Giosuè Borsi, Il capitano Spaventa
(03-12-2009 - romanzieri in news.)CAPITOLO I.
Renato di Ravignac.
Renato di Ravignac, dei conti di Chateau-Noir, nato il quindici di Gennaio dell’anno di grazia 1608, a Tarbes in Guascogna; nel 1626 aveva, se i miei calcoli algebrici non m’ingannano, la bellezza di diciannov’anni, nonché la pretesa di arricciarsi i baffi, quantunque essi somigliassero tali e quali ad una leggera lanugine nerastra, motivo per cui si sarebbe detto che il nostro Renato, la mattina, si dimenticasse di lavarsi il viso. Del resto, non c’è nulla di strano a supporre che non se lo lavasse davvero. L’epoca in cui viveva era altrettanto fastosa quanto sudicia. La pulizia era considerata una specie di disonore, anche perché la pratica delle abluzioni era un uso religioso musulmano, indegno cioè d’un credente ortodosso. E se al Louvre imperava il sudiciume, persino negli appartamenti e fra le dame della bellissima Anna d’Austria, figuriamoci se non doveva essere sporco un gentiluomo provinciale, come il nostro giovine guascone. Il quale, del resto, a parte questo difetto del suo tempo, nell’età in cui cominciò ad avere le sue prime pretese virili, era già un bel pezzo di giovinotto, alto, traverso, atticciato, forte come un toro e d’un coraggio a tutta prova.
Benché fosse cadetto, cioè secondogenito, essendo la sua famiglia molto facoltosa e potente, egli aveva ricevuto un’educazione coi fiocchi, come conveniva ad un gentiluomo perfetto. Era uno spadaccino formidabile, aveva imparato l’equitazione e il ballo e tirava di moschetto e di pistola come il più consumato e provetto moschettiere del re Luigi XIII.
Anzi, di queste sue eccellenti qualità, per dire il vero, ne abusava un po’ troppo: aveva appena diciannov’anni e già contava al suo attivo ben tre duelli, in due dei quali era rimasto vincitore, mentre il terzo era restato di esito incerto. Il suo avversario, quest’ultima volta, era stato un giovine gentiluomo suo compaesano, chiamato Carlo di Batz di Castelmore, conte d’Artagnan, un osso duro da rodere, svelto come un demonio, asciutto e muscoloso, astuto come una volpe. Il combattimento era durato dalle ventidue all’avemmaria, accanito e serrato. Dai, picchia e mena, i due campioni erano stanchi morti, s’era fatto buio, ciascuno di loro aveva esaurito le astuzie del suo giuoco; allora decisero di smettere e così tra il lusco e il brusco s’abbracciarono teneramente e si promisero eterna amicizia.
D’Artagnan era un povero diavolo. Verso gli ultimi di Marzo del 1625, munito di pochi scudi, d’una commendatizia diretta da suo padre al signor di Treville, e di poche altre carabattole, montato sopra un vecchio ronzino giallognolo, se n’era partito lemme lemme per la capitale, col fermo proposito di far fortuna. A Renato la partenza di d’Artagnan dispiacque molto, ma in cuor suo non poté far altro che invidiarlo cordialmente. Parigi era sempre stato il suo sogno d’oro, la sua sirena, il suo miraggio allettatore; era per lui una specie di luogo incantato e avventuroso, dove ci si batteva in barba agli editti severi del cardinale di Richelieu, dove si faceva fortuna in un batter d’occhio a suon di stoccate e d’intrighi, dove il diventare favorito del ministro, dei principi del sangue e persino del Re, doveva esser facile come bere un uovo. Per questo, Renato, abbracciando il suo amico d’Artagnan, ebbe a dirgli queste memorabili parole.
– A rivederci, Carlo. Tu vai a cercar fortuna e son certo che la troverai. Io resto a Tarbes a far la vita del fannullone, ma ti giuro fin da ora che mi rivedrai prestissimo.
– Bravo! Cerca di persuader tuo padre a mandarti. A rivederci.
Nel presente libro i lettori vedranno come, e con chi, e dopo quante peripezie, il visconte Renato di Ravignac riuscisse a mantenere la sua solenne promessa. La difficoltà massima, anzi, la difficoltà unica e insormontabile era per Renato la volontà paterna. Dopo la partenza dell’amico, egli tentò d’intavolare la discussione per cento volte, e per cento volte ebbe sempre a cozzare contro una cocciutaggine invincibile:
– E inutile insistere. Ho detto no e basta. Che cosa diavolo vorresti fare a Parigi?
– Oh, bella! Vorrei… vorrei andare a far fortuna.
– Senti! E qui a casa non ce l’hai la fortuna?
– Ma non è la stessa cosa.
– Sei uno stupido, te lo dico io che cosa sei. A Parigi ci andrai a suo tempo, fra qualche anno. Si sa. Ma ora? Tu hai giudizio quanto un chiocciolino, sei quasi un ragazzo…
– L’età non conta. Avevo un amico che andò a Parigi l’anno scorso d’Aprile e non aveva più di diciannov’anni. Siamo in Gennaio: fai il tuo conto; ho diciannov’anni anch’io, eppure non son mai andato più in là di Pau. È un’ingiustizia!
– Ma che ingiustizia! Prima di tutto, chi è questo amico?
– Il nostro vicino, il conte d’Artagnan.
– Sfido io! Un giovane pieno di giudizio, uno spadaccino di prima forza.
– Anch’io, per codesto, sono uno spadaccino di prima forza. Scusi, babbo: è inutile che la si metta a ridere. L’anno passato mi son battuto con lui e dopo due ore eravamo pari e patta. Neanche un graffio.
– E perché ti battesti con d’Artagnan?
– Perché mi aveva trattato di scemo.
– Aveva ragione, sissignore, aveva mille ragioni, perché un giovane come te, che vuole andare a Parigi, mi pare un cretino solennissimo.
Renato non insisteva. Conosceva troppo bene la testardaggine paterna. Ad ogni tentativo un rifiuto. Sapeva benissimo che avrebbe potuto durar cent’anni, e avrebbe sempre fatto il solito buco nell’acqua. Così egli restava un po’imbronciato, indi ripigliava la solita vita uggiosa in compagnia di amici stupidi e insulsi, con cui si altercava sempre, durante le partite alla pallacorda, le esercitazioni di scherma e le cavalcate. Ogni alterco naturalmente finiva a scoppole e a pacche, di cui il nostro Renato, a onor del vero, distribuiva sempre la maggior quantità. Ma un giorno le cose mutarono.
CAPITOLO II.
Un ospite a Chateau-Noir.
Fu precisamente nel Gennaio. Una mattina assai per tempo Renato, tornando da una passeggiata, entrò nel cortile tenendo per la briglia il cavallo, per consegnarlo ad uno staffiere affinché lo mettesse nella scuderia e vi trovò il servo Blasquet, scamiciato, coi piedi negli zoccoloni occupato a strigliare un bellissimo cavallo baio.
– Ehi, Blasquet!
– Comandi, signor visconte.
– Di chi è codesto cavallo?
– Signor visconte, è giunto un ospite a Chateau-Noir.
– Un ospite?
– Sissignore. È il barone… il barone… non mi rammento bene. Un signore magnifico, signor visconte. È un moschettiere del Re.
– Un moschettiere?
– Sissignore. Ha una casacca turchina. È capitano.
– Ma davvero?
– Proprio come gliela conto, signor visconte. Ho l’ordine di governargli il cavallo. Anzi bisogna che faccia presto, perché m’ha detto che tornerà a vedere, facendomi un par d’occhiacci da basilisco. È pareva la versiera.
– Ma chi può essere?
– Mi pare che sia un amico d’un amico del signor conte. Ho sentito dire che riparte domani per Parigi. Ma non mi faccia chiacchierare, signorino. M’ha ordinato di far presto, e l’ha un certo modo di dir le cose, che pare, con rispetto della signoria vostra, il Padre Eterno travestito da capitano de’ moschettieri.
– Eh, giurabbacco! Finché ci sarò io non ti mangerà di certo.
– Lo dice lei! Non s’è mica peritato per la presenza del signor Conte! Mentre mi consegnava questo baio, m’ha detto, dice: – Ehi, gaglioffo! Governalo bene, se no, quando torno qui ti stacco un orecchio. –
– Ma possibile? E mio padre non s’è risentito?
– Mah! Sbuffava, sbuffava, ma quell’altro non se n’è avvisto neppure. Dice sempre: corpo del diavolo, corpo del diavolo! Bisogna sentire. Par che voglia mangiar tutti. Mi lasci lavorare, mi lasci.
– Mi struggo di vederlo un po’in faccia, codesto prepotente arruffapopoli.
– Abbia giudizio, signorino! Quando se n’è andato col signor Conte, gli diceva, dice: – Non badate ai miei modi un po’ bruschi. Corpo del diavolo! A Parigi mi chiamano Capitano Spaventa!
– Bum! Mi struggo proprio di dargli una lezioncina.
– Ma intanto mi lasci lavorare. Non vorrei che tornasse.
– E se torna? Mi fai ridere. Penso io a metterlo a posto.
– Con tutto il rispetto, signor Visconte, mi pare che ci voglia altro che lei! Del resto, sa? ha l’aria d’un gran signore. Vedrà che a lei, signor Visconte, gli andrà di molto a genio.
– Basta che non faccia il sopracciò davanti a’ miei occhi. Moschettiere o non moschettiere, spaventa o non spaventa, gl’insegnerei io l’educazione. Il padrone l’ha a fare a casa sua, l’ha a fare.
Neanche a farlo apposta, l’ospite in questione appariva in quel momento sulla porta della scalinata. Era un coso lungo e allampanato, ed aveva certi modi spavaldi ed insolenti che avrebbero fatto saltar la mosca al naso anche a un santo.
Quasi senza degnar d’uno sguardo il Visconte, si rivolse con cipiglio altero a Blasquet: – Ebbene, briccone, è strigliato o no questo cavallo?
– Abbia pazienza, signor barone. Ho quasi finito – e il povero Blasquet si scalmanava e si sbracciava coscenziosamente.
– Mi pare d’averne avuta abbastanza della pazienza, corpo di mille diavoli! Fa’ presto, poltrone! Già i servi son tutti così, gaglioffi e furfanti. Io per conto mio non li ho mai potuti soffrire.
– Ma, scusate signore: chi vi ha insegnato le buone creanze? – l’interruppe il nostro Renato bollendo di dispetto – Credete per caso di essere il padrone?
L’interpellato si volse a lui, con una specie di gravità olimpica:
– E a lei, scusi, non per sapere i fatti suoi, chi ha insegnato a metter bocca nelle faccende che non la riguardano?
– Molto probabilmente, signor mio – ribatté Renato, rosso come un galletto – molto probabilmente voi non vi immaginate neppure con chi avete a che fare.
– Lo so benissimo – ribatté il moschettiere – Ho a che fare con un ridicolo sbarbatello.
– Sbarbatello a me?
– A lei, sì. Pretenderebbe forse che le attribuissi un barbone patriarcale? Prima d’averlo, le converrà mangiare ancora molta pappa.
– Badate, signor mio, che potrei dimostrarvi che non c’è bisogno di tanto pelo, per ricacciarvi in gola tutte le vostre stupide insolenze. A me!
– A voi. Ma chi credete d’essere? L’imperatore del Catai? Siete una screanzato.
– Corpo di quattrocento diavoli! Mi sembra d’averla tollerata anche troppo! Giovinotto, mi parrebbe l’ora di finirla – E così dicendo il capitano si andava rimboccando gli stivaloni, per poter più liberamente piegare le ginocchia.
– Non chiedo di meglio, figuratevi! – e Renato poneva mano alla guardia della spada.
– Bene, bene! Ecco un argomento che mi va a genio. – E il capitano, con una disinvoltura sardonica e compassata, che lo stesso Renato non poté fare a meno d’ammirare, non ostante tutto il suo dispetto, salutò con la spada soggiungendo: – Tengo ad avvertirla che io sono il barone Bonifazio Marcassoux, schermitore assai consumato,
– Lo credo e me lo auguro, signor barone – gli rispose Renato con altrettanto sussiego – Io sono il visconte Renato di Ravignac.
– Tanto piacere. Ed ora, signor insolente, si raccomandi l’anima e in guardia!
Renato non era uomo da farselo dire due volte. I due ferri s’incontrarono e il duello incominciò.
CAPITOLO III.
Le furie del Conte padre.
Poco dopo, un servo confuso e tremante si precipitava nella sala dove trovavasi il conte di Chateau-Noir. Ebbene? Che c’è di nuovo? Perché codest’aria? Domandò il conte vedendolo.
– Ah, signor conte! Che disgrazia!
– Quale disgrazia? Spiegati, poltrone! Che cosa è accaduto?
– Il signor visconte Renato….
– Ebbene?
– Si batte.
– Si batte? Dove? Con chi?
– Giù nel cortile della scuderia, con quel signore che è arrivato stamattina.
– Col barone di Rochevert?
– È impossibile.
– Me l’ha detto Blasquet, che ha assistito alla scena mentre governava il cavallo.
Il conte si alzò concitato, bollendo dall’ira, prossimo ad uno scoppio di collera:
– Sicché voialtri avete assistito alla scena e non v’è riuscito trattenere quell’imbecille del mio figliuolo dal fare una delle sue solite bestialità!
– Sissignore! – balbettò il servo.
– Come sissignore, brutto furfante?
– Cioè, volevo dire nossignore. Io non ci ho colpa. Io non c’ero.
– Dovevi esserci, pezzo da galera! E Blasquet?
– Blasquet è corso ad avvertirmi.
– Siete due bricconi ribaldi. Dovevate interporvi. Meritereste un sacco di legnate. E ve le darò, canaglia, ve le darò. Non crediate di scapolarla. Non crediate di passarla liscia. Ed ora che cosa accade? Manda qualcuno a vedere. Io non posso intervenire, perché ne andrebbe della mia reputazione. Ma questo capitano com’è? È forte? Come si difende Renato? Va, corri! Levamiti dinanzi agli occhi, se non vuoi che te le suoni subito. A chi dico? Sei sordo?
– Vado, eccellenza. – E il servo s’avviò tutto tremante alla porta. Sulla soglia s’imbattè in un altro tutto ansante.
– Oh, Bonifazio!
– Oh, Lubin! Hai avvertito il signor conte? Dov’è?
– È qui. Mi manda a sentir notizie.
– Le porto io. È finito.
– È finito?
– Sì, il duello.
– Che c’è? – gridò il conte.
– Il duello è finito, eccellenza – gli rispose Bonifazio entrando.
– Ebbene, com’è andata? Renato? È incolume.
– Allora è ferito il barone? Bonifazio non poté fare a meno di sorridere:
– Si vede che non lo conosce, eccellenza. È un demonio. Ci vuoi altro che il signor Visconte per sopraffare un satanasso a quel modo!
Ma allora? Com’è andata?
– A un certo punto il signor barone stesso ha abbassato la spada ed ha steso la mano al signor Visconte. E poi lo sentirà da lui stesso, perché vien qua.
Il conte, calmato il naturale timore per l’incolumità del figlio, fu liberamente ripreso dal suo accesso di collera. A que’ tempi si montava in bestia molto più facilmente d’oggi e l’irascibilità era vizio comunissimo. La gente era avvezza a contar meno sull’aiuto della legge e più su quello delle proprie mani, del proprio bastone e della propria spada. Questa abitudine, direi quasi, all’uso della forza fisica e delle violenze personali,
conferiva ai gentiluomini un’indole più guerresca e irruenta, un carattere aperto e temerario, ben diverso dalle nature subdole e poltrone dei nostri tempi. Le risse, i tafferugli, gli alterchi, i duelli eran comunissimi, ad onta delle severe proibizioni e delle feroci pene comminate dal governo. Anzi, lo stesso ministro, il cardinale Armando Duplessis, duca di Richelieu, mentre apertamente le puniva, sotto le fomentava e, spadaccino valentissimo, sovente vi partecipava in persona.
Per tornare al nostro glorioso racconto, il conte di Chateau-Noir, tranquillato sul conto del figliuolo, ripigliò subito la sua aria burbera e ruvida:
– Ah, verrà qua? Ah, verrà qua, codesto capitano Spaventa? Bella sfacciataggine, in parola d’onore! Mi sentirà, oh, se mi sentirà? Già l’ho preso in uggia fin da quando l’ho visto, codesto arruffapopoli, con le sue arie insopportabili da spaccamontagne.
Quanto a voi – riprese rivolto ai due servi – quanto a voi, conto di punirvi a modo e verso della vostra poltroneria. Stava a voi ad impedire al primo scalzacane venuto di
oltraggiare e provocare mio figlio proprio in casa mia. Per ora andate e aspettate i miei ordini.
