’ della casa e portavano la loro livrea verde e oro (un po’ sdruscita qua e là) con la fierezza con cui il loro padrone portava l’uniforme di Malta – non vedeva nessuno e viveva solitario con la sua Ida, la cui gioventù era come un raggio di sole che attraversasse la vecchia casa.

I domestici ricordavano ancora il tempo quando il loro padrone passava la sua vita a Parigi, tra i molteplici diverti­menti della società, e non lasciava quel brillante soggiorno che per pochi mesi, i quali però invariabilmente veniva a passare nella vecchia dimora. Allora, per otto mesi all’anno, le volta delle lunghe sale non erano colpite da alcuna eco, le imposte stavano chiuse ermeticamente e tutto non ripigliava vita che nell’autunno. All’approssimarsi di tale stagione si vedevano sfilare lungo il tetro viale le carrozze impolverate che giungevano da Parigi, tirate da quattro vigorosi cavalli montati da postiglioni vestiti della livrea del conte, che face­vano allegramente scoccare le loro fruste.

Ora invece la sua vecchia casa non la lasciava più, abi­tandola le quattro stagioni di seguito. Pranzava, con sua fi­glia, in una gran sala a pianterreno con cinque servitori che si aggiravano intorno, molto affacendati a far nulla; e certo tanta opulenza nella solitudine a molti sarebbe sembrata ben triste.

Un bel giorno il vecchio conte ricevette una lettera con un gran sigillo stemmato. L’aperse frettolosamente, e leg­gendo le prime righe, un lampo di gioia gli passò nelli occhi. La rilesse più volte con visibile contento e per tutto quel giorno fu d’umore insolitamente faceto, pareva quasi che una decina d’anni gli fosse stata levata a un tratto dalle spal­le. Camminava tutto svelto e ringaluzzito, chiacchierava as­sai più del consueto – sorridente con tutti, ad ogni momento baciava sua figlia in fronte e le diceva che non l’aveva mai veduta così bella.

All’indomani poi il suo contegno divenne decisamente

stravagante. Sembrava che avesse cambiato natura. Egli, che amante dell’ordine a modo suo, non voleva che si mo­vesse un mobile da una stanza in un’altra; egli ch’era nemico dichiarato di tutti i trambusti, cominciò a porre tutto sossopra, a fare e rifare, a riaccomodare tutto ciò che si vedeva d’intorno. Pareva volesse dare una nuova fisionomia alla sua vecchia casa, che pure amava tanto com’era. Le grandi sale di ricevimento, chiuse da molti anni, furono aperte; le co­perte di tela levate dai mobili, le pieghe maestose delle ten­de accuratamente spolverate, le ragnatele spazzate dalli angoli della volta dove si stendevano comodamente, i veli tolti alli specchi, i vasi riempiti di fiori. Il magnifico servizio di argento massiccio, dono di un duca di Savoia alla casa di Montsauron, fu tolto da un vecchio armadio dove stava al buio chi sa da quanto tempo. I servitori si aggiravano frettolosamente qua e là, interrogandosi sommessamente l’un l’al­tro, molto stupiti dell’ordine ricevuto di pulire alla meglio e d’indossare le livree di gala.

Si strappò la muffa ch’era sul terrazzo. Il giardino fu pettinato, le foglie cadute furono levate dai viali, i fiori ap­passiti strappati; i rami troppo lunghi tagliati, cercando di far ripigliare ad alcuni delli arbusti l’architettonica figura primitiva.

Certo doveva accadere qualche cosa di straordinario. Di tutto questo Ida non sapeva nulla. Ella non osava mai disturbare suo padre, quando egli non venisse da lei. Quella mattina dunque, non avendolo veduto comparire, si era già posta nella sua dimora favorita, una sala d’angolo che si trovava in fondo all’ala sinistra della casa. Là vi era il suo più intimo amico, il pianoforte.

E qui è a dirsi della passione fortissima che Ida aveva per la musica. Essa sapeva sonare il cembalo per istinto, can­tava perché Dio le aveva detto di cantare.

L’unico maestro che aveva avuto, e assai tardi, era un giovane protetto dal conte, che apparteneva ad una famiglia rifugiatasi dopo il terrore in quel tranquillo villaggio. Suo padre, benché povero e sconosciuto era un vero artista, uno dei tanti che passano, fulgenti ma non veduti. Egli pose tutte le cure della sua vita nella educazione del figlio. La madre era morta; il povero fanciullo non aveva che sedici anni, quando anche il padre morì. Egli si trovò solo, ricco soltanto di gioventù e di speranze. Il conte di Montsauron cominciò a proteggerlo: fece comperare alcune sue composizioni da un editore a Parigi, e l’incaricò di dar lezioni a sua figlia. A molti parrà strano che un uomo con le idee del vecchio con­te avesse a mettere così vicino a sua figlia un giovane di ven­ticinque anni, ma bisogna pensare che Paolo era serio, posa­to, e che Ida lo aveva veduto per tanto tempo da doverlo considerare come parte della mobilia di casa. Inoltre, in quei tempi in cui l’aristocrazia era nel sangue, non poteva entrare nemmeno un momento in capo al conte che sua figlia potes­se volgere un solo sguardo verso una persona cotanto oscura qual era il povero artista. Assisteva anche spesso alla le­zione.

Ida dunque aveva aperto il cembalo e lasciava che le sue belle dita errassero all’avventura sui tasti, quando a un tratto il conte entrò, cosa insolita, a quell’ora. Era vestito con molta cura ed il suo viso sembrava irradiato da una espressione di contento. Si avvicinò a sua figlia, le prese le due mani nelle sue e baciandola in fronte le disse:

– Ti raccomando, mia cara, che oggi ti abbi a far bella, più bella che sia possibile.

E un sorriso che voleva dir molte cose passava intanto sulle sue labbra.

– Perché, padre mio? – domandò Ida, fissandolo coi suoi grandi occhi azurri.

– Perché? Lo vedrai fra non molto.

– Attendete forse qualcuno?

Un nuovo sorriso, più prolungato del primo, venne ad illuminare il volto del conte.

E in poche parole raccontò a sua figlia, che molto si stupì di un avvenimento tanto straordinario, come davvero attendesse qualcuno, il marchese di Sentis, un parente lon­tano.

– La lettera che mi hai veduto leggere era sua – ag­giunse. – Egli deve arrivare oggi. È un bravo, simpatico e

bel giovane, buon gentiluomo e padrone di grasse terre in Normandia che quei briganti del ‘93 non gli hanno potuto carpire. Solo le terre del castello di Sentis gli rendono cin­quantamila scudi all’anno.

Un paio d’ore dopo il marchese giunse. Ida trovò che suo padre le aveva detto il vero. Poteva avere dai trentacin­que ai quarantanni; alto, benissimo fatto, coi lineamenti re­golari, col viso distintissimo e che dinotava un uomo di un certo ingegno. Aveva bellissimi modi, un timbro di voce as­sai simpatico ed era vestito con una eleganza sobria che lo caratterizzava uomo di gusto da capo ai piedi.