I due servi uscirono mogi mogi lasciando l’irascibile Ravignac padre a misurare a passi concitati la sala da un capo all’altro, aspettando la comparsa del suo incomodo e facinoroso ospite. Il quale, introdotto e profondamente inchinato da un quarto servo, di nome Friquet, comparve di lì a poco, a testa alta, con la mano fieramente poggiata all’elsa della spada, risoluto, altero, tranquillo, maestoso, come se fosse stato il padre Giove in persona.
CAPITOLO IV.
Il capitano Spaventa.
E tempo ormai di presentare ai nostri lettori il protagonista legittimo e degnissimo, di questa gloriosa storia, questo capitano Spaventa, per il quale, spero, avranno cominciato a concepire tutta la benevolenza e tutta la sollecitudine che merita. Il capitano Bonifazio Marcassoux, barone di Rochevert, era discendente d’una famiglia di Grenoble, la cui nobiltà risaliva appena al tempo delle guerre di Enrico IV. Di indole battagliera, forte, coraggioso, sollecito, aveva fatto a Parigi una fortuna rapidissima, in un tempo in cui, come ci è già occorso di dire, una buona spada ed un polso ferreo valevano un patrimonio.
Non aveva ancora quarant’anni, e già protetto dal signor di Treville, comandante supremo dei Moschettieri del Re, era giunto al grado ambito ed invidiato di capitano.
Il capitano Spaventa, perché ormai lo chiameremo sempre con questo soprannome appioppatogli da’suoi ammiratori, il capitano Spaventa aveva un ingegno vivacissimo ed a Parigi era, più che noto, celebre per la sua miracolosa abilità nella scherma. S’era educato coi prevosti più raffinati di scuola napolitana. Tutti gli spadaccini più temuti, i tiramantelli del Ponte Nuovo, gli sbricchi e i bravi di tutti i più cospicui signori, se si eran cimentati con lui, o in risse o in combattimenti singolari, o nello steccato o per i crocicchi, di notte o di giorno, o al lume delle fiaccole o in pieno sole, avevan sempre avuto la peggio. Jacquemin Lampourde, Malartre, Girolamo, Paragnantes, d’Artagnan, il barone di Sigognac, o per curiosità, o per ripicco, o per commissione di potenti nemici, avevan tutti incrociato con lui la loro lama invincibile e avevan tentato con lui le loro formidabili e micidiali botte segrete. Ho nominato i bravi, i maestri d’armi e i gentiluomini più rinomati, in quel tempo, nella nobilissima arte dello schermire, eppure nessuno di loro potè vantare su di lui una vittoria. Lo scrupoloso Giacomino Lampourde, un uomo che aveva sulla coscienza trentasette morti, quando voleva dare un’idea adeguata della propria bravura, invece di mettere in ballo l’eloquente lista di tutte le vittime, si contentava di nominare il capitano:
– Io ho salvato la pelle di sotto la spada del Rochevert, e questo sia detto senza vantazione all’uso guascone o spagnolesco! Nec plus ultra, signori.
Non è a dire quanto queste mirabili qualità avessero insuperbito il nostro moschettiere. Se c’era un insolente e un oltracotante al mondo, era lui.
A tutti dava di petto o di spalle, a tutti pestava i piedi, sempre impettito, sempre col mento all’aria, sempre in quella sua inalterabile attitudine di alterigia e di sprezzo. Soverchiatore, risoluto, impavido, una cosa sola non poteva sopportare, lo spettacolo della viltà. La codardia era per lui il vizio più spregevole dell’uomo, come del resto la prodezza e il coraggio le qualità più degne d’encomio.
Non c’era, per esempio, cosa che egli ammirasse più della bravura de’ suoi avversari.
Si racconta che una volta egli aveva avuto tre duelli consecutivi con un disgraziato luogotenente delle guardie del Cardinale Richelieu e tutti e tre avevan segnato per lui tre vittorie strepitose. Ma poiché al quarto duello il povero luogotenente era riuscito ad appoggiargli un discreto colpo di punta all’avambraccio, il capitano Spaventa, finito il combattimento, invece di andarsene dicendogli, secondo il solito, una filza interminabile d’insolenze, gli strinse vigorosamente la mano, accompagnando l’atto con queste parole:
– Bravo, corpo di mille diavoli! Voi meritate tutta la mia stima e vi offro fin d’ora tutta la mia amicizia e tutta la mia protezione. Ma davvero non mi sarei mai immaginato tanto progresso dall’ultima volta in poi. Sopra la mia parata di mezzocerchio voi m’avete eseguito un tocco e cavazione impeccabile. Colpo semplice, ma ottimo. Ho osservato ancora poco vigore nei due giri e poca sicurezza negli inviti, ma vi farete, vi farete! È question d’esercizio. Son contento. State bene. A rivederci!
E il capitano andò ad infilarsi giustacuore e casacca lasciandolo più rintontito che soddisfatto della sua piccola vittoria.
Una singolarità: il capitano Spaventa non poteva soffrire i servitori. Più volte aveva provato a fissarsi in un appartamento per conto proprio, pigliando qualcuno a suo servizio, ma neanche Giobbe avrebbe resistito al suo comando. Dopo pochi giorni immancabilmente il servo se ne andava, indolenzito dalle gran bastonate, assordito dagli urlacci, rintontito e immelensito per sempre, e il capitano se ne tornava ad una locanda in via de’ Becchini, dove del resto mangiava e dormiva solamente, poiché passava le sue giornate, o nell’anticamera del signor di Tréville, o nelle bettole e nelle osterie, o tra i commilitoni di guardia, o ciondoloni per le strade, in cerca di ripeschi o di colpi di spada, o a corte, anche alla tavola del gioco del Re e dei Principi. Il Re lo predililegeva tra i tanti privati, per la sua profonda scienza d’armi e di caccia, due cose che il sovrano coltivava molto, accorato della decadenza in cui già cominciavano ad essere in quel tempo. Una volta anzi il capitano, con quella sua solennissima faccia tosta, ebbe a dire al Re;
– Eh, purtroppo, Maestà, ormai non ci siamo altro che noi!
Tale era, nel tempo in cui comparve al castello dei Ravignac, cioè a dire nell’anno di grazia 1626, il capitano Bonifazio Marcassoux, barone di Rochevert, soprannominato il capitano Spaventa, capitano dei Moschettieri, reggimento speciale e privilegiato, guardia del corpo della Maestà Cristianissima del Re Luigi decimoterzo, detto il Giusto.
CAPITOLO V.
Dialogo.
E adesso che abbiamo presentato ai lettori il nostro glorioso personaggio, possiamo tornare a bomba, cioè al momento in cui egli si presenta al cospetto del suo ospite. Tra i due si intavolò il seguente dialogo che noi istoriografi riproduciamo fedelissimamente:
– Signor conte, buongiorno a lei.
– Buongiorno, signor barone.
– Sbaglio, o la mi pare un po’ burbera, codesta maniera di salutarmi?
– La è, signor mio.
– Me ne dispiace moltissimo.
– E perché, di grazia?
– Perché venivo qui con ottimi propositi.
– E quali, se è lecito?
– Quelli di congratularmi con lei.
– Congratularmi di che?
– Ma di suo figlio, corpo di quattrocento diavoli! Quel ragazzo è un portento. Glielo
dico io, che me ne intendo. Non so se le hanno detto che ho avuto l’onore e il piacere di misurarmi con lui.
– Me l’hanno detto. Anzi, a questo proposito, caro signor mio…
– Si, si, basta. Ho capito benissimo quel
che vuol dire. Ne parleremo poi. Mi preme di dirle piuttosto che suo figlio… Ah, suo figlio, veda… A proposito, scusi, quant’anni ha suo figlio?
– Diciannove.
– Diciannove? Ma che mi fa celia? Ma è una meraviglia, quel giovinotto! Mi dispiace di averlo giudicato male sul sùbito. Si figuri che l’ho trattato persino di ridicolo sbarbatello. E vero però che poi mi ha dato dello screanzato, sicché siamo pari e patta.
– Le ha dato dello screanzato? Comincio a credere che sia un ragazzo di talento.
– Si, signore. Ha tanto talento che non si direbbe neppur suo figlio. Scusi, ma non sono avvezzo a lasciar botte senza risposte.
– Ah, si serva pure!
– Non dubiti. Dicevo dunque che sin da quando s’è messo in guardia, l’ho subito giudicato un giovane provvisto di buoni principii. E poi, che parate precise! Che varietà di giuoco! Che prontezza! Che finezza! C’è stoffa, glielo garantisco io. E poi, ha fegato. Per fargli capire con chi aveva a che fare, l’ho punzecchiato un po’ all’omero…
– Allora è ferito?
– Ma no, una sciocchezzina di nulla, una scalfittura. L’ho mandato in camera sua a stagnarsi quel po’di sangue, ma le assicuro che non val la pena di mettersi in apprensione.
– Ma allora che cosa m’ha detto quel citrullo di Bonifazio, che era incolume?
– Scusi se l’interrompo, ma chi sarebbe quel citrullo di Bonifazio?
– Un mio domestico.
– Ah, lei ha un domestico che si chiama Bonifazio?
– Precisamente.
– Curiosa! Un omonimo. Mi dispiace. Sarebbe forse quello bruno, alto, che ho incontrato sullo scalone insieme a quello più basso e grassoccio?
– Sicuro.
– Ah, quello sarebbe il mio omonimo? Un briccone che mi garba. S’è goduto comodamente lo spettacolo del nostro duello, senza scomporsi e senza turbarsi. Per tornare al visconte, la scalfittura non l’ha spaventato affatto. Bravo figliuolo! Ha capito subito che con me non poteva spuntarcela, ma si sarebbe detto che la cosa lo aizzava anche di più, perché ha stretto i denti ed ha raddoppiato di agilità. Le assicuro che valeva più di tanti schermitori consumati di mia conoscenza. Mi son goduto un po’il suo giuoco e a tutto mio rischio, perché molte stoccate l’ho parate proprio a un dito dal mio giustacuore, poi gli ho proposto di far la pace. È contento come una pasqua. E così spero che sarà di lei! – concluse il capitano, con un risolino e un inchino tra il burlesco e il cerimonioso.
– L’è inutile che la mi pigli per il bavero, come si suol dire. Converrà con me che il suo modo di agire è stato molto…
– Molto che?
– Voglio dire che insomma, alla fin delle fini, ella ha agito come…
– Come?
– Insomma, basta. Non ne parliamo più. – Bravo, non ne parliamo più. Parliamo
piuttosto di suo figlio. Io, ne’ suoi piedi, lo manderei a Parigi.
– Il conte balzò in piedi inviperito:
– A Parigi? Senta, signor barone, se proprio non mi vuol veder montare in bestia, non me ne discorra.
– Ma perché?
– Anzi, badi bene di non parlarne con quell’imbecille del mio figliuolo. Assai lo vedo infatuato! Non vorrei che s’avesse a montare il capo anche di più.
– Ma perché, scusi, non vuol mandare a Parigi il visconte?
– Perché no.
– Non mi pare che la ragione che mi adduce sia la più convincente del mondo.
– La pigli come vuole.
– Se lo mandasse con me, per esempio, sarebbe affidato benone.
– Tronchiamo questa discussione. Non transigo. Nessuno l’ha autorizzato a ingerirsi nei fatti miei.
– Lo capisco, ma ella ha torto marcio, signor conte.
– A chi dice?
– Dico a lei. Io le dò un consiglio prezioso.
– Nessuno gliel’ha chiesto.
– Se non lo segue tanto peggio per lei.
– Le ripeto che io son uso a far sempre il comodaccio mio e non tollero il naso di nessuno nelle mie faccende private.
– Ma perché si riscalda tanto?
– Non mi riscaldo per nulla. Dico e ripeto che mio figlio resterà a casa.
– È un vero peccato.
– E batti!
– È un peccato, sicuro. Ma io conto di persuaderla.
– Allora è segno che non mi conosce.
– Bravo! E lei non conosce me. Si figuri che al mondo ho sempre fatto quel che mi è parso.
– E non ha ancora trovato nessuno che le infligga una bella lezioncina?
– Nessuno, grazie a Dio. Nemmeno il
Ministro. Nemmeno il Re. Se mi parrà che il visconte Renato venga a Parigi, è la volta che ci viene di sicuro.
– Ma davvero?
– Davverone.
– Pagherei a sapere come farà.
– Questo sarebbe affar mio. Ma spero che non ci sia bisogno di tante storie e ch’ella si persuaderà a mandarlo di buona grazia.
– Se lo levi dalla testa. E poi, meno chiacchiere. Ella, signor barone, cerca col lumicino il modo di farsi mancar di rispetto. Conosco i doveri dell’ospitalità. Non me li faccia dimenticare.
E il conte, con un diavolo per capello, imbestialito e urtato dall’impassibile e tranquilla sicurezza del capitano, uscì dalla sala sbuffando e, tanto per isfogarsi, andò a rifarsela coi servitori.
– Che umore bisbetico! – borbottò il capitano – Me ne dispiace per quel bravo figliuolo. Ma su questo non cade dubbio: me lo porterò a Parigi, o per fas o per nefas.
Uno scoppio di voci altercanti gli giunse all’orecchio:
– Senti, senti. Ora se la piglia con quei poveri diavoli de’ suoi servitori. Ma per questo, anch’io, non fo per dire, ma non canzono. Bonifazio. Che curiosa omonimia! Voglio vedere se mi riesce di fargli mutar nome. Ma quel Renato! Bravo ragazzo! Farà strada. Eh, io me ne intendo!
CAPITOLO VI.
Una partenza tempestosa.
Renato, dal canto suo, era quel che si dice un uomo felice. «Digito me coelum puto attingere », poteva ripetere . L’amicizia stretta con quel prode e maestoso signore gli pareva la più sicura arra che i suoi sogni si sarebbero senza dubbio avverati. Un capitano dei Moschettieri! Un privato del Re! Un amico del signor di Treville! La fantasia di Renato galoppava più d’un buon cavallo meclemburghese.
Egli si vedeva già a Parigi, si vedeva già alle prese con gli intrighi dell’eminenza rossa e dell’eminenza grigia. Una stoccata a destra, una a sinistra, incarichi gelosi affidati alla sua oculatezza e alla vigoria del suo braccio, ostacoli superati in un amen, tutto facile, tutto bello, tutto romanzesco, e tutto questo perché un capitano Spaventa lo proteggeva e l’aveva giudicato un buono schermitore. Beata gioventù! Ma ad un tratto Renato tese l’orecchio. Gli era parso d’aver inteso un certo fracasso. Difatti… Ma no, non si ingannava. Quello che gli giungeva era il rumore d’un diverbio molto vivace, accompagnato da colpi sordi, passi frettolosi, frasi smozzicate e affannose. Si ricordò d’aver lasciato il capitano una mezz’ora prima, e di averlo affidato al servo Friquet, che lo conducesse da suo padre.
– Scommetterei che si son liticati. Non vorrei che si fossero presi per causa mia. Il capitano mi sciuperebbe l’ova nel paniere. Non sa che tipo è mio padre e non c’è nulla di più facile che lo pigli a traverso.
Renato si precipitò per le scale e irruppe verso il posto donde gli sembrava che partisse il trambusto. Va e s’imbatte proprio col capitano che pareva gli venisse incontro.
– Oh, visconte! Dove correte?
– Lo domando a voi. Che cosa è accaduto?
– Nulla di nulla. Cioè, una piccolezza. Però credo d’averlo accoppato.
– Chi in nome del cielo?
– Nessuno.
– Come nessuno?
– Si, voglio dire un servitore. Non è nulla. Se mai, un briccone di meno.
– E mio padre dov’è?
– E fuori di casa. Ma perché codest’aria sgomenta?
– Nulla, ma m’ero un po’impensierito.
Dunque? Avete detto che m’avete accoppato un servitore?
– Sì. Però, poco fa, mi sono altercato con vostro padre.
– Perché?
– Per colpa d’un altro servitore.
– Dopo aver avuto un colloquio un po’ vivo col signor conte, non sapendo che fare, sono andato in cerca di Bonifazio per vedere di persuaderlo a cambiarsi nome. L’ho trovato, ahimè alle prese con vostro padre, il quale gli misurava certe legnate che avrebbero levato il pelo anche ad Esaù. Mi sono intromesso perché non sopporto che un mio omonimo possa esser bastonato. Del resto, quel vostro Bonifazio è un tipo che mi va a genio. Con sua somma consolazione, l’ho scampato dalle busse del vostro irascibilissimo genitore, ma egli in compenso mi ha caricato d’insolenze.
– Bonifazio?
– No, vostro padre. Naturalmente gli ho rimbeccato coscenziosamente punto per punto tutti i suoi improperii. Allora egli se n’è andato non senza avermi significato a carte quarantotto che levandogli il disturbo gli farei un particolare favore. Io son subito andato alla scuderia. Lo credereste? Quello scimunito di staffiere non m’aveva ancora finito di strigliare il mio Eclair.
Naturalmente mi sono un po’ risentito. Quello sfacciato ha osato rispondermi che andassi a fare il padrone in casa mia.
– Ah, mascalzone d’un Blasquet! Lo punirò io.
– Non importa, mio giovane amico. Gli ho tirato io un panchetto sulla testa. Ho paura che per un pezzo non aprirà più bocca.
– E adesso?
– Ah! Adesso? Oh, bella! Adesso ce ne andremo prima che torni vostro padre.
– Come, ce ne andremo.
– Oh, che smemorato! M’ero dimenticato di dirvi che ho deciso di portarvi a Parigi con me.
Renato fece un salto come se l’avesse azzeccato una tarantola.
– Deciso? Voi? Come? E mio padre lo sa? E lo permette? Ma sarà vero? E quando si parte?
– Mio giovane amico, tutte codeste son domande inutili. Vi preme di venire a Parigi?
– Se mi preme? Volete dire che se resto qui un mese di più ci schiatto dalla rabbia, mi ci struggo dalla smania.
– Bravo. Allora andate in camera vostra, armatevi, ungetevi gli stivali, pigliate quel che vi preme, quattrini, se ne avete, altrimenti non importa, e venite alla scuderia. Penso io a farvi sellare un buon cavallo. Il capitano disse tutte queste cose con voce chiara, metallica, imperiosa, che non ammetteva replica. A Renato pareva d’essere in uno di quei momenti della vita, in cui non si sta a discutere il pro e il contro, ma in cui si agisce, rimettendo la riflessione ad un momento più calmo. Aprì bocca, alzò la mano, fece per dir qualcosa, ma il capitano aggrottò un po’ le sopracciglia, indi senza aspettar altro, girò sui tacchi, tra infastidito e premuroso de’ casi suoi. Renato inghiottì un po’ di saliva, disse: – Vado! – e si mosse per conto proprio sollecito e deliberato.
Il conte padre tornò al castello poco prima che i due partissero. Trovando silenziosi e deserti i cortili e i corridoi, trovando vuote le stanze, pensò che finalmente il suo malaugurato ospite se ne fosse andato alla malora. I servi eran difatti tutti all’ultimo piano intorno al giaciglio di Blasquet, il quale cominciava appena a riaversi del tremendo colpo ricevuto. Il conte padre, non senza una vaga inquietudine per il silenzio affatto insolito che lo circondava, stava per chiamar qualcuno, anche per disincerarsi intorno alla partenza del capitano, quando dal cortile interno sentì echeggiare lo scalpito d’un cavallo.
Si affacciò ad un finestrino e vide il magnifico moschettiere, in assetto da viaggio che se la caracollava olimpicamente.
– Signor capitano!
– Chi è? Ah! È lei, signor conte? Ho piacere di ossequiarla prima della mia benaugurata partenza – E il capitano andava agitando il suo cappello piumato, curvandosi a più riprese sul collo del cavallo.
– Grazie, grazie. Si risparmi tutti codesti salamelecchi.
– A proposito. Mi scusi del guasto arrecato a quel mio impertinente staffiere.
– Che guasto?
– Ah, non l’ha saputo? Con una panchettata infernale ho incocciato la zucca di un suo domestico impertinente quasi quanto lei, che è tutto dire. La prego di scusarmi anche di questo.
– Si figuri! Son così contento di vederla partire, che le perdonerei anche un parricidio.
– Grazie, grazie – e non si moveva.
– Scusi l’indiscrezione, ma che cosa sta aspettando?
– Se ha la bontà di trattenersi alla finestra, lo vedrà da sé.
Proprio in quel momento il nostro Renato,
svelto e sorridente, saldo in arcioni, protervo come un gallettino di primo canto, se ne veniva trotterellando dall’androne delle scuderie, montato sopra un morello.
– Ecco, signor conte, aspettavo suo figlio – disse il capitano, quasi intenerito dallo spettacolo di tanta giovinezza florida e allegra.
Il conte rimase intontito, sbalordito, quasi senza fiato. Renato alzò la sua voce argentina:
– Signor padre, a rivederla. Stia di buon animo e mi perdoni.
– Signor conte, stia sano. Andiamo!
Il conte pareva di sasso. Non disse verbo. Non gridò. La sua collera fu spaventosa fino al punto di togliergli la parola ed il gesto. Rimase così affacciato, finché non dileguò anche l’ultima eco del galoppo serrato de’ due cavalli.
CAPITOLO VII.
Un alleato del Conte padre.
Accigliato e tenebroso, come Febo Apolline nel primo canto dell’Iliade, quando scende dal cielo a gran passi per vendicare sopra le genti di Agamennone l’oltraggio al suo sacerdote Crise, il conte di Chateau-Noir chiamò a sé tre de’ suoi servi e precisamente quelli che noi conosciamo già, Bonifazio, Lubin e Friquet, ai quali fece, a un dipresso, la seguente energica allocuzione:
– Pochi minuti or sono il mio figliuolo Renato è andato via dal castello senza mio ordine in compagnia del barone di Rochevert. Io voglio assolutamente che ritorni a casa. Preparatevi a partire tutti e tre. Senza por tempo in mezzo, pigliate armi, pistole, moschetti, denari quanti ne occorrono
e prendete tre cavalli, i migliori, quelli che conoscete meglio. Lubin, tu guiderai la spedizione. Seguite il barone e il visconte fino a Beaugeney, fino a Meung, fino a Etampes, fino a Parigi, se occorre, purché lo raggiungiate.
Badate di non perdere le loro tracce. Andate loro dietro fino a casa del diavolo. Vi autorizzo a servirvi anche dei moschetti, anzi, se vi capita il destro, tanto
meglio, a quel brigante! Vi avverto che senza il visconte è inutile che mi torniate davanti agli occhi, a meno che non siate proprio stufi e arcistufi della vita. Siamo intesi? Andate a prepararvi e tornate presto a prender licenza. Andate.
Il servo Bonifazio fece un passo avanti:
– Scusi, eccellenza….
– Che c’è?
– Volevo dire che…. – Bonifazio s’interruppe. Parve che riflettesse un momento con gli occhi al soffitto e con la mano alzata, poi riprese: – Volevo domandarle una cosa.
– Che cosa? Dite presto.
– Volevo…. Ecco: volevo domandarle
se mi permette di pigliare per me Timur-Lenk.
– Ma si, pigliate pure Timur-Lenk. Lasciate Babieca, che serve a me. M’è parso che Renato si sia preso Incitatus. Voi altri avete sempre da scegliere.
– Bene, eccellenza. – E i tre servi se ne andarono per i fatti loro, a preparare
con cura la spedizione.
Poco di poi fu annunziato:
– Il signor marchese di Bellèvre.
– Uffa! Un seccatore! – brontolò il conte sbuffando. – Che passi.
II marchese di Bellèvre entrò. Era un giovinetto biondo, bello, elegantissimo, un vanesio insulso
ed impomatato. Costui entrò con tutta grazia, come un zeffiretto di primavera, schiccherò al conte Ravignac un inchino impeccabile e salutò con vocina melliflua e flautata. – Signor conte, mi onoro di ossequiarla.
– Grazie, signor marchese. E qual buon vento?….
– Avevo fissato con Renato una passeggiata a cavallo. Son venuto a prenderlo. Forse non è al castello?
Il conte fece un balzo sulla sedia, gridando:
– La prego di non me ne parlare!
– No, no, si calmi! – Si affrettò a rispondergli il marchesino ponendosi prudentemente dietro al tavolino ivi presso.
– Renato è un piccolo farabutto.
– Eh, eh! Certo che…. guà…. ma in
fondo è un bravo figliuolo….
– Non lo difenda, sa? Non lo difenda, quello sconoscente mentecatto!
– No, no, stia tranquillo. Dio me ne guardi.
Seguì un lungo silenzio che finalmente il marchesino si arrischiò ad interrompere colla sua voce melata:
– Avrebbe fatto qualche malestro? – Malestro? Un’infamia, marchese mio, un’infamia innominabile, che non istà né in cielo né in terra. Ma non sa che mi è scappato di casa?
– Scappato di casa?
– Si.
– Che imbecille! – proclamò il marchesino con convinzione. – Stava bene. Non gli mancava nulla. E invece chi sa a quanti repentagli e a quante privazioni andrà incontro!
– Bravo marchese! Mi dia la mano! – E il conte, afferrava la mano paffutella e affusolata del suo giovine interlocutore, gliela andava tirando avanti e indietro e di su e di giù, con pochissima consolazione del malcapitato. – Bravo! Ella è proprio un vero amico.
– Io gliel’ho sempre detto, tutte le volte che mi parlava delle sue smanie d’avventure: Renato, tu sei un grullo!
– Bene! Faceva bene a dirglielo a quello stupido.
– Non sempre. Di solito mi rispondeva con una fitta di scapaccioni. Ma ciò non toglie che, se sapessi dov’è gliel’andrei a dire in faccia ancora. Però ne toccherei lo stesso.
Seguì un altro silenzio. Il conte accigliato batteva nervosamente la punta del piede sul pavimento. Il marchese seccato, pensava ad un modo pulito per congedarsi, e intanto si tamburellava le ginocchia con le dita, come se suonasse la spinetta o il buonaccordo. Finalmente, tanto per dir qualcosa, riprese:
– E… mi dica: Se n’è andato così, solo?
– Come dice? – chiese il conte scuotendosi.
– Domandavo se è andato via solo.
– No. Anche quell’altro, un bel tomo, in parola d’onore! Mi capita qua, presentato da una lettera d’un amico mio di Parigi, che il Cielo gli mandi il male e il malanno, e, in tempo e termine di due ore, prima mi provoca il figliuolo e gli regala una stoccatina, poi mi accoppa mezzo uno staffiere, Blasquet, scagliandogli un panchetto sulla testa, infine si porta via Renato sotto i miei occhi. Mascalzone! Non mi ci faccia pensare, altrimenti scoppio dalla rabbia. Ma me la pagherà. Non son chi sono, se non la paga cara, codesto capitano Spaventa.
– Come dice?
– Spaventa, capitano Spaventa. E il soprannome che gli danno a Parigi, ma è il barone Marcassoux, un capitano de’ Moschettieri Reali.
– Senti! E veniva da Parigi?
– Sì
– Dio! Chi sa com’era elegante!
– Che c’entra l’eleganza con quel che le sto raccontando?
– Nulla – rispose il marchesino arrossendo – dicevo così, tanto per dire, ma è tutta una cosa che m’interessa moltissimo.
E com’era? Giovine, vecchio, alto, basso, bruno, biondo, grasso, magro?
– È un tipo alto, bruno come un cannello di brace, sulla quarantina. Porta il pizzo.
– Capisco, segue la moda del Cardinale. Dev’essere elegantissimo.
– E batti con l’eleganza!
– No, no. Ma, già che siamo in discorso, mi premeva di sapere se porta i nastri al giustacuore, come me. Son di moda.
– Ma che cosa vuol che m’importi dei nastri, caro lei? Di già non potevo vedergli il giustacuore. Portava la casacca d’uniforme che glielo copriva.
– Ah, portava la casacca? Capisco: quella turchina, ricamata?
– Ma sì.
– Doveva esser magnifico. E i calzoni, scusi, i calzoni, com’erano?
– Mi pare d’ermisino d’un color biadetto.
– Capisco. C’è chi li porta di saia, chi di velluto. E questo capitano, scusi, li aveva soppannati? E come? Di taffettà? Di rascia, di tabì?
– Ma, scusi, come mai le interessa tanto il vestito del capitano?
Il marchesino arrossì fino all’orlo degli orecchi, poi brontolò:
– Per nulla. Cioè, no. Sì, anzi. Voglio dire… M’interessa, m’interessa per una ragione speciale..,, un progetto…
– Mi par di capire – gli rispose il conte fissandolo attentamente. – Mi par di capire – e gli andava abbozzando un sorrisetto affabile e bonario.
Il marchesino pensò: – Beato lui, che capisce – e rispose al conte con un altrettale sorrisetto d’intesa. Poi, per mutar discorso:
– E da che parte hanno preso? – Bravo, per Giove!
– Come bravo?
– È inutile che dissimuli. Ho capito tutto. Non istia a schermirsi. Signor marchese, ella è un cuor generoso.
– Io? – chiese il marchesino sbalordito. – Ma che diamine gli piglia a costui?
– Dunque, vuol sapere che via hanno preso? Di preciso non glielo saprei dire, ma essendo diretti a Parigi, andando verso Beaugeney li raggiunge di certo.
– Li raggiunge?
– Ma sì, ma sì, ho capito tutto – disse il conte con un certo fare benigno e furbacchione. – Ho capito lo scopo vero di tutte le sue domande minute. Bravo marchese! Sapevo di avere in lei un buon amico, ma fino a questo punto! Grazie, grazie! – E il conte riprese la mano del poveraccio scuotendogliela come se gli volesse staccare il braccio.
Il marchesino non capiva.
– Però – riprese il conte – ho già pensato io a preparare una spedizioncina con tutte le regole. Io le affido tre dei miei servi, armati fino ai denti, coraggiosi e risoluti. Avrà, immagino, il suo cavallo, ma in ogni modo si valga della mia scuderia. Le darò io due pistole eccellenti. E poi se vuole armi, di là nella sala verde ha da scegliere.
Il malcapitato zerbinotto cominciava purtroppo a capire ed aprì bocca per protestare, ma giusto in quel momento i tre servi in parola entravano, battendo sul pavimento i calci de’ loro moschetti e le punte delle forcine, armati di tutto punto e pronti a partire.
– Giungete a proposito – disse loro il conte. – II signor marchese di Bellèvre ha manifestato il desiderio di unirsi a voi nella spedizione…
– Io veramente… – balbettò il marchesino – non ho manifestato nulla.
– Ma l’ha fatto capire.
– È vero – sospirò l’altro, dissimulando l’amaritudine e l’affanno che il contrattempo singolare gli procacciava. – È vero. Era così un’idea vaga… ma ci ho ripensato meglio e non ne farò di nulla.
– Ah! – saltò su il conte. – Si lascerebbe sfuggire una così buona ispirazione! Non posso crederlo.
– Ma, capirà, io non vorrei aver 1’aria d’immischiarmi in faccende che non mi riguardano.
– Allora debbo credere – gli rimbeccò il conte, aggrottando le sopracciglie – che ella parteggia per quel birbante del mio figliuolo?
– Io? Ma le pare? Si calmi, io non parteggio per nessuno.
– Allora ha forse paura?
Soltanto l’espressione di questo dubbio era un sanguinoso oltraggio, ma il marchesino non era della tempra focosa di Renato e del capitano, per pigliarsela per così poco.
– Paura, io? La paura non c’entra. (Purtroppo la c’entrava moltissimo). No, no. Ho altre ragioni che mi trattengono….
– No, no. Ella si disdice. L’avverto che prendo la cosa come un affronto personale a me.
– A lei? Ma le pare? Un affronto? Dio me ne liberi.
– Allora?
– Il marchesino, così incalzato, sudava freddo.
– Non vorrei indisporlo – pensava. – Un maledetto carattere, così collerico!
Indi, con voce melliflua:
– Sta bene, signor conte. Andrò volentieri. Mi lasci il tempo d’avvertire a casa,
pigliar l’occorrente…. – Poi, tra sé: –
Se fo tanto di uscir di qui, non mi rivede per un pezzo. Alla larga!
– No, no – gli rispose il conte, risoluto.
– Di qui al suo castello c’è un par d’ore almeno. Il tempo è prezioso. Renato e il barone hanno tempo di far troppa strada. Penserò io ad avvertire i suoi.
– Non vorrei che mio padre la pigliasse a traverso.
– Lasci a me la cura di rabbonirlo. E mio vecchio amico…
– Capisco, ma… A proposito. Bisogna che vada per pigliare un po’ di danaro. Ecco qua: ho appena quattro berlinghe in saccoccia.
– Oh, mi fa torto! – e il conte si andava frugando premurosamente il farsetto.
– Ma non occorre!
– No, no. Lasci. Ecco questi scudi. Ci rifaremo. Fra noi, diamine! Per il servizio che mi rende!