Arrivò in una gran berlina da viaggio, ne scese presta­mente e montò i gradini del terrazzo (dove il vecchio conte era venuto ad incontrarlo) col cappello alla mano e il sorriso sulle labbra. Rispose calorosamente all’accoglienza calorosa che gli fece il signore del luogo e poi, voltosi ad Ida, che se ne stava un po’ in disparte, le baciò le cima delle dita con una galanteria rispettosa che rammentava Versailles, dicen­dole.

– Mia bella damigella, permettete che un vostro cugi­no vi presenti i suoi omaggi. Son venuto preparato ad ammi­rare la bellezza e la grazia, ma se avessi saputo la realtà che mi aspettava non avrei creduto poterla trovare senza uscire dai confini della terra.

Dopo di che si rivolse al conte, e si dedicò affatto a lui come se Ida non ci fosse stata.

Un po’ dopo si andò a tavola, e per tutto il tempo del pranzo il marchese sostenne una conversazione brillante e fiorita, essendo sempre cordialissimo col padre, e con la fi­glia di una galanteria che datava da due secoli.

Quella notte Ida dormì male. Un avvenimento qual era l’arrivo sì poco aspettato di quell’elegante cugino non pote­va fare a meno di occupare la sua imaginazione. Inoltre una voce segreta, di cui ella stessa non si rendeva troppo conto, l’avvertiva che il marchese di Sentis era venuto per lei.

Mi pare di aver già detto che Ida aveva quasi vent’an­ni. La sua bella gioventù le splendeva in fronte come un’au­reola e le cantava in cuore come una sirena. Pure la sua vita

era stata ben tranquilla. Ella sapeva poco del mondo – l’esi­stenza brillante che le giovani sue pari conducevano nelle ca­pitali, quella splendida cerchia di divertimenti e di noie, non la conosceva che di nome. Il suo cuore batteva, ma non ave­va mai palpitato. Il soffio inebriante della primavera, che fa sembrare più fragranti le rose e più lucenti le stelle, era pas­sato su di lei, pure ignorava completamente l’amore. Era di quelle nature passive e indifferenti a un tempo che spesso nascondono scintille, ma ella non ne sapeva nulla. Le aveva­no dato, per l’epoca, una buona educazione; le avevano inse­gnato di buon’ora ad esser religiosa, e le avevano ben ficcato in testa che i Montsauron erano tra le prime famiglie di Francia, e che ella era destinata ad un gran matrimonio.

Le sue previsioni riguardo al marchese non erano erra­te. All’indomani suo padre entrò di buon mattino nella sua camera, la baciò ancor più affettuosamente del giorno prima e si assise al suo fianco dicendole che aveva a parlarle di co­se importanti. In due parole le disse che il marchese di Sen­tis era venuto apposta dal fondo della Normandia per veder­la – perché voleva prender moglie e l’unione con la loro casa la credeva un onore – che l’aveva trovata bella più di quel che si aspettava e che domandava la sua mano. Ch’egli ave­va ancora alcuni affari da terminare al castello di Sentis, ma fra poco sarebbe tornato a prendere la risposta.

– Egli ha un gran nome ed è assai simpatico. Ieri mi pareva che non ti dispiacesse. Mia cara, non dubito della tua risposta.

Tutto questo Ida se lo aspettava un poco. Perché dun­que le parole di suo padre le fecero uno strano effetto? Si sentì una fitta al cuore ed il leggero rossore, che le era mon­tato al viso in principio, si cambiò in pallore. Era forse un presentimento?

Il conte, attribuendo tale confusione a tutt’altro moti­vo che al vero, soggiunse sorridendo sapientemente:

– Non rispondi, mia cara? Già, il silenzio in queste cir­constanze è la miglior risposta – e così dicendo uscì frettolo­samente.

Ida, rimasta sola, si senti turbata. Si assise e pensò.

Pensò per un buon quarto d’ora, con le mani incrocic­chiate, l’occhio fisso al suolo, la testa bassa, la fronte oscu­rata.

A cosa pensava? Non lo sapeva troppo nemmeno lei; i suoi pensieri andavano, andavano senza che ella si potesse render conto della via che percorrevano.

Chi sa fino a quando sarebbe stata a quel modo, se a un tratto non avesse udito picchiare all’uscio.

Entrò la cameriera, dicendo:

– Il maestro di musica è nella sala verde ed attende madamigella.

La sala verde è quella di cui abbiamo già parlato, quella dove era il pianoforte. Derivava la sua appellazione dalla tappezzeria ch’era di un verde pallido, sbiadito dal tempo. Non era molto grande, ma altissima; poco addobbata e mol­to in disarnese – ma dalla finestra aperta si godeva di una vista splendida e del susurro che faceva il vento tra le foglie di un castagno i cui rami si stendevano davanti.

In mezzo era il pianoforte, il clavecin, come dicevasi al­lora. Anch’esso, come il resto dei mobili, era della forma empire, alto e stretto, di un legno chiaro tutto intarsiato.

Quando Ida entrò, Paolo era al cembalo e sonava alla sordina un pezzo di Gluck. Al suo apparire egli si alzò, la salutò con una inflessione di voce che dinotava a un tempo e la famigliarità derivante dal vedersi assiduamente e il ri­spetto dovutole. Ida gli si sedette vicino e la lezione inco­minciò.

Era quasi due anni che ciò accadeva due o tre volte per settimana.

Paolo era stato di rado a Parigi ed aveva perciò pochis­simo preso parte alla vita giovane. Malgrado avesse tutto il brio della sua età era però assai quieto. La vita gli era appar­sa fin dai primi anni con una ben seria fisionomia, e l’aspra lotta con la necessità e la scuola della sventura avevano po­sto sulla sua fronte un marchio di maturezza precoce.

È da stupirsi se la compagnia frequente di Ida lo avesse ad impressionare fortemente?

In una parola – per quanto avesse tentato di lottare

contro il sentimento che lo invadeva, non potendo esso ave­re che tristi conseguenze – dovette però alla fine confessare a se stesso che l’amava.

Il fatto è che l’amava al punto da non osare più esami­nare pacatamente il proprio animo; temeva la vertigine e non voleva guardare nell’abisso.

E Ida?

Dell’amore non sapeva ancor nulla, pure l’anima sua impressionabile e più di tutto quell’innata passione per la musica – la più grande traduzione dell’amore che vi sia sotto il cielo – dovevano a vent’anni farla ben presto palpitare.

Fra quei due che non avevano pronunziata una parola non frivola, vi era però già un vincolo – l’armonia.

Molte volte quando le sue belle dita correvano sui tasti d’avorio del vecchio cembalo, facendolo vibrare con li ac­centi passionati della musica italiana o delle soavi melodie tedesche, il cuore le batteva stranamente e non osava voltar­si a guardare il suo maestro, che immobile dietro la sedia, suo malgrado, adorava.

E quando cantava e ripeteva le melodie dei grandi maestri che in quel momento parevano improvvisazione del­l’anima sua – con l’occhio d’azurro che guardava lo spazio e si accendeva di una luce arcana, come avesse veduto una vi­sione del cielo aprirsi d’un tratto – coi capelli mossi dal vento ch’entrava dalla larga finestra – oh, in quel momento il povero artista avrebbe dato la vita per poterla stringere fra le braccia, sentendola sua!