Insomma, per quante scuse mendicasse, il marchesino fu rimbeccato vittoriosamente. Per tutto l’oro del mondo non avrebbe mai confessato che soltanto la sua poltroneria era la causa di tanto stintignare. D’altra parte, proferendo un no tondo, temeva di irritare il suo iracondo interlocutore. Infine, come persuaderlo che, facendo tante domande intorno al vestito del capitano Spaventa, l’idea d’inseguirlo non gli era passato neppure per il capo? Il conte aveva un cervello un po’ bislacco e bizzarro e interpretava le cose a modo suo. Ormai s’era fitto in capo che il marchesino doveva guidare i suoi servi alla , riconquista del suo figliuolo ribelle, e nulla al mondo l’avrebbe smosso. Il povero marchesino capì tutte queste cose, capì d’essersi messo in un pecoreccio da non cavarne più i piedi. Non istò a dire quante volte egli maledisse in cuor suo il momento in cui aveva varcato le porte del castello dei Ravignac.
Il conte gli fece mille moine. Accarezzato, baciato, abbracciato, lisciato, spazzolato, un po’ sbalordito, a forza di spinte, si trovò in sella accanto ai tre servi. Il conte gli dette un’ultima occhiata premurosa.
– Non ha bisogno di nulla? Guardi, nelle fonde un paio di pistole eccellenti. Se ne serva, sa? Quel barone Marcassoux è un vero ribaldo. A rivederla! A rivederla!
I cavalli spinti al galoppo erano già in fondo al viale del parco, e il conte si sporgeva ancora alla balaustra della scalinata, agitando la pezzuola.
– Bontà divina! – sospirò il marchesino galoppando. – Che razza di ginepraio! Dio voglia che possa cavarne la pelle.
CAPITOLO VIII.
Al cervo d’oro.
Il capitano e Renato furono raggiunti dai servi e dal marchesino soltanto dopo otto giorni a Beaugeney. Difatti, tra ninnoli e nannoli, gli inseguitori avevan perduto due ore almeno prima di mettersi in istrada, cosicché gli inseguiti, sebbene cavalcassero con tutta calma, pernottavano sempre più avanti di loro.
Renato, sicuro che suo padre non era tipo di farsela fare in barba tanto facilmente nei primi giorni del viaggio non nascondeva al suo compagno magnifico la sua inquietudine in proposito, sollecitando in lui una maggior fretta:
– Credete a me. È meglio correre un po’. È meglio forzare un po’ le giornate.
– E perché? Perché far pigliare una sfiancata ai cavalli? Non c’è scopo.
– Ma non capite che mio padre non è uomo da pigliarsi a gabbo? Son certo che ci ha sguinzagliato alle calcagna una truppa di servi armati.
– E con questo? Spero che non bastino quattro barche a metterci paura.
– Ma pure…
– E poi non fuggiamo. Ce ne andiamo. Mi ripugnerebbe troppo l’idea d’allungare un passo solo per sfuggire un rischio vago. Ed io non voglio aver l’aria, neppure dinanzi a me stesso, d’un uomo che scappa. Se i servitori ci raggiungeranno, tanto meglio, corpo di mille diavoli! Daremo battaglia e li rimanderemo stroppiati al cospetto del signor conte.
– Ben detto! Capitano, voi avete mille ragioni. Così parla un vero capitano Spaventa. A proposito: di dove diavolo vi viene codesto soprannome?
– Vi dirò. Una sera io ero insieme a certi camerati all’Hotel de Bourgogne, dove recitava una compagnia di comici italiani. Quella sera rappresentavano una commedia a lazzi intitolata «Le rodomontate del capitano Spavento». Questo Spavento è un tipo di soldato fanfarone, come Fracasso, Balandrano, Matamoros, Pirgopolinice. Ora un alfiere delle guardie del Cardinale ebbe il fegato di dire ad alta voce: – Molto divertenti, queste rodomontate del capitano Marcassoux, cioè, no, volevo dire Spavento! – Ahimè furono le sue ultime parole.
– Lo uccideste?
– Diavolo! Seduta stante, in mezzo alla platea. Però prima lo schiaffeggiai.
– Una delicata attenzione.
– La cosa fece rumore. Il Cardinale mi fece fare una passeggiata al Forte del Vescovo. Credevo di doverci muffire, ma il Re, che gongolava della mia vittoria, firmò l’ordine di scarcerarmi e lo diede al signor di Treville, il quale a sua volta mi fece uscire. Ma da allora tutti mi chiamano il capitano Spaventa. E una cosa che mi lusinga, del resto. Mi concederete, spero di non impensierirmi per alcuni sguatteri di casa vostra.
– Eh, davvero!
– O bravo! E allora, non ci scalmaniamo. Così il capitano e Renato facevano la strada a tappe comode. E sarebbero stati raggiunti prima di Beaugeney, magari nel Périgeaux o, al massimo, a Thiviers, ma i servi ne persero le tracce fino a Limoges, poi le persero ancora verso Argenton, in una regione che in quel tempo era molto boscosa. Infine le ritrovarono nella Sologna, regione che all’opposto era molto sterile e uniforme. Quivi, a forza di domandare, i servi seppero che il capitano e Renato li precedevano di mezza, giornata. A Romoranten si eran fermati al Leone coronato, una locanda, dove avevan fatto colazione. Nonostante le vive proteste del marchesino, i servi mangiarono in fretta e si rimisero in sella subito. Arrivarono così a Beaugeney sull’imbrunire, sfiniti dalla stanchezza, infreddoliti, coi cavalli spossati, e scesero al Cervo d’oro, per l’appunto alla medesima locanda dove due ore prima eran già scesi i due inseguiti. Ma adesso, per capir bene come andarono le cose al Cervo d’oro, giova tornare al momento in cui il capitano e Renato vi mettevan piede.
Essi dunque si accomodarono bellamente in una stanza al primo piano e, dopo aver ordinato la cena ed i letti, si misero a giuocare tranquillamente a dadi, un giuoco che a quei tempi costituiva una delle più sfrenate passioni dei gentiluomini, fino al punto che molti vi rischiavano migliaia di ducati, di luigi, di doppie, e persino gli abiti, i cavalli, i servi, le armi. Il barone aveva già perso, poi vinto, poi perso e vinto ancora una piuma di pregio che portava al cappello, ed aveva a sua volta vinto il cinturone di cuoio sbalzato, a cui il visconte portava appesa la sua spada. Quest’ultimo, per riavere il cinturone, proponeva al capitano di giocarselo contro i finimenti di Incitatus, il suo morello. Avendo il capitano accettato, egli gli porse il bussolotto. L’altro rimuginava ed agitava, come i mendicanti sulla porta delle chiese, fanno dei soldini che ricevono dalle devote, quando uno scoppio di voci affannose giunse dal pian terreno. I due tesero l’orecchio e si alzarono.
– Che sarà?
– Qualche tafferuglio?
– Andiamo un po’a vedere.
– Andiamo.
E il capitano intascò il bussolotto e i dadi che, da buon moschettiere, si portava sempre dietro, quindi precedette il suo giovane amico per la ripida scala di legno che conduceva alla stanza d’ingresso della locanda. Quivi trovarono due gentiluomini che parlavano al locandiere. Dico parlavano, ma sarebbe più proprio e più calzante dire urlavano, e tutti e due assieme, nelle orecchie dell’oste. Erano entrambi molto polverosi e colle vesti in disordine ed erano inoltre affannati come dopo una celere corsa. Il più giovane di essi era bruno, tarchiato, e il più maturo era biondo, alto e magrissimo. Il primo era certamente francese, anzi l’accento lo tradiva del centro della Francia, del Berry, regione prossima a quella dove si andavano svolgendo i casi nostri; ma il secondo, sia per il tipo, sia per i capelli tagliati assai corti, sia per l’accento un po’ duro e dentale del suo francese, del resto correttissimo e disinvolto, tradiva la sua qualità di inglese. I due gentiluomini avevano un’aria molto costernata. Erano tanto infatuati ne’ loro vivaci discorsi con l’oste, che non s’accorsero neppure dell’ingresso del nostro moschettiere e del giovine bearnese.
– Avete capito, dunque? – diceva il gentiluomo francese all’oste.
– No, eccellenza, non ho capito nulla. Mi facciano la grazia, di parlare uno alla volta.
– Avete ragione. Permetta, milord, il caso è urgente ed anche un attimo può esserci prezioso. Dunque, sentite, locandiere. Noi siamo perseguitati da una truppa di quattro o cinque persone, che però non sanno dove siamo rifugiati. Certo tra un quarto d’ora al massimo busseranno anche a quest’albergo. Allora…
– Allora, interruppe l’inglese, voi ci troverete un nascondiglio nei piani superiori e risponderete ai nostri persecutori che non avete visto nessuno.
– Anzi, riprese l’altro, direte di aver visto due gentiluomini, dando i nostri connotati e aggiungendo d’averli visti fuggire in là, lungo la Loira, dalla parte opposta a quella da cui siamo venuti.
– Ho inteso.
– E poi, riprese l’inglese, ci verrete ad avvertire.
– Ho capito. Ma se vorranno frugare l’albergo?
– Siete in diritto di impedirlo. Se vi riesce di deluderli, ci son per voi cinquanta doppie.
Il locandiere fece un guizzo di contentezza.
– Mi proverò, disse. Intanto occorre cercare un buon posto per rimpiattarsi. Ma, un momento: Questa gente è forse del Cardinale? In questo caso non vorrei grattacapi.
– No, no, s’affrettarono a rispondere i due signori. Sono gentaglia, bricconi di poco conto….
– Scusino, signori, interruppe a questo punto il Capitano Spaventa, facendosi due passi innanzi, scusino se mi permetto di intervenire, ma, per quanto ho capito, mi pare di essere dinanzi a due signori in qualche imbarazzo e mi par mio dovere offrir loro i miei servigi e quelli di questo mio giovane amico. La nostra camera è a vostra disposizione e, finché ci siamo noi, non credo probabile che qualcuno osi entrarci senza permesso.
La gioia dei due sconosciuti è più facilmente immaginabile che descrivibile. Evidentemente essi dovevano trovarsi in gravi angustie, perché accettarono le offerte garbate del barone con una premura grandissima. Poco di poi, fatte con ogni regola le reciproche presentazioni, sedevano tutti e quattro alla medesima tavola, e, aspettando la cena, si stuzzicavano l’appetito sorseggiando un eccellente vino di Malaga. Il signore inglese era, nientemeno Mylord Filippo Stanhope, conte Chesterfield, signore di Bredby nel Derbyshire, un Pari d’Inghilterra. Il suo compagno si chiamava Lorenzo Laferronière, duca di Sanserre. Come ognuno vede, due nobili di gran sangue. Il Laferronière, per esempio, contava tra i suoi avi il conte Luigi di Sanserre, maresciallo e connestabile di Francia, cresciuto con i figli di Filippo VI il Vallese, vincitore degli Inglesi in Guienna e dei Fiamminghi a Rosebacque. Interrogati dai loro due nuovi amici intorno alle ragioni che li spingevano a fuggire dinanzi a quattro o cinque canaglie, risposero raccontando a vicenda presso a poco la seguente storia.
– Non è la prima volta che Mylord Stanhope viene in Francia. È legato da una lunga amicizia con i Laferronière e spesso viene nel Berry a prendermi e ce ne andiamo a passare alcuni mesi a Parigi. Io ho alleanze cospicue a corte, egli pure ha molti amici e qualche parente alla capitale. Quando passiamo da Beaugeney siamo soliti fermarci in una casetta in piena campagna. Vi abita la mia nutrice. La Maddalena, è il nome della mia nutrice, Maddalena Laujole, è felice d’ospitarmi tutte le volte che ci capito, poiché è molto affezionata a me ed ai miei. In questa sua casetta, per quanto vi stia sola…
– Non sempre, interruppe Stanhope.
– Non sempre, purtroppo. Qualche volta tiene con sé un fratello mentecatto, che è appunto la causa di tutte le nostre disgrazie di stasera. Dicevo dunque che in questa sua casetta tien molte provviste, del vino eccellente di Chambertin, un gran letto disponibile. Insomma Mylord ed io ci passiamo volentieri una nottata. Però la comare Laujole ha un grave difetto: è calvinista ferventissima. Suo padre serviva a Parigi una gran casata protestante e morì nel settantadue, la notte di San Bartolomeo, massacrato col suo padrone. Il fratello di lei, soprannominato Maigrelesec, è addirittura maniaco. Quando gli piglia un accesso di mania religiosa è proprio da legare. Crede che il re lo perseguiti, parla sempre con enfasi apocalittica, come se declamasse i salmi del re Davide, ambisce discutere di teologia, slatineggia come un baccelliere. È una cosa da non credersi. La Maddalena non arriva a questo punto di pazzia, ma anch’ella ne ha un ramo senza dubbio. Quando le si presentano alla porta degli Ugonotti, la va in brodo di giuggiole, li accoglie a braccia aperte, mette loro, come suol dirsi, la casa in grembo, e voi sapete meglio di me che questa regione pullula di questi arrabbiati Ugonotti. Scusate se premettiamo tante lungaggini al nostro racconto, ma son necessarie a capire come sono andate le cose.
Renato e il capitano fecero cenno che anzi il racconto li interessava moltissimo e il Laferronière riprese il filo:
– Sicché, dunque, stamani Mylord ed io siamo capitati dalla Laujole. Disgraziatamente oggi ella aveva presso di sé il fratello…
– Maigrelesec, postillò lo Stanhope.
– Maigrelesec, appunto. È chiamato così perché è più smilzo di Mylord, che è tutto dire. Per quanti sforzi di fantasia possiate fare, non arrive rete mai ad immaginarvi un tipo più buffo di costui. Va sempre vestito d’una specie di tonaca fratesca, calzato con un par di babbucce di cencio. Ora è accaduto che oggi, mentre ci accingevamo a mangiarci allegramente la buona cenetta ammannitaci dalla Maddalena, son capitati sei uomini. La Laujole, li conosceva, perché vedendoli ha fatto loro una quantità di feste. Questi tali entrarono nel tinello facendo un baccano del diavolo, salutandoci appena, anzi sbirciandoci con diffidenza.
La Maddalena cominciò a portar loro molti bottiglioni del suo Chambertin. Essi bevvero e si riscaldarono. Seppero che era arrivato Maigrelesec, ne manifestarono una gioia molto rumorosa e battendo molti pugni sulla tavola, manifestarono vivo il desiderio di salutare il loro vecchio amicone, come essi dicevano. Detto fatto, la Maddalena chiama il fratello e questi lascia la lettura della Bibbia ed entra. I sei gli fanno un’accoglienza strepitosa, se lo mettono in mezzo tutto trasognato e tonto, e l’obbligano a ingozzarsi un par di bicchieri di Chambertin, uno sull’altro con due fette di salame. Tanto bastò perché il matto si esilarasse. A un certo punto, come se ci vedesse per la prima volta, balza in piedi con gli occhi sbarrati e tende il braccio verso di noi. – Chi siete? Chi vi manda? Empi! Infedeli! Vi manda forse il nuovo Baldassarre, il figlio del nuovo Nabucodonosor? (Di certo egli alludeva a Luigi XIII e ad Enrico IV, Dio sa con quanto giudizio storico e biblico). Insomma per quanti sforzi facesse la Maddalena per calmarlo, non gli si è potuto levar dalla testa che noi eravamo mandati dal re di Francia per pigliare la sua testa.
– Nientemeno! – esclamarono insieme Renato e il capitano.
– Bene, riprese in fretta il Laferronière, per farla breve, dopo questo incidente la Maddalena ha trascinato in camera il fratello e i sei individui hanno approfittato dell’occasione per attaccar discorso con noi.
– Cioè con lei – corresse lo Stanhope – perché io non dissi neanche una parola.
– E vero, riprese il narratore, e così fosse stato fermo come zitto! Perché io dissi ai sei che certe volte il Calvinismo spinto all’eccesso conduceva alla pazzia. A questo essi risposero che anzi il Calvinismo era la vera ed unica religione e ritirassi l’offesa.
Io risposi che non credevo d’offenderli e che dopo tutto nelle mie parole non c’era offesa. Sì, no, sì, la discussione tra me e uno di questi sei si accende. A un certo punto, io dico che i protestanti potevano vantare una bella fortuna, quella di esser protetti dalla corte d’Inghilterra. Non l’avessi mai detto!
Il mio interlocutore, un ugonotto arrabbiato, mi risponde che sulla protezione del ministro inglese avevan poco da contare, rammenta la politica di Sua Grazia Buckingam nel 1620, quando permise che i protestanti fossero schiacciati nel Palatinato, e conclude che il soccorso della flotta che pare voglia portare quest’anno davanti alla Roccella sarà una miserabile astuzia politica per inasprire il Richelieu e far la rovina della città. – E aggiunge: – II duca di Buckingam è un farabutto e un traditore! – Ora dovete sapere che il signor conte Chesterfield qui presente è un amico d’infanzia di Sua Grazia. Senza far motto e con tutta calma si alza, impugna per il collo un bottiglione e lo scaraventa nella faccia del mal capitato.
– Per Giove! – esclamò Renato.
– Bravo! Mylord! – approvò dignitosamente il nostro glorioso capitano.
– Il quale mal capitato, ripigliò, è ruzzolato ipso facto sotto la tavola. Nasce un parapiglia. Maddalena accorsa sulla porta si busca in fronte un altro bottiglione che uno dei sei figuri destinava a me e cade svenuta. Mylord ed io, vista la mala parata, rovesciamo il tavolino e sguainiamo le spade. Un ugonotto gira la posizione, striscia lungo il muro e tenta di pigliarci alle spalle, tagliandoci la ritirata. Io gli passo la spada attraverso il corpo e lo stendo. I quattro rimasti diventano quattro belve scatenate e si slanciano contro di noi. Allora, per non esser soverchiati, abbiamo fatto un balzo dal tinello al pianerottolo della scaletta a chiocciola passando sul corpo della Laujole svenuta e ci siamo precipitati fuori della casa. Per arrivar qua abbiamo fatto una corsa disperata, ed eccoci qua senza cappello, senza cavalli, senza bagagli, perseguitati dai quattro energumeni. Non è una condizione allegra. Certo i quattro son rimasti a soccorrere i compagni feriti, ma non tarderanno a venire a cercarci in tutte le locande di Beaugeney, poiché capiranno che, privi d’ogni cosa come siamo, non ci allontaneremo troppo dalle nostre robe.
– Giustissimo, approvò il capitano. In questo modo essi giungeranno a questa locanda e non ci resterà altro partito che sterminarli.
– Oh!
– Come oh? Quanti avete detto che sono?
– Sei.
– Sei. Uno però è stordito dal bottiglione. Un altro è stato spacciato dal signor duca. Restan dunque quattro, uno a testa. Questo mio giovane amico è una lama da fidarsene. Io poi, a parte la modestia, potrei anche pigliarmi l’incarico di spedirli tutti e quattro da me solo…
Il lord e il duca guardarono il capitano con l’aria di gente che ha un po’ paura d’esser presa in giro, ma il moschettiere parlava a muso duro, con l’aria più seria e tranquilla di questo mondo.
– Ugonotti, seguitava il superbo barone, gente riformata, ribelle, nemica della Corona e del Pontefice; nessuna opera potrà mai esser più meritoria di quella di spedirli tutti al Creatore. Zitti! Eccoli, mi pare.
Il capitano s’interruppe. Uno strepito di viaggiatori irrompenti nella stanza terrena dell’albergo attrasse l’attenzione dei quattro gentiluomini. Chi fossero i nuovi arrivati si saprà nel capitolo seguente.
CAPITOLO IX.
Un imbroglio da commedianti.
I nuovi arrivati non erano altro che i tre servi del conte di Chateau-Noir accompagnati dal marchesino di Bellèvre. Il povero marchesino aveva un freddo cane, era livido, avvilito, senza fiato in corpo. Da una settimana egli stava a cavallo dalla mattina alla sera, in pieno gennaio, con una sizza da levare, il pelo e figuriamoci con quanta sua angustia ed amarezza, essendo avvezzo ai comodi del suo castello di Tarbes, al calduccio delle sue coltri, alle fiammate de’ suoi caminetti monumentali, ai simposi lauti preparati da’ suoi cucinieri, innaffiati dai vinelli generosi delle sue cantine. Anche i servi non eran meno desolati e abbattuti, tanto più che non si dissimulavano la gran difficoltà della loro impresa. Soltanto la paura d’incorrere nell’ira furibonda del conte padre li stimolava a non desistere.
Il marchesino, entrando, si gettò di schianto sopra una panca presso il camino, non curandosi di richiudere la vetrata piombata dall’albergo e appoggiando un calcio maiuscolo a un gran cane accucciato presso il fuoco. Il cane, che era adibito all’uso di girare, all’occorrenza, la ruota del girarrosto, come si usava a quel tempo negli alberghi di lusso, si limitò a guaire e ad accucciarsi a due passi più in là. I servi che s’erano occupati di consegnare i cavalli a un garzone non tardarono a raggiungere il marchesino.
– Ebbene – disse quest’ultimo – spero che finalmente ci riposeremo.
– Un momento – disse Lubin. – Bisogna prima di tutto interrogar l’oste. Non dimentichiamo il nostro scopo e rammentiamoci che il visconte è vicino.
– Nulla esclude – postillò Friquet fregandosi le mani ed esponendo le palme al fuoco – che egli sia magari in questa stessa locanda.
Il marchesino s’alzò di scatto.
– Come? Allora il capitano…
– Il capitano è qui pronto col suo spadone e tutto.
– Mamma mia! – disse il marchesino, non curandosi di dissimulare l’affanno e lo sgomento che gli procurava l’idea di questa probabilità – Voglio sperare che si sian cercati un’altra locanda più decente del Cervo d’oro. Diamine! Intanto io direi di riposarci stasera e di aspettar domattina a far qualcosa.
– Bisognerà vedere – riprese Lubin. – Secondo le circostanze.
– Ah, io dichiaro che di qui non mi muovo più neppure se casca il mondo. Anzi, se potessi dir la mia idea…
– Sentiamo.
– Io sarei d’opinione che in coscienza abbiamo già fatto quanto era umanamente possibile e mi parrebbe l’ora di ritornarcene addietro.
– Con licenza, Vostra Signoria, credo che sia ammattito. Piuttosto che tornare a Tarbes a mani vuote dinanzi al signor Conte, mi faccio scannare venti volte.
– Dimmi un po’ Lubin: credi proprio che se la piglierebbe molto calda?
– Acciderba! Si vede che la Signoria Vostra conosce poco il signor Conte. Si figuri, se la piglierebbe anche con lei.
– Anche con me?
– Di certo, e come! Sentirebbe che orzo, signor marchese!
– Oh, che disdetta! Son proprio nel caso di dovere scegliere tra la padella e la brace. Povero me! Sia maledetto l’istante in cui…
– Oh, ecco l’oste, interruppe Lubin.
– Questi signori comandano? – chiese l’oste avanzandosi.
– Prima di tutto – gli rispose Lubin – vogliamo sapere se in questa locanda ci sono due cavalieri, uno più attempato, più alto e più magro, l’altro molto giovane, bruno…
– Nessun cavaliere – rispose l’oste imperturbabile. – Ho su un abate, due mercanti, un vecchio signore…
– Maledizione! Ci toccherà bussare a lutti gli alberghi di Beaugeney.
– Benone, disse il marchesino. Intanto io approfitterò dell’occasione per fare uno spuntino a battiscarpa e schiacciare un pisolino…
– Un momento! – riprese Lubin senza dargli retta. – Forse, voi, caro oste, sapreste indicarci dove possono essere andati, se li avete visti…
– Difatti… Mi pare… – e l’oste guardava il soffitto grattandosi la bazza, come sopra pensiero. – Due cavalieri avete detto…
– Due. Uno giovane, bruno…
– L’altro magro, alto, sui trentacinque.
– Precisamente.
– Ho capito. Son passati davanti alla mia locanda un’ora fa. Correvano a perdifiato e andavano in là, verso la sponda della Loira. Ma li ho visti appena perché hanno svoltato subito.
– Correvan molto, avete detto?
– Correvano come barberi.
– Che ora poteva essere?
– Cominciava a scurire.
– Allora si son fermati certo a Beaugeney.
– Eh, può essere.
– Ci son locande importanti per in là?
– Parecchie. C’è il Gatto che salta, l’Aquila coronata, la Bella capriola…
– Vattelappesca!
– Io direi intanto di mangiare, disse il marchesino.
– Un momento, ripeté Lubin. Ho un’idea eccellente.
– Non mai come la mia, insisté il marchesino.
– Avete un garzone, uno stalliere, un ragazzo? – chiese Lubin all’oste…
– Per che farne?
– Si manda a vedere e gli si dice che torni poi a riferirci senza tarsi scorgere.
– Ottima idea! – approvò Friquet.
– Ma intanto che s’aspetta si può mangiare, si o no?
chiese il marchesino.
– Dunque – continuò Lubin rivolto l’oste – avete questo ragazzo?
– Per conto mio, – insinuò il marchesino – mi parrebbe più adatto alla circostanza chiedergli se ha una costoletta di manzo in agro dolce o un pollastrino infinocchiato. L’oste pensò un po’e rispose:
– Avrei un ragazzo al caso, Paiaud, ma in questo momento non è qui. Se volessero aspettare una mezz’ora…
– Benissimo, aspettiamo, aspettiamo, si affrettò a dire il marchesino. E intanto… se si potesse mangiare un boccone…
– Certo, signori… Che c’è? Che è questo fracasso? Ehi, chi è la?
Queste esclamazioni dell’oste erano causate dall’irruzione nella stanza di quattro individui affannati, armati fino ai denti, minacciosi nell’aspetto e nei gesti alla vista dei quali il marchesino fece un salto solo dalla panca dov’era ai primi gradini della scala di legno:
– Aiuto, Lubin, Friquet, Bonifazio! – cominciò a strillare il povero zerbino.
I servi s’alzarono in una vaga attitudine difensiva, ma uno dei quattro sopravvenuti mosse qualche passo innanzi e fece un gesto di calma:
– Scusino, signori. Non si disturbino, perché non c’è di che. Noi cerchiamo altri. Da mezz’ora andiamo frugando e mettendo sottosopra tutte le locande di Beaugeney per iscovare due malnati cavalieri, con cui abbiamo qualche conticino da saldare.
– Due cavalieri? Chiese Bonifazio.
– Due gentiluomini, sissignore. Abbiamo avuto or ora una lite in casa di Maddalena Laujole, per ragioni politiche e uno di questi cavalieri ha tirato un bottiglione sul capo d’un nostro compagno, accoppandolo mezzo…
– Per Dio! – interruppe Lubin. – Questo bottiglione è sullo stile del panchetto di Blasquet. Scusi, scusi. Ha detto due gentiluomini?
– Si.
– Uno giovane, bruno…
– Appunto.
– L’altro più alto, più attempato…
– Precisamente. È quello che ha tirato il bottiglione.
– Son essi, son essi! E sapete come si chiamano? – chiese vivamente Lubin ai quattro.
– Veramente no, rispose quello che aveva parlato fino allora. La Laujole lo sa, ma per disgrazia nel tafferuglio s’è beccata una bottiglia anche lei ed è sempre svenuta.
– Anche lei dal gentiluomo? – domandò il marchesino esterefatto con un fil di voce.
– No. La bottigliata era scagliata dal mio amico Costanze Bigourdan qui presente – e indicò col gesto uno dei suoi compagni,
un grassottello, che s’inchinò – Era destinata al gentiluomo più giovane, ma sventuratamente sbagliò indirizzo e chiappò la povera Maddalena. Se fosse arrivata a destino si sarebbe salvata la vita ad un altro nostro compagno, perché poco di poi il gentiluomo più giovane ferì a morte uno dei nostri con un gran colpo di spada.
– Ecco, disse Bonifazio, un colpo degno del visconte.
– Ma dunque voialtri conoscete questi due gentiluomini? Forse son qui? – e i quattro sopraggiunti assunsero un’attitudine minacciosa.
– Io – s’affrettò a dire il marchesino – dichiaro che ne conosco uno solo e molto superficialmente…
A questo punto Lubin prese la parola e raccontò come il suo padroncino Visconte Renato di Ravignac fosse fuggito da Chateau-Noir insieme al barone Bonifazio Marcassoux, gentiluomo parigino, e come egli ed i suoi compagni erano incaricati dal conte padre di raggiungerlo e riportarlo a casa.
– Alla impresa – aggiunse non senza qualche ironia – si è unito il marchese Alfredo di Bellèvre qui presente, un aiuto prezioso, perché l’impresa è rischiosissima, essendo il barone di Rochevert uno dei più formidabili spadaccini di Francia e di Navarra.
– Ahimé, si! – disse il marchesino piagniucolando – Figuratevi che ha mandato Blasquet al lumicino. Conoscete Blasquet? Un pezzo di giovinotto che non passa da quell’uscio. Ha ferito Renato. Conoscete Renato? È difficile trovare uno schermitore della sua forza. Se gli capito sotto io, mi spella, mi riduce a brandelli, mi buca tutto il mio giustacuore nuovo, coi nastri all’ultima moda…
A sua volta lo sconosciuto raccontò i particolari della rissa recente in casa della Laujole. Aggiunse che egli e i suoi compagni avevan lasciato la casa a Maigrelesec ed avevano trasportato a Beaugeney il compagno ucciso e l’altro compagno e la Maddalena privi di sensi.
– Per ora – concluse – le nostre ricerche sono state infruttuose, ma li scoveremo certo, tanto più che adesso siamo otto. Senza contare che son privi d’ogni cosa. Tutta la loro roba è in casa della Maddalena. A proposito: dimenticavo di dire che io mi chiamo Casimirro Godeau. Questo mio compagno – e indicava uno spilungone sparuto – si chiama Beniamino Crodaille. Quest’altro l’ho già detto, Costanze Bigourdan. L’ultimo è uno svizzero, di nome Wilhelm Hemmy.
– Sfizzero – ja, molto sfizzero. Noi star tutti riformati, tutti tjscepoli ti Jean Calvin.
– Ah, Calvinisti, capisco. Ma questo per noi non ha nessuna importanza. Quel che ci preme è d’aver trovato quattro alleati. Non è vero, signor marchese?
– Verissimo, verissimo. Anzi io direi di festeggiare il lieto avvenimento con una buona cenetta.
– Magari!, disse Bigourdan, l’ugonotto grassoccio, che aveva tutta l’aria d’un ghiottone emerito. Io ci sto.
– Ma non già io! – tuonò il Crodaille, l’ugonotto sparuto che formava col compagno la più perfetta antitesi.
– L’intemperanza è vizio da lasciarsi alla Curia Romana, al mondano e gaudente Cattolicesimo.
Non è una buona ragione – rimbeccò Higourdan.
E su questa faccenda i due correligionari impegnarono una discussione, cosa che costituiva una loro costante abitudine.
– Non è tempo di discutere! – interruppe impazientito Godeau, rivolto ai suoi due compagni.
– E neppur di mangiare, con licenza del signor marchese. Occorre agire subito, se non vogliamo che i nostri due avversari ci sfuggano.
– Acire, acire, ja, e molto subito. Mi piacerebbe ti infilzare questo parone tiratore ti pottiglioni, – approvò lo svizzero.
– Ma, in fondo – insinuò il Bigourdan – perché nutrire propositi così feroci? La mansuetudine sta ne’ precetti evangelici.
– Mainò! – interruppe scandalizzato il Crodaille. – Nessuna pietà per gli empi. Lo stesso Calvino fu inesorabile col Servet, il commentatore di Tommaso d’Aquino.
– Eppure lo Zurlinden e il Castillon…
– Osereste paragonare lo Zurlinden a Calvino?
Ed anche su questa faccenda i due ugonotti attaccarono un magnifico battibecco.
– Insomma basta! – gridò il Godeau. I due ammutolirono e gli otto si misero
a vedere e a deliberare, sbarazzati dei moschetti, degli archibugi, de’ pistoloni, delle fiaschette di cui erano armati entrando.
– Il locandiere – cominciò Lubin – ci ha assicurato d’averli visti passare. Son certo in qualche albergo prossimo. Noi avevamo pensato di mandare qualche ragazzo a spiare.
– L’idea non è buona. Si perde tempo…
– Però, – interruppe il marchesino, – abbiamo il modo di rifocillarci un tantino…
– In questo io vado pienamente d’accordo col signor marchese – disse Bigourdan.
– Non così io! – gli rispose l’implacabile Crodaille.
– E poi, il ragazzo non li conosce, può sbagliare, pigliare un granchio. Un ragazzo si gingilla, non ha abbastanza malizia…
– Sta bene – disse Friquet. – Lasciamo l’idea del ragazzo. Allora, che si conclude?
– Io avrei un’idea – saltò su il Bigourdau.
– È un’idea che non può stare, è un’idea che non va – strillò il Crodaille.
– Ma come? Se non l’ho ancora espressa!
– Non importa. La giudico a priori. È pessima.
– Sentiamo l’idea. Tacete, Costanzo! Parlate, Beniamino! Cioè, viceversa, parli Beniamino e Costanzo taccia.
– Ah, ah, ma è sempre lo stesso, gentile Coteau!
– È vero. Non mi fate imbrogliare, sian maledette le vostre linguacce! Dica la sua idea il Bigourdau, insomma.