Ma aveva saputo contenersi e niuna parola era mai uscita dalla sua bocca. Ella, dal canto suo, era gentile con lui, talvolta amichevole, ma nulla più.

Questa volta dunque la lezione incominciò come al so­lito. Paolo era pallido, di un pallore che non gli era abituale.

Soffriva assai. Egli aveva tutto udito. L’arrivo del mar­chese era stato per lui una rivelazione e più ancora un colpo di fulmine. Subito aveva capito lo scopo da cui era condot­to. E sebbene il suo amore per Ida fosse privo di speranza – troppa essendo la distanza che li separava – pure quell’an­nunzio di un matrimonio imminente gli aveva fatto l’effetto

di una fredda lama di pugnale che gli venisse piantata in cuore.

Maritandosi, Ida sarebbe partita. Quel conforto, che n’era pur uno, di vederla quasi sempre, di venire sovente a sedersi al suo cembalo, di udire la sua voce adorata… gli veniva tolto crudelmente. E saperla d’un altro!… Egli non si poteva arrestare a questo pensiero. E poi il tormento, la tor­tura di dover assistere alla gioia delli altri col viso sereno e l’inferno nel cuore, di dover essere spettatore della festa, della cerimonia forse!… E la paura di tradirsi!… Avrebbe egli saputo tacere all’ultimo momento; comprimere i battiti del suo cuore, rattenere le lagrime dalli occhi?… Avrebbe avuto la triste forza di recitare bene la sua parte fino alla fine, di tenere sempre la maschera che si era messo?

Anche Ida era triste. D’improvviso lasciò il pezzo che sonava e si appoggiò al leggio con la testa tra le mani. Paolo taceva.

Ella si rialzò dopo pochi istanti, e invece di continuare il pezzo incominciato, cantò la sua canzone favorita.

Era una canzone di Weber – non sappiamo più bene quale – una di quelle in cui il gran tedesco ha infusa tutta la sua anima d’artista e di poeta. Il motivo sorgeva semplice, chiaro: una melodia mesta, triste, piena di dolci languori e di accenti strazianti, incantevole come una poesia d’amore, tetra come lo sperdersi di una speranza. Poi si accendeva, si animava, diventava forte come il muggire di una tempesta, combattuta come una lotta del cuore. Il motivo intanto filtrava attraverso tutto questo. Poi si ritrovava ancora solo e finiva con un’eco ripetuta e morente.

Ida la sonava e cantava venti volte al giorno. E come lo faceva!… In quei momenti era tanto bella da non sembra­re quasi più una creatura terrena. Questa volta con l’anima involontariamente piena di mestizia, cantò quelle note subli­mi con tanta espressione che parevano un grido supremo del cuore.

A Paolo le note di quel canto sonavano tutte come una nota straziante d’addio. Quando la musica cessò, agitato e non potendo più resistere alla brama di sapere la verità, l’intera verità (sebbene si fosse promesso di non aprire bocca su tale argomento), disse con voce sommessa e che tentava invano di render pacata:

– Madamigella, scusate la mia indiscrezione… avrei una domanda da farvi.

– E quale?

– Intorno a qualche cosa che vi concerne molto… mol­to intimamente.

– Dite, dite – rispose Ida, impallidendo suo malgrado.

– E vero che?…

Il povero giovane si sentiva soffocare.

– Che il marchese di Sentis ha chiesto la mia mano – interruppe Ida vivamente. – Sì, è vero.

Disse queste parole rapidamente con accento franco e sicuro… pure era turbata. Si alzò e chiuse il cembalo. Stette un momento immobile e pensierosa, disse che bastava per quel giorno, salutò Paolo che pareva impietrito ed uscì.

Quando fu solo, prese il posto che Ida aveva lasciato e si nascose la faccia fra le mani.

Ida dal canto suo aveva tutto capito dalla commozione di Paolo. Per una rivelazione subitanea, aveva al tempo stes­so traveduto l’amore e compreso ch’egli l’amava.

Intanto il matrimonio progettato le sorrideva assai po­co. Risentiva per il marchese un’antipatia, che non era certo motivata, ma che pure esisteva.

E dichiarò quella sera a suo padre che non lo avrebbe sposato.

Ma allora cominciò da parte del conte un lento lavoro di persuasione. L’accarezzò come non aveva più fatto da molto tempo. Le seppe mostrare come rifiutando la mano che le veniva offerta rifiutava la propria felicità; le disse ch’ella certo avrebbe poi amato il marchese; e tutte insom­ma le ragioni buone e cattive che poté trovare. Le mostrò quanto il marchese fosse attraente e simpatico, lusingò la sua giovane imaginazione con la dipintura del lusso e dei trionfi che l’attendevano a Parigi. Disse tanto e così bene che ella finalmente si lasciò piegare, e diede il suo consenso. Ah, imprudente!… Non sapeva quel che faceva. Quel

cuore che ella si lasciava persuadere di concedere ad un al­tro, non era già più suo.

Non tardò ad accorgersene.

Alla sera si ritirò nella sua stanza presto e si trovò ben triste per la decisione presa. Le parve che le sarebbe impos­sibile di lasciare quella casa ove era nata, di abbandonare suo padre e i pochi vecchi amici.

E quel povero Paolo?… «Non canterò più con lui quel­la canzone di Weber che io adoro e ch’egli ama tanto ascoltare!…». Pensando a tutto questo, là nella solitudine notturna della sua stanza virginale, che presto doveva lasciare, il suo cuore a un tratto si gonfiò, sentì una tristezza che non aveva mai sentito e diede in un pianto dirotto. O amore!… Tu eri giunto!

All’indomani, quando uscì dalla sua stanza, trovò nella sala Paolo. Perché era lì, egli che non veniva che nelle ore prescritte alla sua lezione? Era pallido ed il suo sguardo spento indicava una lunga notte d’insonnia.

Ida sentì il cuore che le balzava contro la seta del vestito.

La povera fanciulla era un po’ esaltata.

– Paolo – ella disse – ho acconsentito.

Era la prima volta ch’ella lo chiamava così.

Egli capiva che non resisteva più.

– Ho acconsentito – ella ripeté – oggi mio padre scrive al marchese di Sentis, che non tarderà ad arrivare. E fra un mese sarò sua moglie… e dovrò lasciare questa casa… e mio padre, e li amici…

Nascose il bel viso nel fazzoletto e pianse ancora.

Paolo era bianco e il suo labro tremava convulsivamente.

– Madamigella – le disse alfine – e dei vostri amici di qui ve ne ricorderete qualche volta?…

– Sì sempre… – mormorò Ida. – Ma ora addio.

Così dicendo gli stese la mano. Egli la prese; era gelida. La strinse passionatamente. E l’argine fu rotto.

– Voi partite, madamigella, ed io resterò; ma per poco.

Non posso vivere senza di voi, e quando sarete marchesa di Sentis io sarò morto. Mi ero giurato di tacere, ma le forze umane hanno dei limiti. Vi amo, Ida. In quest’ultima ora, in quest’ora tristissima d’addio, non so come osi dirlo, ma lo dico. Vi amo, vi adoro, non vivo che per voi. So quanto ne separa. Voi non avreste mai potuto amarmi. Avete fatto bene ad accettare la mano del marchese. Siate felice, Ida… ma pensate qualche volta che vi è uno quaggiù che morrebbe col sorriso sulle labra se potesse morire per voi…

– Paolo, anch’io…

In quel momento l’uscio s’apri ed il conte entrò nella sala. All’attitudine dei due giovani ebbe una rapida intuizio­ne di ciò che si passava. La sua fronte si corrugò.

Paolo, perdendo completamente la testa, fuggì.

Ida era esaltata.

– Mio padre – esclamò – non sposerò mai il marchese di Sentis, mai! mai! mai!…

– Lo sposerai invece tra una settimana – disse il conte. La sua voce era ferma, ma dolcissima.

Entrò in un lungo discorso. Le disse ch’egli capiva be­nissimo che questo subitaneo cambiamento dipendeva da un capriccio di fanciulla ch’ella aveva per Paolo. Le mostrò af­fettuosamente, paternamente come un tal sentimento abbi­sognasse combatterlo. Ella già non lo poteva sposare, dunque?…

Egli fu dolce, ma inflessibile.

Per la seconda volta Ida fu quasi vinta dalle parole di suo padre. E quando egli la lasciò, si era molto acchetata, Ella era, al pari del conte, piena delle idee aristocratiche del tempo. Capiva che Paolo non poteva diventare suo marito, perché dunque non accettare la mano del marchese? Perché arrecare tanto dispiacere a un padre che l’adorava? Un mutamento di vita le farebbe molto dimenticare, il marchese era un uomo amabilissimo, e poi… Paolo lo potrebbe vedere ancora qualche volta… di rado, come un amico… Questa ul­tima considerazione mostrerà al lettore come Ida, a vent’anni, fosse ancora ingenua.

Insomma, a poco a poco si riconciliò coll’idea del matrimonio; e quella sera, stanca delle emozioni della giornata, non tardò a dormire, un po’ triste, ma quieta.

All’indomani Paolo venne all’ora solita.

Egli aveva riflesso lungamente sulla sua posizione. Capiva che venendosi a frapporre al momento del matrimonio tra Ida ed il marchese, non avrebbe fatto che provare molta ingratitudine verso il conte, cui doveva pur tanto, arrecandogli un fortissimo dolore, mentre inceppava l’avvenire d’Ida senza alcun vantaggio. Ei l’amava perdutamente, ma giurò a se stesso di esser forte.

Si presentò dunque pallido e triste, ma rassegnato e calmo. Ida gli narrò come avesse decisamente acconsentito. Espose a nudo l’anima sua; non sapendo più tacerlo, confessò il suo amore con quel sublime accecamento della passione che non esclude il pudore, e al tempo stesso cercò di partecipare a lui un po’ della propria forza fittizia. Gli disse di ricordarsi ch’ella non avrebbe mai amato che lui sulla terra, ma aggiunse ciò ch’egli già pur troppo sapeva che quest’amore era impossibile. Che ella gli avrebbe sempre dimostrata la sua affezione e che sperava – tra un anno – di vederlo al castello di Sentis.

– Mai – egli rispose – non potrò mai vedervi di un altro. Avete ragione, madamigella, sposate il marchese, egli forse vi saprà rendere felice, e… dimenticatemi. Io non ver­rò più per la lezione. Il conte mi ha detto che ora sareste, talmente occupata dei preparativi da non aver più tempo per la musica. Egli fa bene… è assai meglio che non vi veda. Prima che abbiate a partire… – qui la sua voce si commosse, pur continuò – tornerò un’ultima volta a dirvi addio.

Ida si sentiva voglia di piangere, non poteva parlare. Gli stese la mano. Egli la portò alle labra, e partì.

In pochi giorni, con una forza di sentimento che non aveva mai provato prima, la malinconia d’Ida si cangiò in una tristezza nera, cupa e che quasi la spaventava. Un amarissimo pentimento di avere acconsentito l’afferrò brusca–mente, così violento che pareva un rimorso e le rodeva la coscienza. L’amore sorgeva invece lentamente e fortemente

in lei, e tutta la riempiva. Avrebbe sacrificato ogni cosa per non aver acconsentito, ma ormai capiva che non poteva più retrocedere, e come presa da vertigine, camminava dritto verso il precipizio. Se ella avesse pregato suo padre egli avrebbe trattata la sua preghiera di capriccio… chi sa?… l’a­vrebbe forse forzata. Ad ogni giorno che passava la sua tri­stezza aumentava. Confessava dolorosamente a se stessa che ora al marchese di Sentis avrebbe preferito il convento; ca­piva, pur troppo, che non sarebbe mai stata che una vittima rassegnata.

Il marchese arrivò. Né la sua gentilezza, né la sua ga­lanteria compita riuscirono a diradare la nube di mestizia che pesava sulla fronte della fanciulla pentita.

Il conte capiva che era meglio affrettare le cose, ed il matrimonio fu stabilito per la ventura domenica. Li invitati arrivarono da Parigi. Erano i pochi parenti del conte, e li amici numerosi del marchese di Sentis. La vecchia casa si­lenziosa e tranquilla fu ancora, per un momento, piena di rumore e del brio che l’avevano agitata altre volte. Il conte fu splendido verso i suoi invitati. Furono giorni di continua festa. In mezzo a tutto quel frastuono Ida finì col distrarsi un tantino.

Ma svegliandosi alla mattina del sabato la tristezza del­la sua posizione le si affacciò gigante. «E domani», pensò. «Domani tutto sarà finito.»

Paolo non l’aveva più veduto. Non osava pensare alla sua promessa di tornare a dirle addio… Cercava anzi di scac­ciarne il pensiero… ma, come si capirà, il pensiero tornava.

Andò nella sala del cembalo e cominciò a cantare la sua favorita canzone. Acquistava ora un nuovo incanto a’ suoi occhi; era quella che l’ultima volta aveva cantato con lui. L’ultima mesta nota aveva mestamente echeggiato quando l’uscio si aprì, e Paolo entrò.

Non si può descrivere il suo aspetto.

– Madamigella, sono venuto a dirvi addio. Vedete che in questi giorni non vi ho disturbata. Questa è l’ultima vol­ta. Vostro padre non sa che io sia qui; non lo vedrebbe volentieri. Non ho dunque tempo di fermarmi. Addio Ida, ad­dio per sempre.

Così dicendo le prese la mano, coprendola di baci… poi fece uno sforzo, violento, e si diresse verso l’uscio.

– Paolo restate ancora un istante – mormorò una voce dietro a lui.

Egli tornò, e le si sedette vicino.

Ida avrebbe voluto non piangere… ma nel parlare i sin­gulti le tagliavano la parola.

– Voglio cantarvi per l’estrema volta la canzone di Weber – proseguì. – È il canto d’addio.

E con quella voce in cui vi erano delle lagrime, inco­minciò…

Non la poté finire. A metà si fermò e si mise a piangere e singhiozzare…

Allora solo comprese quanto amasse colui che le stava a fianco.

Paolo aveva voluto esser forte, ma ora tutte le sue riso­luzioni lo abbandonarono.

E con una mano prese la mano d’Ida, mentre con l’al­tro braccio le cinse la vita, scosso da un’agitazione irresisti­bile.