– Eccola: dividiamoci in due squadre ed esploriamo.
– Un momento! – interruppe Friquet. – La cosa più urgente mi par quella di
impedire prima di tutto che i due tornino alla casa di questa Maddalena.
– È giusta – disse Lubin. – Ma come si fa?
– Nulla di più semplice. Uno di noi va alla casa e ordina a questo Coso, come si chiama?
– Maigrelesec. È un soprannome.
– Ordina a Maigrelesec di sprangare la porta e non aprire a nessuno. Altrimenti, mentre noi li cerchiamo per tutta Beaugeney possono sfuggirci, pigliare tranquillamente la loro brava roba e allontanarsi facendocela in barba.
Tutti approvarono Friquet.
– Anzi, – aggiunse Willhelm Hemmy – quegli che antera farà pene a trattenersi a quardia tella ropa e tei cafalli. Maicrelesec star alquanto pislacco.
– È vero, è un po’ bislacco. E meglio che chi va resti. La stalla si chiude benone dal di dentro ed è in comunicazione con la cucina. Chiusa quella, non c’è altro da fare e i cavalli dei due signori sono al sicuro. Se poi i cavalieri ci sfuggono qua, basterà appostarci presso la casa, per pigliarli magari di sorpresa.
– Dunque chi va? È la parte più facile dell’impresa.
Il marchesino, che vedeva con molto tremacuore avvicinarsi la probabilità d’una colluttazione e d’un parapiglia, fu felicissimo di proporsi.
– Vado io volentieri.
Bonifazio, che fino a questo punto era stato zitto e attentissimo, si alzò a sua volta:
– No, signor marchese, non posso permettere che s’incomodi. Vado io.
– Veramente, – insisté il marchesino, – sarei proprio contentissimo di incomodarmi.
– Assolutamente non permetto.
– Bonifazio se ne andò senza neppure aspettar risposta.
– Curioso tipo quel Bonifazio – borbottò lo zerbinotto.
– Ma dove va? – chiese il Godeau. Se non sa neppure la strada!
– Sarà andato a sellarsi il cavallo. Prima d’andarsene tornerà.
Difatti Bonifazio tornò subito, dopo neanche due minuti. Si fermò un po’ dinanzi a’ suoi compagni guardandoli alternativamente, quindi disse:
– Ci ho pensato meglio. È molto meglio che vada il signor marchese.
Il marchesino si strinse nelle spalle, ma gongolando interiormente.
– Va bene, andrò io, – disse.
– Le ho già sellato il cavallo. Eccole la spada e le pistole.
– A proposito di pistole, – disse il Godeau. – Se per caso il barone e il visconte giungono alla casa, per lei non c’è pericolo, perché è chiuso, ma sarà bene che spari qualche colpo dalle finestre. Se siamo vicini accorriamo subito. Ma è un caso quasi impossibile.
– Tanto meglio!
– Per la casa non può sbagliare. È sulla via di Romorantin, a destra, fuori di città, la prima.
– Ho inteso.
– Bussi forte perché a quest’ora Maigrelesec dorme di certo.
– Ho capito.
– Dica che vien da parte nostra.
– Va bene. Un’ultima domanda: Potrei mangiare, laggiù?
– Quanto vuole.
– Oh, finalmente! Volo.
E il marchesino se ne andò contentone.
CAPITOLO X.
Maigrelesec.
Contentone, è la parola. Vista la piega che pigliavano le cose, il marchesino gongolava. Contro i due terribili antagonisti egli aveva trovato ben quattro alleati. Non solo, ma intravedeva anche la probabilità di mangiare in pace un boccone. E, se vogliamo, i suoi compagni si erano addossati la parte più difficile e più pericolosa dell’impresa.
– In quanto a me, – borbottava il giovinotto – in quanto a me non ho nulla da temere. Il mio ufficio è il più facile e più sicuro. Se vengono non mi faccio vivo, se non vengono tanto meglio. Gesummio! Come mi sarebbe seccato di trovarmi al repentaglio! Che brutta cosa beccarsi un colpo di spada in pieno petto, quando si ha un giustacuore così elegante, con tutti questi bei fiocchi! Ma il pericolo è lontano, miei cari nastrini; io mi rifugio, mangio, mi riscaldo, schiaccio un buon pisolino e non ho nulla da temere.
Così dicendo il marchesino, che era giunto alla porta della Laujole, soddisfatto per la sicurezza non solo del suo bel giustacuore, ma anche e più specialmente per la pelle ad esso sottoposta, bussò con ripetuta insistenza alla porta sullodata.
Venne ad aprirgli quel Maigrelesec, di cui si è parlato più volte nei due capitoli precedenti della nostra gloriosa storia, che lo svizzero Hemmy, con benevolenza di correligionario, s’era contentato di chiamare « un poco pislacco», ma che il signore di Bredby e il duca di Sancerre avevano tutte le ragioni di chiamar mentecatto, maniaco e addirittura dissennato. Egli era figlio del maggiordomo di Francesco III conte de la Rochefoucauld, perito nella carneficina della notte di San Bartolomeo, il 24 Agosto del 1572. Come il La Rochefoucauld, anche il maggiordomo era ugonotto fanatico e i suoi figli ne avevano ereditata la religione. Maigrelesec s’era visto, a sei anni d’età, sgozzare il padre e la madre dinanzi agli occhi. Si capisce come una puerizia stentata e sciagurata, una giovinezza trascorsa in connivenza con i più arrabbiati nemici della Chiesa Cattolica fossero bastate a far di lui un maniaco. All’epoca in cui lo troviamo contava sessant’anni, era magro, calvo, sparuto e buffo oltre ogni dire.
Costui dunque aprì l’uscio al marchesino. Forse la sua mania sospettosa gli avrebbe impedito di farlo, se non fosse stato veramente ansioso di saper notizie della sua sorella ferita. Quando però si vide davanti un cavaliere fece un balzo e lo cominciò a squadrare in silenzio; infine lo apostrofò:
– Chi siete? Che volete a quest’ora? Chi vi manda, eh? Chi vi manda? Il re? Ditelo.
– Ma no, egregio valentuomo. Io sono il marchese Alfredo di Bellèvre.
– Tanto piacere, – brontolò l’altro. – E chi mi assicura che non siete un inviato del re, un incaricato di fare il colpo?
– Ma, caro e gentile amico, – riprese il marchesino con voce melliflua, – vi assicuro che non conosco il re neppur di vista.
– Davvero?
– Davverissimo.
– Lo giurereste?
– Perché no?
– Anche sugli Evangeli?
– Anche sull’Alcorano di Maometto.
– Che c’entra l’Alcorano?
– Non c’entra affatto. L’ho detto, così, tanto per dire.
– Insomma, l’avete detto. Avete detto Alcorano.
– Di Maometto, sì. Ma vi ripeto che l’ho detto così, per dire un libro qualsiasi.
– Voglio credere che non l’abbiate detto a malizia, perché sappiate che io son quel che i nuovi gentili chiamano un Ugonotto.
– Ecco, ecco! Ora capisco! – gli rispose il marchese come se la cosa lo interessasse moltissimo e sperando di propiziarselo in questo modo.
– Sì, giovinetto. Ed è il mio maggior vanto.
– Fate bene, ottimo galantuomo. Ognuno può aver le opinioni che vuole e, se gli fa piacere, può anche vantarsene a suo bell’agio. Io per esempio son d’opinione che mangiare quand’uno ha fame è la più bella cosa del mondo.
Il matto lasciò cadere la soave insinuazione del marchesino senza pensare a offrirgli subito un buon pranzo come l’altro sperava, Parve proseguire un po’ l’ombra di un proprio intimo pensiero, indi, squadrando ancora il marchese, gli domandò:
– E voi, allora, che cosa desiderate? Perché avete bussato alla mia porta?
– Ecco: io son qui per un affare importantissimo. Da otto giorni seguo due gentiluomini, insieme a tre servi armati. So che hanno lasciato qui i loro cavalli e le robe e…
– Alludete forse a quei due demoni miscredenti che hanno avuto qui una rissa sanguinosa seminando il terrore e la morte?
– Appunto – disse il marchesino con voce malsicura, mentre le gambe gli tremavano sotto. – Quello che ha il brutto vizio di cosare, di… come si dice?… di tirare i bottiglioni e i panchetti, è un privato del Re.
– L’avevo detto io! – gridò il pazzo, mentre il marchesino stimava opportuno indietreggiare di qualche passo. – L’avevo detto! Quella gente voleva la mia testa. Se la Provvidenza non poneva sei difensori tra me e loro, a quest’ora io sarei morto. Oh! imperscrutabili giudizi dell’Altissimo! – Ma proprio?
– Osereste porre in dubbio una verità così lampante? Signore, egli ha orecchi e non ode, egli ha occhi e non vede!
– Prego, io vedo benissimo, grazie a Dio. Non credo mica che Renato sia tipo di pigliarsela con un vecchio come voi, senza ragione!
– E chi è questo Renato di cui parlate?
– Sarebbe il compagno di questo capitano che tira le bottiglie e i panchetti.
– Voi dunque lo conoscete?
– Il capitano? No, per fortuna, e spero di non trovarlo mai.
– Ma Renato, l’altro, l’uccisore del mio fedele Lamettrie, quello a cui era destinata la bottiglia che ha colpito mia sorella?
– Renato? Renato di Ravignac? Se lo conosco! Si può dire che è il mio migliore amico. Vorrei avere tante parpagliole per quanti scappellotti m’ha affibbiato in vita sua. Appunto perché lo conosco bene, posso dire in coscienza che è un giovine incapace di…
Il marchesino s’interruppe e la parola gli morì tra la lingua e il palato. Certo, se avesse potuto immaginare le conseguenze delle sue parole, non avrebbe neanche fiatato. Il fatto sta che il suo interlocutore lo cominciò a fissare con quello sguardo speciale de’ matti che non si saprebbe dire se paia attentissimo o astratto, indi gli soffiò sulla faccia, contraendo le nari, scoprendo i denti e corrugando il naso:
– Il vostro migliore amico? Tu sei l’amico dell’assassino del mio Lamettrie? Tu sei l’amico d’un uomo incaricato di pigliarsi la mia testa e portarla a Luigi XIII?
Il marchesino allibì. Sta bene un po’ bislacco, ma scervellato addirittura non se l’aspettava. Con l’istinto che gli suggeriva la sua tremarella fece per voltarsi e far tela, ma il mentecatto fu a tempo a pigliarlo per la tracolla e tenerlo fermo al suo posto.
– Resta qui! – gli gridò con voce terribile. – Ah, traditore! Ah, infame! Ah, lusingatore! Tu sei dunque mandato dal Re? Di’ la verità, sei mandato da Teglathphalazar?
– Ma io… io non conosco questo signore. Io sono il marchese di Bellèvre…
Taci, taci, sconsigliato! Tu meriteresti d’esser lapidato come Nabot israelita!
– Io non ci ho colpa!
– E sei anche spergiuro, perché hai detto persino che avresti giurato sugli Evangeli. Anzi…
Il pazzo ammutolì a un tratto, indi dopo una breve riflessione proruppe con aria trionfale:
– Tu sei maomettano! Ah, lampo di luce!
– Mi meraviglio!
– Maomettano! Hai detto che avresti giurato sull’Alcorano. Ora che cos’è l’Alcorano se non la bibbia dei mussulmani? È così, è così. Dove ho sentito parlare d’un re che si serviva dei mussulmani per combattere contro i Cattolici, poiché non temevano appunto la scomunica papale? C’è una cosa di questo genere nella storia. Ah, mi ricordo! Un imperatore siciliano…
– Agamennone – suggerì il marchesino per tentare di rabbonirlo.
– No.
– Giustiniano.
– Neppure. Ho trovato: Federico II, lo svevo. Adesso Luigi XIII lo imita e si serve anch’egli di voialtri maomettani.
– Ma che maomettani!
– Sì. Del resto lo imita anche nel nome del padre…
– Del Figliuolo e dello Spirito Santo – non poté fare a meno d’aggiungere il marchesino.
– Nel nome del padre, sì. Forse il Bearnese non si chiamava Enrico IV? E il figliuolo del Barbarossa non si chiamava anch’esso Enrico IV?
E Maigrelesec, molto soddisfatto del suo magnifico riavvicinamento storico tra lo svevo scomunicato e il francese cristianissimo, eseguì un ballo di sua invenzione dinanzi al marchesino esterrefatto. Indi riprese:
– Tu sei dunque un fedele di Allah?
– No, signore, – ripeté il marchesino timidamente. – Io, veda…
– Sì, lo sei, e basta così!
– Basta! Quando garba a lei, per me, si figuri!
– E dunque vicina la fine del mondo?
– Speriamo di no!
– Ecco, egli teme la morte! E che? Vorreste campare centodieci anni, come Giosuè, figliuolo di Nun, servitor del Signore?
– No, amico mio…
– Ebbene, io veggo i segni dell’Apocalisse! I disegni del Cardinale contro la Roccella! Il marito della concubina dell’Anticristo! I nuovi martiri! E tu, o giovane più sciagurato che colpevole…
– Ma io non c’entro…
– Tu, o giovine maomettano…
– Maomettano un corno!
– Tu ti unisci allo scagliatore di bottiglioni, all’uccisore del mio povero Lamettrie, e hai accettato l’incarico di ammazzarmi. Lo so che il re vuol la mia testa. Lo so. Abbandona dunque a Baal la sua vittima! Gitta ai leoni il martire! Dio ti farà pentire, poiché io grido verso di lui dall’abisso: Clamo de profundis, come dicono i nuovi gentili!
– Ma io non sono un leone.
– Tu sei un maomettano!
– E batti col maomettano!
– Oh, aspetto fallace degli uomini! Ecco un giovine bello…
– È vero che son bello? – disse il marchesino pavoneggiandosi ed andando in sollucchero. – Guardi che bel giustacuore che ho!
– Sì, tu sei bello, o mussulmano: tu hai l’aspetto di Eloa, ma hai l’anima di Astarte.
– La prego di non mi offendere, poffarbacco! Io non ho l’anima di nessuno. Senta come sono andate le cose, se permette…
– No, no, io non permetto nulla. Non permetto che tu aggiunga frode a frode, menzogna a menzogna. Dicevi di chiamarti Bellèvre? Sì, un bel labbro, ma bugiardo!
– Prego, io sono un gentiluomo.
– No! Tu sei…
– Un maomettano. E batti!
– Sì. Tu avrai uno di quei nomi che un mio amico molto dotto di Montdidier mi raccontava d’aver trovato nei libri di favole arabe come Assad, Aladdin, Ali, Sindbad, Giafar.
– Ma che Assad! Ma che Ali!
– Non ti chiami Ali?
– No.
– Neppure Assad?
– Neppure.
– Allora ti chiami Aladdin.
– Ho detto di no.
– Basta, non voglio discutere e ti chiamerò Giafar.
– Ma…
– Basta, Giafar! Ascolta, piuttosto: io mi valgo d’un mio diritto se cerco di difendermi dalle tue insidie. M’intendi, Giafar? Tu vieni qua per uccidermi, io ti riduco all’impotenza, io ti impedisco di nuocermi: nulla di più giusto, nulla di più equo. Ebbene, vedi tu quella porticina, Giafar? – E in così dire il pazzo indicava al marchesino annichilito una piccola porticina su cui era scritta col carbone la parola « Cave », cantina. – In quella cantina tu rimarrai rinchiuso a mio beneplacito.
Non s’immagini il lettore che io gli descriva adesso una colluttazione accanita tra il fanatico e il nostro pusillanime cavaliere. Il primo prese per un orecchio il secondo e in quattro e quattr’otto lo spinse e lo rinchiuse dentro. Tal quale, né più né meno. Mi dispiace per il cattivo concetto che il lettore si farà certamente del nostro zerbinotto, ma la cosa andò così e non altrimenti. Maigrelesec, compiuta la sua facile impresa, accostò il viso irsuto all’assito della porticina, e, per ultima consolazione, inviò al marchesino le seguenti poche, ma espressive parole:
– Addio, Giafar! Sai come dice il primo salmo davidico? Discedite a me, omnes qui operamini iniquitatem!
CAPITOLO XI.
Gargan e la pistola.
Inutile dire che il capitano Spaventa e i suoi tre compagni, stando nella camera al disopra degli ugonotti e dei servi, non avevano perduto una parola de’ loro discorsi. Sia origliando all’uscio sulla scala, sia facendosi rapportar le cose dall’oste, avevano inteso tutto quel che poteva occorrere ai loro progetti. Intanto eran contentissimi del magnifico granchio che avevano pescato i loro persecutori immaginando di avere a che fare con le medesime persone. – La mia panchettata a Blasquet – disse il capitano – è servita a qualche cosa. Io passo, in grazia del bottiglione di mylord, per il più formidabile incocciatore di zucche che viva sotto la cappa del cielo.