La povera fanciulla si abbandonò. La sua bella testa piegò come un fiore carico di rugiada e venne a posarsi sul petto del giovane.

Era un pezzo che lo amava senza quasi saperlo; ora non poteva più vivere che per lui.

Come fu che le loro labra si riunirono e si presero in un lungo bacio?…

Quei due cuori, che il momento dopo doveva separare per sempre, battevano l’un contro l’altro, come avessero tentato compenetrarsi…

Ma a un tratto le si risvegliò il suo istinto di donna; l’idea terribile che non si apparteneva più le balenò alla mente. Comprese d’improvviso la parola dovere e si sciolse con forza dall’abbraccio di lui.

Dopo un po’ si calmò. Poi le venne paura che suo padre avesse ad entrare, e Paolo partì quasi felice. Egli era amato.

Ida ebbe la febre tutta la notte e delirò nel modo il più stravagante; il medico fu chiamato, si decise ch’era meglio aggiornare il matrimonio.

Il marchese venne a farle una visita e si mostrò afflit­tissimo di tale ritardo.

Ma ella non volle ritardare. Si alzò, disse di star benis­simo. Vestì lo splendido abito da sposa tutto coperto di tri­ne che le era venuto da Parigi; si lasciò posare sulla testa la solita corona nuziale, e bianca come il suo vestito, con l’oc­chio fisso, col passo sicuro, fu condotta all’altare.

Il conte comprese allora suo malgrado, che non era una sposa, ma una vittima che quell’altare doveva ricevere. Pure si volle illudere ancora, e pensò che le magnificenze del ca­stello di Sentis ed i fragorosi divertimenti della vita di Parigi le avrebbero ben presto fatto tutto dimenticare.

E’ difficile farsi un’idea dell’affetto che il conte portava a sua figlia. Ella era tutto per lui. Egli era rimasto, reliquia di un secolo morto, solo, senza amici (la maggior parte non vi erano più o eran passati nelle file delli altri partiti), e Ida, l’imagine vivente della madre, la sola donna ch’egli avesse veramente amato, ora era ciò che lo faceva vivere. Fu spa­ventato dallo sguardo fisso che aveva quella mattina.

La cerimonia fu corta. Ida disse il «sì» sacramentale con voce ferma, ed uscì dalla cappella a braccio di suo mari­to con l’istesso passo e pallida come era entrata.

Le sue idee erano confuse. Non sentiva più il dolore. Si sentiva la testa a diventar leggera. Un mesto sorriso le passò sulle labra. Nel passare dalla gran sala di ricevimento si rammentò il posto ove era caduta a cinque o sei anni da una delle alte sedie a braccioli, su cui si era arrampicata. Il suo occhio era fisso e un po’ vitreo. Non era più una donna; era una bella statua che camminava.

Tutto era finito per lei quaggiù. La sua prima gioia era fugata, la sua estrema speranza sparita. Ora la sua ragione cominciava a vacillare. La scossa era stata talmente forte, così violento lo sforzo fatto per vincersi, provava tanta ripugnanza per il vincolo che assumeva, quel momento d’amore cui non aveva potuto resistere le aveva rivelato con tanta dolorosa evidenza quanta fosse la sua passione, il delirio della notte l’aveva sì fattamente agitata, che tutto, dinanzi all’orribile realtà del suo sacrificio, si confondeva, si ottene­brava. In quei giorni ella aveva sofferto più di quello che si rendeva conto e l’effetto di quella sofferenza ora le piomba­va addosso fulminante. Quando l’epoca del matrimonio era stata fissata e che i giorni si succedevano con la loro inesora­bile velocità, le pareva che quel tempo fatale passasse con una rapidità vorticosa e sentiva un senso di dolorosissima impotenza nel non poterlo arrestare. Ma per quanto si abbia la triste certezza di dover giungere ad una meta triste, fin­ché non vi si è giunti, un lieve raggio di speranza viene sem­pre sul nostro cammino, ma, una volta la meta toccata, dinnanzi all’innegabile realtà, esso pure si spegne e ne lascia nel buio completo.

Sorrideva sempre, e il conte fu spaventato da quel sor­riso. Rispondeva senza saper cosa, balbettava parole incoe­renti. Ella era calma e quieta, ma la mente sembrava oscu­rarsi. Sembrava che la pazzia, spettro orribile, la stesse aspettando per caderle adosso ed afferrarla.

Ci si permetta una parentesi. Queste specie di demen­ze, che a chi ha lottato intera in un’ora la lotta della vita vengono a porsi tra la penultima ora e la tomba, fanno sì che il pensatore si arresti dubitando. Infatti, questi deliri so­no veri deliri? O non è forse invece questo svanire della na­tura umana, all’ultimo momento, la saggezza dell’altra vita che sembra follia in questa? Quell’occhio che non distingue più chiaramente le cose di quaggiù, è reso cieco da una tene­bra che lo ha invaso, o è invece abbagliato dalla luce del cie­lo?… Quelle parole incoerenti che la bocca pronunzia e che non si capiscono, sono vuote di senso e prive di ragione – o invece non sono comprese solo perché le prime sillabe di un’altra favella?…

Torniamo alla povera Ida. Nella sala ricevette le con­gratulazioni delli invitati con un’aria distratta, ma la sua for­za fittizia scemava d’istante in istante e si sentiva soccombere sotto allo sforzo troppo grande. Dovette cedere. Si ritirò nella sua camera e tutta vestita come era, con i fiori dell’a­rancio in testa, si coricò sul suo letto di vergine.

Il conte, inquietissimo per lo stato della sua figlia ado­rata, lasciò i suoi invitati, abbandonandoli alla brillante con­versazione dello sposo e corse nella stanza d’Ida. La trovò più calma, ma sempre con lo sguardo fisso e quel sorriso si­nistramente dolce.

– Lasciatemi – ella disse – voglio dormire.

E infatti non tardò ad addormentarsi. Quando la vide assopita, la baciò in fronte e si ritirò sulla punta dei piedi.

Dormi più di un’ora, d’un sonno nero, pesante.

Quando si svegliò non seppe raccapezzare alcuna idea e le pareva d’aver perso ogni memoria; solo si ricordava d’a­ver molto sofferto. D’improvviso si toccò la fronte con la mano come si fosse a un tratto risovvenuta di qualcosa. S’al­zò e con passo calmo e lento uscì dalla stanza.

Traversò le lunghe sale, la galleria, i corridoi ed entrò nella sala verde.

S’assise al cembalo, ed accompagnandosi, cantò la can­zone di Weber.

La sua voce non sembrava quasi più di questa terra.

Dopo un istante, tutta la sala era impregnata di quelli accenti…

Nell’uscire trovò Paolo.

Ella non sembrava quasi vederlo, benché lo fissasse coi suoi grandi occhi pieni di luce ignota.

Egli le prese le mani, coprendole di baci.

Ma ella le ritirò e scoppiando in un riso convulso che echeggiò stranamente tra le vecchie pareti, disse con voce rotta:

– Non mi toccate, signore. Sono la marchesa di Sentis.

Ella non poté più ristabilirsi. S’ammalò e la malattia fu lunga, e sebbene non dolorosa, senza rimedio.

Le cure dei medici, le preghiere, le sollecitudini dell’af­fetto paterno, tutto fu inutile. Vi furono in mezzo ai giorni

di dolore alcune ore di speranza, ma ahi, tosto spenta! Tutto si fece per salvarla, ma il male fu inesorabile.

Ell’era di quelle che all’urto delle passioni si spezzano, ell’era di quelle che muoiono. Nella sua delicata giovinezza il morale era strettamente unito al fisico. La ritroviamo agonizzante. Il curato del villaggio ed il conte stavano inginocchiati vicino al letto. Un po’ più indietro il marchese di Sentis.

Ebbe un istante di tregua e parlò per poco. I suoi di­scorsi erano incoerenti e strani, ma affettuosi per suo padre. Il nome di Paolo tornava ad ogni momento.

Le sue ultime parole furono: «Lasciatemi dormire». Così dicendo appoggiò la bella testa all’indietro e chiuse li occhi.

II

Tre giorni dopo, la chiesa del villaggio mostravasi sontuosa­mente parata di nero e d’argento. I paesani in folla erano inginocchiati sui gradini.

Sopra un gran cartello, sormontato dallo stemma dei Montsauron inquartato con quello dei Sentis, leggevasi in lettere bianche su fondo nero:

ALL’ANIMA

DELLA NOBILE DAMA

IDA DI MONTSAURON

MARCHESA DI SENTIS

DA SUBITANEO MALORE

RAPITA

LA SERA DELLE NOZZE

LASCIANDO ORBATO LO SPOSO

IL PADRE INCONSOLABILE

CONCEDA DIO

L’ETERNO RIPOSO LA CORONA DEL PARADISO

R. I. P.

Ecco cosa restava di quell’angelo passato sulla terra. Una pomposa iscrizione di dodici righe.

L’interno della chiesa era imponente. Le torce funebri l’illuminavano di una luce bianca e severa. Come al di fuori era tutta parata di nero e d’argento. In mezzo sorgeva il ca­taletto su cui era posata una ghirlanda di fiori.

Il dolore del vecchio conte fu qualche cosa di terribile e spaventevole. Dal suo occhio non scese una lagrima, ma in due ore pareva invecchiato di dieci anni. Volle egli stesso presiedere a tutto ciò che concerneva il funerale, perché l’ul­tima dei Montsauron fosse sepolta onorevolmente. Assistet­te alle esequie dalla tribuna della casa. Poi accompagnò il corteo fino alla tomba di famiglia. Fu sepolta vicino alla contessa di Montsauron. Sulla tomba non leggevasi che il nome, con la data della nascita e quella della morte.

Dopo adempiti questi penosi uffizi, il conte andò a pie­di, accompagnato dal marchese e dal curato, sino al limitare del villaggio, dove una carrozza di posta lo aspettava.

– Là dove Ida è morta – diss’egli, additando la vecchia casa – io non ci voglio star più.

Il marchese aveva offerto di accompagnarlo, ma egli aveva rifiutato. Nessuno aveva voluto, tranne il suo vecchio cameriere, che triste egli pure era salito dietro la carrozza.

Il marchese ed il curato, col cappello alla mano ed il viso commosso da un dolore così fiero e così fieramente sop­portato, lo sorressero mentre saliva in carrozza. Egli strinse loro la mano e gridò al cocchiere:

– A Parigi!

La pesante carrozza si mosse e i quattro cavalli partiro­no di galoppo.

Il marchese di Sentis tornò alle sue terre di Normandia.

Paolo non si consolò mai della morte d’Ida, ma non ne morì. Il tempo e l’arte sono balsami. Partì per Parigi dove non tardò a farsi un nome.

Il dolore che fu veramente immenso fu quello del vec­chio. Dolore grande, augusto.

E solo di questo che ne resta a parlare.

III

Cinque anni sono trascorsi dalli avvenimenti che abbiamo narrato.

In un albergo d’un piccolo borgo, e in una brutta stan­za bassa, tappezzata d’una carta ch’era stata rossa in sua gioventù, un signore dal dorso curvato, dai capelli bianchi, dal viso rugoso, è seduto in un’ampia poltrona, e sembra as­sorto in pensieri. Affrettiamoci di dire che questo vecchio è il conte di Montsauron, altrimenti non lo si conoscerebbe certo. Il conte era d’eccellente costituzione e di tempra fortissima; questo solo l’avea salvato dal seguire sua figlia nel sepolcro; poiché il dolore che lo aveva fulminato era di quel­li che ben sovente uccidono; perdendo lei, egli aveva perdu­to tutto ciò che ancora lo riteneva quaggiù.

Come avesse sopportato il terribile colpo l’abbiamo vi­sto più sopra. Solo, come fu già detto, non si era sentito la forza di tornare in quelle mura dove Ida aveva reso l’ultimo respiro, ed era partito per Parigi. Qui tentò distrarsi, ma in­vano. Comperò dopo qualche tempo una piccola villa sulle ridenti rive della Senna, ed ebbe un momento la speranza che una vita tranquilla, in un sito ameno e bello, ben lonta­no dalla scena della disgrazia, potesse a poco a poco chiude­re la piaga che sanguinava ancora. Vi stette due mesi, ma la solitudine non faceva che aumentare di giorno in giorno la sua tetra malinconia. Decise allora di viaggiare.

Qui cominciò lo spettacolo tristissimo di quel vecchio che andava, andava, fuggendo il suo dolore. Percorse tutta l’Italia e la Spagna, e dappertutto non trovò altro che l’imagine di sua figlia morente, e le ultime sue parole e l’ultimo suo sguardo egli le udiva, la vedeva sempre. Fuggiva invano quei pensieri che lo seguivano come fantasmi: pareva che si fossero in lui incarnati.

Inoltre, a poco a poco, suo malgrado e benché cercasse combatterlo, un nuovo sentimento si era impossessato di lui.

Un nuovo male lo rodeva, un male più grande che si aggiungeva al primo: il rimorso. Questo pensiero orrendo ch’egli non fosse del tutto innocente della morte della sua

Ida, s’infiltrò lentamente nelle sue idee, a gradi a gradi, e una volta che vi fu non gli lasciò più un momento di pace. Era certo ch’ella era morta di dolore. E al matrimonio col marchese egli non l’aveva forzata, ma pure… Qualche volta si svegliava di notte in sussulto e gli sembrava vedere in mezzo alla stanza la sua Ida ancora vestita del suo abito da sposa, ma già pallida dell’ultimo pallore. Egli non era mai stato superstizioso; pure v’erano ora dei momenti in cui ave­va paura della solitudine.

All’istante che lo ritroviamo – cinque anni dopo – egli era stanco di viaggiare. Un bel giorno si era sentito un vio­lentissimo desiderio assai strano. Come subito dopo la di­sgrazia egli aveva voluto fuggire dalla sua vecchia casa, così invece provava ora una brama intensissima di tornarvi. La malinconia che lo seguiva dovunque era ora raddoppiata da quel nuovo sentimento (che molti forse non capiranno) che si potrebbe chiamare la nostalgia del dolore. Non potendo obliare, voleva che tutto gli parlasse della sua sventura; non potendo consolarsi, trovava un acre voluttà nel bere fino all’ultima goccia la coppa d’amarezza. Voleva rivedere la stan­za ov’era morta. Voleva portare de’ fiori sulla sua tomba. Stanco di tutto, egli voleva affogarsi nella sua afflizione.