E veramente il capitano propose subito di scendere e sbarazzarsi in un batter d’occhio di tutta quella marmaglia. Renato gongolante aveva la medesima voglia di menar le mani.
– Non capisco – diceva – come quello zuzzurullone di Bellèvre abbia osato unirsi ai miei servi e mettersi alle mie calcagna. Si vede che s’è dimenticato il sapore delle mie scoppole. Mi struggo di servirgliene un’altra porzioncina ammodo.
Ma i due bellicosi gentiluomini trovarono nei loro nuovi amici consiglieri più tranquilli e prudenti. Quattro contro otto, in un luogo chiuso, qualche colpo di pistola, non si sa mai; meglio aspettare un momento più propizio, e liberarsi di tutti in modo sicuro e definitivo. I quattro ugonotti, tra cui un fegatoso come il Crodaille, un bruto e feroce come l’Hemmy, un arruffone imbestialito come il Godeau, un ghiottone da taverna come il Bigourdau, messi fuor dei gangheri dall’uccisione d’un compagno e l’accoppamento d’un altro, non eran tipi da misurare a canne i loro colpi o darli a patti, trovandosi in un tafferuglio. Dunque, prudenza.
Quando Bonifazio era andato nella stalla, Renato aveva detto:
– Buona notte, signori! Ora vede i cavalli e siamo scoperti.
Sennonché Bonifazio era tornato senza far mostra d’aver visto e riconosciuto il cavallo del suo padroncino fuggitivo e, come abbiamo visto, aveva mandato il marchesino da Maigrelesec. Partito il marchesino, a cui Bonifazio stesso aveva sellato il cavallo Gargan, nonostante il parere di Godeau che voleva subito mettersi a frugare tutte le locande di Beaugeney, tutti decisero d’andarsi a riposare e rimettere le ricerche alla mattina di poi per tempo.
– Infatti – fece giudiziosamente osservare il servo Lubin – siamo tutti stanchi morti da raccattarsi col mestolo. È buio pesto. È tardi. Adesso che il marchesino è a guardia della casa di questa Maddalena, non c’è pericolo che ci sfuggano. La meglio è mangiare e fare una buona dormita.
L’idea di Lubin fu seguita. I tre servi credettero opportuno di dilapidare qualche scudo del conte di Chateau-Noir per offrire ai quattro nuovi alleati una cenetta innaffiata da qualche bottiglia di vino di Angiò, con molta soddisfazione di Willhelm Hemmy, beone insigne, a cui, nonostante che fosse svizzero, il vino garbava molto più della birra. Dopo la cena, i quattro calvinisti salutarono e se ne andarono ciascuno a casa propria non senza prima aver fissato di ritrovarsi la mattina dopo prestissimo alla porta del Cervo d’Oro. Per dare un’idea di che brava gente fossero, basta dire che nessuno di loro pensò di andare ad informarsi dello stato della Laujole e del compagno, o della famiglia di quel Lamettrie ucciso dal La Ferronière. Lo zelo religioso era per loro una scusa, come per non pochi malviventi e marrani di quel tempo, per attaccar brighe e spolverare qualche tasca ben fornita. Certo se il generoso lord e il suo nobile compagno non fossero riusciti a sfuggire incolumi alla rissa si sarebbero appropriati la loro roba e chi s’è visto s’è visto. Ma erano gentiluomini di apparenza troppo cospicua e risoluta per crederli capaci di subire in pace un ladroneccio di quella sorta. Meglio dunque sbarazzarsene colla scusa di vendicare i compagni. Vede bene il lettore da questi brevi cenni che non erano davvero quattro stinchi di santo.
Per tornare ai quattro gentiluomini, essi dunque dormirono tranquillamente nelle loro camere, mentre i tre servi, ignari affatto, almeno Lubin e Friquet, di avere il loro padroncino a due passi, se la dormivano per conto loro in un’altra camera.
La mattina dopo, all’albeggiare, quando il capitano si destò, il locandiere accorse presso di lui, l’informò che i servi già alzati erano alla porta dell’albergo e aspettavano i compagni. Allora tutto andò liscio come un olio. Per dirla in quattro parole, lo Stanhope e il La Ferronière scesero disinvolti e tranquilli, coperti da due vecchi cappelli offerti dall’oste, e passarono sotto gli occhi dei tre servi, zufolando e con le mani in tasca. I servi, che non li conoscevano, li lasciarono naturalmente passare senza neanche osservarli. I due girarono di fianco alla locanda, trassero dalla stalla i cavalli dei loro amici e presero difilati la via di Romorantin.
Non era passata mezz’ora che anche i quattro ugonotti eran riuniti ai servi davanti al Cervo d’Oro. Il Bigourdau portava a mano un bel cavallo sellato e raccontò il caso strabigliante che lo aveva trovato solo, con le redini sul collo, che trotterellava per le vie deserte e semibuie di Beaugeney.
Alla prima occhiata i servi gridarono:
– Corpo di Bacco, ma questo è Gargan!
– È Gargan sicuro!
– Il cavallo del marchesino!
Lo stranissimo caso li tenne un po’ perplessi.
– Ma sì, – ripeté Bonifazio – questo cavallo è quello che io stesso ho sellato iersera per il signor marchese.
– Che mistero è questo?
– Andiamo a sellare i nostri, – propose Friquet, – e corriamo subito a cercar il marchese.
– Fermi, vado io! – gridò prestamente Bonifazio, con una premura singolarissima, proprio inadeguata alla circostanza.
– No, no – gli rimbeccarono Lubin e Friquet. – Veniamo anche noi ed ognuno si sella il suo per far più presto.
Bonifazio, che era già svoltato e corso alla stalla, appena data un’occhiata si rasserenò e rispose un « Benissimo! » ai due compagni sopraggiunti. Ora, mentre i tre servi trafficavano intorno ai cavalli, Renato e il capitano, avvisati premurosamente dall’oste che il momento era propizio, non fecero altro che passare con olimpica serenità sotto il naso dei quattro ugonotti. Inutile dire che l’oste era stato profumatamente pagato dai quattro gentiluomini.
Così dunque si sciolse felicemente il primo atto di questo curioso intrigo, e mentre il bearnese e il parigino approfittavano del fatto che gli ugonotti non li conoscevano per raggiungere i due compagni, questi alla loro volta, avevan potuto far la stessa manovra reciprocamente coi servi.
– Un bel caso, corpo di quattrocento diavoli! – disse ridendo il capitano, quando insieme a Renato ebbe raggiunto fuori di città il magro lord e il duca, che tenevano i loro cavalli. – In parola, se l’avessi visto rappresentare in commedia, mi sarebbe parso inverosimile!
E tutti e quattro, allungato il passo, giunsero alla casa di Maigrelesec. Strada facendo avevano deliberato il da farsi. La cosa più semplice era quella di ripigliare la roba e i cavalli dello Stanhope e del Sancerre, e pigliar la via di Parigi, ma non poche considerazioni indussero i quattro signori a rimaner nella casa ed aspettare servi ed ugonotti. Renato non se la sentiva di aver sempre alle costole i suoi sguatteri e contava di persuaderli a tornare a casa sia con le buone, sia con le cattive. Anche il duca de La Ferronière, che era del Berry, che aveva spesso faccende a Beaugeney, intendeva di risolvere la sua quistione con quella gentaglia di malaffare, senza lasciarla sospesa con un morto sulla coscienza e con quattro vivi alle spalle. In conclusione, deliberarono di rinchiudersi nella casa di Maigrelesec e d’aspettare i loro sette avversari. Dopo, le circostanze li avrebbero consigliati.
Intanto una prima difficoltà per loro fu quella di entrare nella casa. Per quanto bussassero, strepitassero, gridassero e bestemmiassero Maigrelesec non si fece vivo. Dentro la casa il silenzio era assoluto. Un solo momento, quando i quattro gentiluomini producevano insieme un baccano d’inferno, si udì una specie di lungo gemito che pareva giungesse di sotterra. Renato credette di riconoscere la voce del marchesino. A quel gemito rispose una specie di grugnito, che accompagnava due parole straordinariamente misteriose: «Chetati, Giafar!» Poi più nulla. Finalmente il duca di La Ferronière, il più gagliardo e tarchiato dei quattro, si diede a misurare calci poderosi e maiuscoli alla porta, finché non l’ebbe sgangherata tra i complimenti e i plausi dei compagni.
Intanto il marchesino che, tra parentesi, aveva trascorso in cantina la più orribile, la più spaventosa e tragica notte della sua esistenza, riconoscendo tra le grida e i colpi di fuori anche la voce squillante e argentina del visconte Renato, si rammentò il consiglio datogli la sera avanti dal Godeau, nel caso appunto che i due gentiluomini giungessero alla casa, quello cioè di sparare qualche colpo di pistola per attrarre l’attenzione degli amici non lontani. Non gli mancava il modo, poiché il pazzo lo aveva rinchiuso senza disarmarlo ed egli aveva seco l’arma e l’occorrente per caricarla; eppure, bisogna confessarlo a sempiterna vergogna del marchesino, egli non sapeva tirare un colpo di pistola. Il lettore crederà che racconti una fandonia, eppure è così. Prima di tutto il nostro galante e spappolato giovinetto aveva sempre avuto una insuperabile diffidenza delle armi da fuoco e, per quanto non gli fossero mancati maestri eccellenti per apprenderne il maneggio, le aveva viste volentieri a distanza. E poi, in quel tempo, tirare un colpo di pistola era una faccenda complicata, difficile e anche un po’ pericolosa, per l’imperfezione dell’arma. La pistola si caricava dalla bocca con palla, polvere e stoppaccio pigiati per mezzo d’una bacchetta. Poi occorreva alzare il cane col pollice e assicurarvi la pietra focaia, indi porre qualche granello nello scodellino, indi tirare sperando un pochino nella divina provvidenza. Non parliamo poi del moschetto. Per quello occorrevano le più complicate lungagnate. Prima bisognava accendere una miccia con 1’acciarino, poi, puntare il moschetto per mezzo d’una forcina che doveva esser piantata in terra, poi dar fuoco. Insomma il maneggio delle armi da fuoco era una vera scienza pratica, che il marchesino si guardava bene dal possedere, occupato com’era di nastri, galloni, trine, passamani od altre simili cianfrusaglie. Così, dopo aver rigirato alquanto la pistola tra le mani, la depose delicatamente per terra e sospirò.
Intanto i quattro gentiluomini irrompevano allegramente nella casa e, senza curarsi del pazzo che li aspettava in silenzio, assumendo la severa e ispirata attitudine di un martire, aprirono la stalla, vi unirono i quattro cavalli, chiusero, sprangarono, rimisero la porta nei gangheri, si barricarono con tutte le sedie e tavolini che poterono trovare, quindi, avendo i due ritrovato i loro mantelli, i loro cappelli, le loro robe, diedero un gran sospirone di sollievo.
– Ed ora ben vengano gli ugonotti e i servi! – disse il capitano.
– Ma, a proposito – chiese Renato. – Dove sarà mai il mio amico di Bellèvre?
– Bravo! Domandiamolo a lui – disse il barone avvicinandosi a Maigrelesec. – Dite un po’, galantuomo: Non venne qui iersera un giovine cavaliere?
– Intendi dire il giovane mussulmano?
– Quale mussulmano?
– Il tuo complice, il bel Giafar.
– Giafar? Il mio complice? Ma dove? Ma come? Complice in che cosa?
– Non siete inviati dal Re? Non puoi negarlo. Anche Giafar lo ha ammesso. E poi riconosco i due infedeli di iersera. Ecco là quel biondo tiratore di bottiglioni. E quel bruno, non è forse l’uccisore di Lamettrie? Uccidete anche me e portate il mio capo al re della nuova Babilonia. Dite a colui che i Gentili chiamano «il Giusto», come sa morire chi…
– Basta – interruppe il capitano. – Diremo e faremo quel che ci parrà. Intanto vogliamo sapere dove diavolo s’è cacciato il marchesino.
– Il maomettano Giafar?
– Sì – disse lord Filippo. – Si vede che l’avrà ribattezzato a modo suo.
– Ebbene, ascoltate, o empi: Il maomettano Giafar non è più su questa terra!
– Morto?
– Non è possibile!
– Abbiamo sentito la sua voce poco fa.
– Non è più su questa terra, perché io l’ho rinchiuso…
– Dove?
– L’ho rinchiuso giù in cantina.
A questa risposta i quattro diedero la via ad una risata concorde. Il capitano proruppe:
– In cantina? Bravo Maigrelesec! Ottima idea! Là dentro non ci disturberà certo. Soltanto, povero giovine, morirà di fame.
– È vero! – disse Maigrelesec, colpito dalla giustezza dell’osservazione.
– E poi si annoierà. Poveretto! Così solo, rinchiuso… E voi, esempio di carità evangelica, vorreste lasciarlo, corpo di mille diavoli, in quell’oscuro abisso di perdizione che è una cantina?
– Vuota – aggiunse il pazzo.
– Vuota! Capite? Pazienza, la fosse piena di buon vino! Ma niente. Che strazio!
– È vero! – ripete il pazzo, commosso al pensiero del povero recluso. – Egli è però un reprobo, un avversario, un miscredente…
– Sciagurato argomento! Sillogismo difettivo! Ingiusta cogitazione! Ciò è contro i precetti del Signore. Egli è la centesima pecorella smarrita e non bisogna abbandonarlo. Povero Coso, come si chiama? – Giafar.
– Povero Giafar! Forse invoca la luce. Chi sa che buio ci farà là dentro! Forse egli aspetta la folgorante eloquenza d’un uomo che lo converta alla vera fede…
Non ci voleva di più per accendere il fervore del fanatico:
– Io, io lo farò. A me, a me! – gridava tutto fremente. – Voglio andare a convertire Giafar. Presto, presto!
– Bravo, corpo di centomila diavoli! Ma non avrete paura di lui?
– Paura io? Oh no, – rispose l’altro con un risolino. – Anzi m’è sembrato piuttosto di animo debole e forse un pochettino pusillanime.
– Davvero? Questo si chiama esser furbi! Un pochettino, eh? Infatti m’era parso anche a me.
– Aspettate che prenda un po’ di cibo. Vado a convertire…
– La centesima pecorella.
– Sì, la pecorella smarrita.
– Come pecorella non c’è che dire; non , potrebbe essere meglio in carattere.
Il capitano, felice di sbarazzarsi del matto, che avrebbe potuto riuscire impiccioso al momento delle sorbe, gli mise sulle braccia una gran quantità di provvigioni, che la Laujole
teneva in cucina, come prosciutti, salsicce, cacio, pane ed altro. Non dimenticò di aggiungere cinque bottiglioni di Chambertin, precisamente di quei bottiglioni che il giorno avanti avevano servito così bene allo Stanhope per far crepare il calvinista vituperatore di Buckingham. Maigrelesec aggiunse di suo la Bibbia al salame e, carico di tanto ben di Dio così materiale come spirituale, scomparve per l’usciolino della cantina. Appena dentro costui, il capitano chiuse a doppio giro e se ne venne.
Passarono così un paio d’ore, occupate dai gentiluomini a giuocare a dadi con accanimento ferocissimo. Il sole era già alto. Gli ugonotti e i servi, che il cavallo Gargan aveva attratto nei pressi della casa della Laujole, cominciavano a impazientirsi del loro infruttuoso appostamento, quand’ecco rimbombò improvviso un colpo di pistola. Essendo il colpo partito proprio dalla cantina, i quattro gentiluomini balzarono in piedi. Dal canto loro ugonotti e servi si guardarono attoniti.
– Il signor marchese ha sparato – disse il Godeau. – E segno che i nostri due cavalieri sono alla casa. Corriamo, corriamo!
CAPITOLO XII.
L’influenza del vino di Chambertin sul savio e sul matto.
Il marchesino era fuor della grazia di Dio. Aveva passato la notte a pigliar le pispole in una cantina ghiaccia e buia, digiuno, avvilito, incerto sulla sorte del suo cavallo Gargan che si rammentava d’aver lasciato libero, bussando alla porta di Maigrelesec, in sua malora. Il suo tormento maggiore era però una fame da lupi, superiore a qualsiasi immaginazione. Più volte s’era ripetuto la angosciosa domanda se gli convenisse mangiarsi il cuoio degli stivali, quando sentì, in cima a quella medesima scaletta che la sera avanti aveva dovuto ruzzolare al buio, un rumore di chiavistelli. Nello stato in cui si trovava, qualunque rumore sentisse intorno era per lui un soprassalto e una ragione di terrore. Figuriamoci dunque fino a che punto arrivò la sua paura quando sentì un passo scendere i pochi gradini, e si vide comparire dinanzi agli occhi Maigrelesec in persona. Il pazzo lo guardava con un certo sguardo tra imbambolato e svenevole, in cui traspariva un certo senso di benevolenza, che però non bastò davvero a tranquillare il malcapitato. Dopo qualche attimo di raccoglimento, il fanatico prese a parlare con voce tremola e ispirata:
– Giafar, ascoltami e tendi bene l’arco del tuo intelletto a ciò che io ti dirò. Mi ascolti, è vero?