Fu per ciò ch’egli compì il viaggio del ritorno con la sua stessa celerità con la quale era stata effettuata, cinque anni prima, quella partenza che rassomigliava a una fuga.

Per istinto e per indole, per educazione e convinzione, il conte era eminentemente religioso. E i conforti della reli­gione li aveva cercati, ma erano stati vani essi pure. Tutte le consolazioni che gli furono date per lenire il suo male, non valsero a nulla. Cosa triste alla sua età, perfino la fede scemava in lui.

La superstizione subentrava.

Tutto ciò che nel lungo corso della sua vita aveva udito raccontare che si riferisse a storie sopranaturali, tutti quelli aneddoti di fantasmi e di spetri di cui abbiamo avuto tutti la nostra parte, ora gli tornavano alla mente e lo agitavano e conturbavano. Gli pareva che tutti avessero a ripetersi per lui; e veramente, sebbene non se lo volesse confessare, non

era senza inquietudine che pensava alla prima notte nella sua gran camera da letto così grave con la tappezzeria di lampas giallo e la volta a dorature annerite dal tempo.

Questo però non diminuiva per nulla la sua brama in­tensa di tornare in quelle mura dove sua figlia era spirata, e la paura, ch’egli voleva scuotere ma che pure aveva, delle apparizioni notturne, paura derivante dal rimorso, non face­va che aumentare il desiderio di essere ancora nella vecchia casa. Aveva, per così dire, la curiosità della paura: voleva vedere cosa ben gli potesse accadere.

Egli se ne stava dunque, quando lo ritroviamo, seduto in un’ampia poltrona in quella brutta stanza d’albergo ina­bissato ne’ suoi tristi pensieri. Arrivando in quell’ultima sta­zione del suo viaggio di ritorno, spinto da quella febrile im­pazienza che aveva di risoffrire dove aveva sofferto, agitato da una tremenda curiosità, aveva deciso, sebbene stanchissi­mo, di passarvi solo la notte e ripartire all’indomani.

Alla mattina infatti, Antonio, il vecchio cameriere en­trò nella sua stanza.

– Signor conte – egli disse – i cavalli sono attaccati e tutto è pronto.

– E inutile. Non parto oggi – rispose il conte. All’indomani fu lo stesso. Finalmente diede l’ordine

che non si pensasse alla partenza sino a nuovo avviso.

Abbiamo talvolta simili tetri avvertimenti che sembra­no venire dall’alto. Il presentimento si mette sulla nostra strada e ne addita l’abisso. Il conte, sapendosi a poche leghe dalla sontuosa tomba di famiglia dove la sua Ida riposava, sentiva già un fremito arcano per la vicinanza. La paura del sopranaturale si faceva ogni giorno più forte e diventava ter­rore.

Tutto in lui era contradizione. Voleva vedere la sua an­tica casa, ma temeva. E triplicato dal presentimento che pe­sava su di lui lo spavento soprastava.

Rimase così una quindicina di giorni in quel brutto al­bergo e non si decideva a partire. Egli era come un uomo che teme d’aprire una porta.

Una notte ebbe un sogno. Gli pareva d’esser vicino al

monumento di sua figlia; ma la tomba era trasparente ed ella agitava le braccia, e malgrado i suoi occhi chiusi, il suo volto pallido era radiante. L’espressione del suo viso era d’una dolcezza ineffabile, ma triste.

Questa visione lo impressionò gravemente. Si senti ad­dolorato e pieno di rimorso per la soave malinconia impressa sulla faccia della sua morta. Pure il desiderio di rivedere quella tomba ridivenne più gagliardo della paura dei fanta­smi. Anzi sebbene in fondo all’anima conservasse una tema indistruttibile, arcana, pure non erano più le apparizioni che paventava. Cosa lo spaventava, cosa temeva? Non lo sapeva nemmeno lui, ma non erano più li spetri di cui aveva paura. Ida ora l’aveva vista e quella visione non gli era stata un in­cubo, ma anzi quasi un conforto. Pure quel terrore vago, e indefinibile lo provava ancora, e peggiore forse perché se­greto ed ignoto.

Ma superò tutto la brama di rivedere la sua casa.

Non frappose più verun indugio. La sua impazienza a un tratto si fece delirio. Si alzò, ordinò i cavalli, fece in fret­ta e in furia i suoi preparativi e mezz’ora dopo la pesante carrozza rotolava già sulla strada postale.

Era il tramonto. Sul terrazzo della vecchia casa stavano riuniti domestici e contadini e con essi la cameriera d’Ida. Tutti protendevano avidamente lo sguardo verso la strada. Un bisbigliare animatissimo serpeggiava tra i gruppi. Cosa li aveva fatti tutti accorrere? L’annunzio di un servitore che dichiarava di aver veduto dalla finestra una carrozza sulla strada postale. Non sembrava che un punto nero; ma si diri­geva verso la casa. Tutti sapevano che il conte doveva pre­sto arrivare, l’annunzio di quella carrozza in vista suscitò dunque una gran commozione.

– Mi par che non arrivi più. Non sarà stato lui – disse finalmente il giardiniere.

Non aveva finito di pronunziare queste parole, che si vide spuntare in fondo al magnifico viale, di cui si è parlato al principio, la carrozza tutta nera e impolverata del conte. I cavalli, benché sembrassero stanchi, essendo coperti di sudore e di schiuma, fecero bravamente quell’ultima salita di galoppo.

Arrivata al terrazzo si fermò. Fu, per li assembrati, un momento di indicibile emozione. Non vi fu uno che non si sentisse un brivido passare per le ossa.

L’istante era ben triste e solenne.

Il loro vecchio padrone, cui volevano tanto bene, che avevano veduto fuggire, abbattuto da quel colpo tremendo, la morte dell’unica sua speranza, ora lo vedevano tornare dopo cinque anni di assenza, che essi benissimo sapevano es­sere stata vana a calmare il suo dolore.

Lo sportello si aprì e il conte si affacciò, e ristette un momento. Provava come una ultima esitazione.

Com’era cambiato!…

Finalmente scese, e curvo, appoggiato da ambe le parti, salì lentamente i gradini del terrazzo.

Tutti gli si erano precipitati incontro, baciandogli le mani, le falde dell’abito, sorreggendolo… egli li ringraziò con voce malferma.

Quando entrò nella sala, si videro due lagrime silenzio­se che gli scendevano lente lente per le guancie. Dopo la morte d’Ida piangeva per la prima volta.

Passò nella gran sala da pranzo dove trovò già apparec­chiato. Cenò servito da tutti, discorrendo con tutti, ringra­ziando tutti, domandò notizie di quel si era fatto nella sua assenza. Egli era ben contento di ritrovarsi alfine nella vec­chia casa; si felicitava di avere avuto il coraggio di venire.

Dopo si ritirò nella sua camera da letto, e si coricò.

Quando fu solo ancora per la prima volta dopo tanto tempo, nella sua gran stanza così severa, non poté frenare un momento di paura. Pure finì coll’addormentarsi, ed il suo sonno non fu turbato in alcun modo.

Insomma, e per abbreviare, un mese passò senza che nulla gli accadesse di straordinario. Era stato molte volte an­che nella stanza dove Ida era morta, aveva posato la sua vec­chia testa su quel cuscino dove la povera sposa aveva esalato l’ultimo sospiro, aveva pianto come un fanciullo, poiché ora­mai poteva piangere, ma nulla gli era accaduto.

Aveva girato le sale silenziose, le lunghe gallerie, i cor­ridoi, ma nulla egli aveva veduto di insolito o di sopranatu­rale. Le sue apprensioni cominciavano a calmarsi, e le sue superstiziose paure a diminuire. Ma le apparizioni egli non le temeva: Ida gli era apparsa e gli aveva sorriso. La inquie­tudine, il presentimento che egli provava così fortemente da cosa dunque derivavano?

Un giorno egli usciva dalla biblioteca e vide aperto un uscio che ordinariamente si teneva chiuso. Metteva a un lungo corridoio, conducente nel fondo dell’ala sinistra della casa. In fondo a quel corridoio trovavasi la sala verde, quella che conosciamo, la sala del pianoforte, il luogo favorito della povera Ida. Gli balenò il pensiero che, dopo il suo ritorno, non vi era mai stato. Dipendeva probabilmente da abitudi­ne, poiché anche prima non usava andarvi.

Era un luogo amato da sua figlia, egli che non respirava più che per quella sacra memoria si sentì subito invogliato ad entrarvi. Passò nel lungo corridoio, e appoggiandosi al bastone (che non lo abbandonava più oramai), si diresse ver­so la sala verde.

Andava curvo, con l’occhio spento, la testa bassa. Sen­tiva in cuore una tristezza più forte della consueta. Spinse l’uscio ed entrò. Subito le sue superstiziose paure lo assaliro­no. Sebbene in pieno giorno tremava più che di notte nella sua stanza tetra.

Tutto nella sala era al suo posto, tutto come l’ultima volta che Ida vi aveva messo il piede. Nessuno dopo quel giorno eravi penetrato. L’antico clavicembalo stava aperto e sul leggìo vedevasi aperta una musica. Era la canzone di Weber. La canzone favorita ch’ella aveva ripetuto tante vol­te con Paolo, quella che li aveva fatti cadere nelle braccia l’un dell’altro, e scambiarsi quel lungo bacio d’amore, che fu il loro unico istante di felicità; quella che aveva suonato l’ul­tima volta, con lo sguardo fisso, col cuore spezzato. Il suo accento era quello d’un inconsolabile dolore, la sua voce non era già più di questo mondo.

Quella triste melodia d’amore aveva echeggiato lunga–

mente tra le vecchie pareti. Quand’ebbe finito, tutta la sala pareva impregnata di quelli accenti…

Al veder quella musica sul leggìo e quel cembalo ancora aperto, il conte si senti rabbrividire.

D’un tratto, le sue guancie si coprirono d’un pallore mortale, le gambe gli tremarono, un freddo sepolcrale gli passò per le vene, e dovette appoggiarsi al cembalo – agrap­pandosi con le due mani – per non cadere.

Una musica lieve lieve si faceva udire. Il cembalo senza che alcuna mano visibile lo toccasse, mandava degli accenti. Era un motivo triste triste; una dolce melodia che pareva il lamento di un cuore gonfio d’amore…

Era la canzone di Weber.

E le note, quelle meste note abituate ad echeggiare in quella stanza, sorgevano, sorgevano, con un accento straziante che non si sarebbe detto di questa vita.

Sul principio la voce fu lieve, un filo di voce, come ve­nisse da lontano, come partisse da sotto terra.

Al padre pareva sorgesse dalla tomba… e preso da indicibile terrore si tenne con tutta forza al cembalo.

Il suo presentimento si avverava: egli non temeva più le apparizioni, ma sapeva che qualcosa lo attendeva. Ora sentiva un’orribile paura, e non vedeva fantasmi.

La voce sorgeva, sorgeva, e si faceva più forte. Sembra­va il fragore della tempesta, sembrava l’irrompere del pian­to, sembrava una battaglia del cuore. E le note succedevano una all’altra, chiare, distinte, spiccate, con un accento arca­no, come se una mano maestra e divina avesse toccato i tasti.

Le mani del conte si agitavano convulsivamente.

Il suono proseguiva. Il canto prendeva delli accenti ini­mitabili di musica celeste. Artisticamente, era la più splendi­da esecuzione che si potesse imaginare.

Era infatti un’esecuzione come nessuna mano mortale o voce umana possa mai sperare di rendere. V’era in quelle note una sonorità così strana, in quelli accenti una espressio­ne così divinamente straziante, che certo se avesse dovuto

uscire da un petto umano, l’avrebbe infranto. Era di quei canti che fanno morire.

Oh, se Weber avesse udito!…

Qualunque creazione d’arte è un tentativo; l’artista non esterna mai tutto quello che lo agita internamente, non esprime mai tutto quello che vorrebbe. Qui invece tutto il pensiero di Weber era forse espresso. Era una nuova edizio­ne del suo canto, riveduta e corretta in cielo. Si sarebbe det­to che li angeli vi avevano messo mano. Pareva in quelle no­te sentire il fruscio delle loro ali azurre…

La canzone continuava forte, intricata come il lottare delli elementi; ma il triste motivo del principio s’udiva sem­pre, pareva filtrare per entro. Quella voce angelica, che so­migliava alla voce d’Ida, s’udiva fra quella divina tempesta di note.

Il conte balbettava parole incoerenti.

Finalmente quella burrasca di note, che era giunta al colmo e pareva il tuono d’una collera celeste, cominciò in­sensibilmente a scemare.

Si acchetava lentamente, a poco a poco. E il primo mo­tivo, quella dolce melodia d’amore, che si era sempre udita attraverso tutto, ma fiocamente, ora tornava a dominare.

Il conte tremava. Un gelo mortale gli serpeggiava pel corpo. Le sue labra tentavano di pronunziare una preghiera. Finalmente il motivo fu nuovamente solo, ma questa volta lieve lieve come l’eco di un’altra vita.

Poi, d’improvviso, li accenti divennero talmente sono­ri, arcani, che pareva il cembalo dovesse spezzarsi.

Le ultime note erano tremende di dolore. Erano li ulti­mi gridi di un’anima che un male troppo intenso strappa violentemente dalla spoglia mortale.

Il vecchio si sentiva mancare la vita. Il canto conti­nuava.

Era un’agonia di note.

Poi l’ultima vibrò lunga lunga, tetra, triste, sopranatu­rale, con un accento che una mente umana non può imagina­re. Pareva partire dalle viscere della terra e come una freccia

volare in cielo. Era il grido supremo, era il grido di chi muo­re d’amore. Al conte sembrò riconoscere in quell’accento l’accento

d’Ida.

Le sue mani persero a un tratto ogni vitalità e abban­donarono la sbarra del cembalo, a cui si era per tutto il tem­po di quella strana agonia tenuto abbrancato; di pallido ch’era si fece subitamente bianco; e con un rantolo soffocato, cadde per terra al rovescio di tutta la sua altezza.

Quell’ultima nota di Weber, che oramai era una nota di Dio, echeggiava ancora.

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