– Si figuri! – gli rispose il marchesino, fermamente determinato a secondarlo scrupolosamente in tutto per tenerlo buono.
– Ebbene, o giovine devoto dell’Alcorano e di Allah, io son certo che del tuo culto idolatra tu non sei intimamente pago.
– Crede proprio?
– Ho detto ne son certo.
– Difatti, le dirò che Allah, in fondo in fondo mi garba poco…
– Vedi dunque, Giafar: in te già parla la voce del vero Iddio. O giovine sciagurato, o derelitto, o traviato: convertiti, torna alla fede e alla luce, segui l’impulso più profondo dell’anima tua e prostrati dinanzi al Signore!
Il marchesino, che ascoltava Maigrelesec con aria compunta, sforzandosi di capire quel che rimuginava in quel suo cervello strampalato, credette finalmente d’aver mangiata la foglia:
– Costui mi vuol convertire alla religione Calvinista. Bah, un gusto come un altro! Sarà meglio secondarlo per non farlo uscire dai gangheri.
Il pazzo non lo perdeva d’occhio.
– Tu lotti, è vero? La tua mente è combattuta. Coraggio! Vinci! Prostrati!
– Ebbene, sì! – urlò il marchese con enfasi, recandosi le palme alla fronte e cadendo in ginocchio. – Ecco, io mi prostro e benedico te che mi salvi dalla menzogna in cui mi perdevo.
La frenesia giubilante che invase Maigrelesec sfida qualunque abilità descrittiva. Per raccontare le feste, i daddoli, i baci, gli abbracci di cui ricolmò il marchesino rincitrullito, occorrerebbero quattro pagine intere. Basti dire che a un certo punto egli attaccò un ballo sfrenato e quell’altro poveraccio fu costretto ad imitarlo fedelmente, tanto da lasciar perplesso il più perspicace spettatore eventuale su quale dei due fosse il matto e quale il savio.
Improvvisamente Maigrelesec si fermò su due piedi. Il marchesino l’imitò con simultanea premura, ed eccoli tutti e due immobili a guardarsi, il vecchio con tenerissima dolcezza, e il giovane con un vago senso di inquietudine.
– Non vorrei, – pensava, – non vorrei che gli avesse a pigliare un accesso di furia.
– Giafar! – gli disse il matto guardandolo fissamente. – Giafar, io indovino il tuo pensiero!
– Ahi! – pensò l’altro. Indi, facendo i più lodevoli quanto infruttuosi sforzi per mettere insieme un sorriso affabile e disinvolto, disse: – Quale pensiero, mio carissimo amico?
– Giafar… Anzi a proposito: adesso che ti sei convertito bisogna che tu lasci codesto nome mussulmano. Ti chiamerai…
– Alfredo – suggerì l’altro.
– Niente Alfredo. Ti chiamerai Ezechiele. O meglio: Geremia. Son nomi di due libri del Vecchio Testamento. Ed anche Giosuè. E il sesto, secondo San Girolamo. Un bellissimo nome. Bellissimo anche Deuteronomio. Ti va.
– Sì, sì.
– Allora ecco i tuoi nomi: Geremia, Ezechiele, Deuteronomio, Giosuè.
– Benissimo: Geromonio, Zelechia, Deuterochiele… Deunero… Basta! Siamo intesi.
– Dunque, Geremia: io ho letto il tuo pensiero.
– Ahi, ci siamo! – pensò il marchesino. – Ora gli piglia un accesso.
– E il tuo pensiero è che tu ti senti una certa uggiolina allo stomaco…
– Io? Che uggiolina?
– Ma su, via, confessalo! Anche la carne ha i suoi bisogni…
– Cioè?
– Cioè, son sicuro che tu devi avere un certo appetito.
– Giusto cielo! – proruppe il marchesino. – Ma quest’uomo è un portento! Caro amico mio, come hai potuto indovinare i pensieri più riposti del tuo Neuretodomio? Sappi che non mangio da venti ore. Al Cervo d’Oro non c’è stato verso. Iersera speravo di mangiar qui, se tu non mi avessi…
– Ebbene, dimentica il passato, mio diletto Geremia – lo interruppe Maigrelesec intenerito. – Qui in cima alla scaletta troverai di che soddisfare lautamente il tuo stomaco…
Il marchesino non lo lasciò finire. Non corse, si precipitò. Pareva una belva impasta da una settimana. Gettò un grido di gioia alla lieta vista di tanto commestibile, indi giubilante, raggiante, trionfante, tornò indietro a passo di pavana protendendo nella mancina un prosciutto e stringendosi amorosamente al petto con la destra un bottiglione e una filza di salsicce.
Entrambi si sedettero bravamente per terra e il loro memorando simposio incominciò. Maigrelesec, per impartire al suo nuovo proselite una conveniente istruzione religiosa, parlò tutto il tempo di teologia con citazioni latine a bizzeffe. L’altro approvava e ingozzava, ingozzava e approvava, rimpinzandosi
a quattro palmenti. In capo a mezz’ora aveva la testa rintronata e la trippa zeppa. Anche il matto del resto non fece complimenti e spolverò la sua parte in un fiat. Si sa, la roba salata mette sete e i due commensali non murarono, come suol dirsi, a secco. Cominciarono a passarsi la bottiglia per darle spessi e lunghi bacini, poi se ne presero due per ciascuno e, bacia che ti bacio, tracannarono lo Chambertin a gargana, sgocciolandosi due bottiglioni e mezzo, dico due e mezzo, a testa. A questo punto la loro sbornia si fece tenera e abbracciatora. Maigrelesec raccontò al marchesino tutte le sue disgrazie fin dalla più tenera infanzia; il marchesino gli rispose che il capitano Spaventa gli incuteva una maledettissima paura. Il pazzo gli giurò che lo avrebbe difeso anche a costo della vita. Allora il marchesino gli confessò che non sapeva neppur caricare una pistola. Maigrelesec gli rispose ridendo che voleva diventare il suo maestro di tiro a segno. Detto fatto, il pazzo agguantò la pistola scarica, diè di piglio alla polvere e tutto e, non senza un lungo armeggio, la caricò. Poi spiaccicò al muro una salsiccia avanzata dal festino e manifestò la sua intenzione di imbroccarci alla prima a dieci passi di distanza. Il marchesino si trasse carpone alla scaletta e vi si inerpicò lestamente. Ciò fatto, si turò le orecchie con tutte e due le mani.
– Ci sei, Geremia? – gli chiese il pazzo.
– Ci sono. Dagli sodo! – rispose il marchesino con voce malsicura.
A buon conto gli fece ruzzolare tutti i gradini. Maigrelesec si appoggiò al muro con una gran risata, poi, tossendo per il fumo che gli andava in gola, disse con un sogghigno:
– Bisognava che invece della salsiccia ci fosse stata la testa di Luigi XIII, caro Deuteronomio!
CAPITOLO XIII.
Le tribolazioni del marchesino di Bellèvre.
L’improvviso colpo di pistola impensierì alquanto il capitano Spaventa e i suoi tre compagni, non già perché temessero che fosse stato udito dai loro persecutori, ma perché un matto e un codardo rinchiusi insieme in una cantina potevano esser giunti a qualche eccesso.
– Dio sa che cosa è accaduto tra quei due. Andiamo a disincerarci, visconte. Voi intanto – disse il capitano rivolto al lord e al duca – state all’erta alle finestre, perché i nostri avversari possono capitarci qua da un momento all’altro.
Ciò detto, il moschettiere, seguito dal suo giovane amico in una certa apprensione, scese a precipizio, aprì la cantina e vi entrò. Non v’ebbe fatto un passo che tornò subito tranquillo. Anzi una smodata ilarità s’impadronì di lui e del visconte, dinanzi allo spettacolo che si videro davanti agli occhi. I due sedevano per terra tra le bottiglie, gli avanzi, la pistola e la Bibbia, discutendo molto gravemente di teologia. Il pazzo diceva al marchesino, già spinto al limite estremo del rintontimento:
– Osi tu, Geremia, avversare un’opinione che lo stesso Tommaso d’Aquino professa ripetutamente nella «Summa»? Mi sovviene d’un passo che una volta sapevo tutto a memoria: «Corpora celestia non possunt esse per se causa operationum liberi arbitrii; possunt tamen ad hoc dispositive inclinare».
– Però – gli rispondeva il giovinotto – però la salsiccia… nonché San Girolamo con la testa di Luigi XIII… Aiuto! Aiuto! Son morto! Ecco là il capitano Chambertin con Ezechiele, cioè, no, volevo dire con Renato! Difendimi, amico! Me lo avevi giurato! Se non mi difendi torno maomettano come prima!
Queste ultime parole sconnesse, prorotte con voce tremante dallo spavento, derivavano dalla vista improvvisa dei due sopravvenuti. Riconosciuto Renato, gli era stato facile supporre in quell’altro maestoso signore quel capitano Spaventa che tanto lo spaventava. Del resto la casacca turchina da moschettiere, crociata e ricamata, bastava a farlo riconoscere.
Maigrelesec non si diede per intesa delle grida del marchesino. Egli continuò a borbottare con quel tono svenevole e immelensito proprio degli ubriachi:
– Lasciami finire la mia citazione, carissimo Deuteronomio: in quantum imprimunt in corpus hunianum et per… et per,…
A questo punto il pazzo, trovava una lacuna nella sua memoria, si coricò di fianco e si raggomitolò continuando a brontolare:
– Consequens… in vires… in vires sensitivas… qua sunt actus… actus… actus…: basta, non me lo rammento più, Geremia.
Il marchesino fissava il capitano, atterrito e impietrito come se avesse visto Medusa.
Scosse un po’il matto e gli diede un pugno in una spalla; ma quegli, che aveva chiuso gli occhi, li riaprì lentamente per un attimo e balbettò alzando il capo:
– Cantra inclinationem coelestium corporum homo potest per rationem operari.
Indi si addormentò definitivamente e cominciò a russare come un mantice da fabbro ferraio.
– Mamma mia! – gemé il povero marchesino, vedendo il capitano avvicinarsi a
lui grave e accigliato, mentre il visconte Ravignac si teneva le costole dal gran ridere. – Ora il capitano mi farà a pezzettini! Ma il capitano, nonostante il cipiglio che si divertiva ad assumere, non aveva però idee tanto cannibalesche:
– Alzatevi! – disse bruscamente al marchesino porgendogli la spada e il cappello raccolti per terra.
Il marchesino tremava come una foglia.
– Ohimè! – gemette. – Giusto cielo! Forse che voi avreste… forse che voi avreste l’idea di cimentarvi con me?
– Alzatevi, ripeto, corpo del diavolo! Sebbene il malcapitato non istesse punto
bene in gambe, la paura gli fece trovar la forza d’alzarsi precipitosamente e rimaner diritto come un fuso.
– Perché avete sparato la pistola?
– Non sono stato io. E stato Coso, qui, San Girolamo, che aveva giurato di difendermi, brutto vigliacco! – e, tanto per isfogarsi diede un calcio al dormiente, il quale però seguitò a russare in modo anche più fragoroso di prima.
– E perché ha sparato?
– Mi voleva insegnare il tiro a segno con la salsiccia di Luigi XIII.
– Che sia ammattito anche lui? – disse Renato.
– No, – gli rispose il capitano – quest’uomo è briaco fradicio. Io me ne intendo, corpo di dugentoventidue diavoli! Ehi, giovinetto! Vi piace lo Chambertin?
– Mi piace anche il vino di Angiò e quello di Champagne.
– Bravo! – urlò il capitano, mentre l’altro dava uno scossone. – Siete un buongustaio?
– Non c’è male, grazie.
– Me ne compiaccio. Ed ora venite su con noi.
– Bontà divina! Forse mi conducete a morire? Quand’è così chiedo di morir con lui,
– e indicava col gesto il mentecatto addormentato – perché egli è il mio unico amico.
– Venite su con noi, – vi ripeto, – corpo di cento diavoli!
– Ma io…
– Se non venite vi taglio il naso!
– Vengo.
E il marchesino s’infilò la tracolla, si mise il cappello e s’avviò. Soltanto per infilarsi la tracolla gli occorsero i più straordinari contorcimenti. Il cappello gli cadeva sugli occhi. Per salire i pochi gradini della scaletta dovette risolvere i più ardui problemi di statica e d’equilibrio e, se non fece un capitombolo, fu un miracolo insigne.
– Ed ora, – gli disse il capitano dandogli sulle spalle una gran manata che gli fece piegare le ginocchia – ed ora, giovinotto, bisognerà rigar diritto ed obbedire, perché abbiamo bisogno dell’opera vostra.
– Sis… signore.
– Tra poco giungeranno i nemici.
– Sis… signore.
– E voi fungerete da parlamentario.
– Ohimè!…
– Niente paura. Intanto vi presento milord
Filippo Stanhope, conte Chesterfield e il signor Lorenzo La Ferronière duca di Sancerre. Io sono Bonifazio Marcassoux, barone di Rochevert. Conoscete il visconte. Marchese, abbiate la compiacenza di presentarvi.
– Io?
– Sì, voi.
– Egli è che… egli è che è una cosa un po’ difficile. Tutto sta nella religione che professo. Da cattolico, dunque, mi chiamavo Alfredo, Alfredo di Bellèvre… Però quando fui mussulmano mi chiamai Giafar.
– Ma quando vi faceste mussulmano?
– Non fui io. La colpa è d’un imperatore di Sicilia.
– Quale imperatore!
– Mi pare Federico Barbarossa. Almeno così m’ha detto Maigrelesec.
– Eppoi?
– Eppoi mi son convertito alla religione evangelica e mi chiamo Geremia. Avrei altri
nomi ma, non mi riesce dirli. Li troverete nel Vecchio Testamento…
Mentre il marchesino così parlava tra le risa clamorose di tutti, perché la sua sbornia era la cosa più amena e comica di questo mondo, ecco, subitamente, un baccano d’inferno, grida, colpi, imprecazioni. I servi e gli ugonotti, armati di tutto punto, animati da intenzioni ferocissime e minacciosi oltre ogni dire, eran giunti alla casa e ne intraprendevano l’assedio.
E i quattro gentiluomini assediati si preparavano a sostenerlo bravamente, come valenti e prodi. Davvero era uno spettacolo allegro e confortante quello del loro gagliardo e spensierato coraggio. Un sorriso aperto e sdegnoso illuminava il volto di ciascuno come d’un lampo marziale. Un verbo catulliano, vigescere, dà un’idea del rapido atteggiarsi delle loro energie gentili. Renato, con quel suo volto quasi imberbe di adolescente, era adorabile con quel cipiglio risoluto, fresco, disinvolto. Il patrizio inglese mostrava la sicurezza del suo imperturbabile, quasi direi compassato, valore nordico, degno del grande e glorioso sangue che gli scorreva nelle vene. Il duca vigoroso, aitante, quadrato di spalle e di torace, mostrava la sua disciplinata forza fisica. Il capitano dei moschettieri ben rassembrava poi il fiore d’ogni gagliardo, più vivido del primo, più intrepido del secondo, più possente e maestoso del terzo, pareva nato per vivere nel pericolo e per espandervisi con generosa virtù. In verità pochi spettacoli al mondo valgono in bellezza quello degli uomini combattenti un contro l’altro, e l’autore di queste pagine si sofferma un po’ nel bel mezzo del suo raccontino per esprimere tutto il suo rammarico e tutto il suo rimpianto nell’osservare che i tempi delle imprese, delle lotte aperte e delle avventure sono da troppo tempo e irrimediabilmente trascorsi.
Il marchesino di Bellèvre, come molti poltroni d’oggi, non era però di questa opinione, poiché considerava le briscole e le nespole cose brutali e rozze. Come vedremo, alla fine di questo memorabile assedio e smaltita la sua sbornia, diremo così teologica, egli cominciò a mutar parere a spese dello svizzero Willhelm Hemmy, ma per adesso, e per la naturale avversione che nutriva contro qualunque forma di violenza fisica e per la sua tremenda viltà, quando vide i suoi quattro compagni impugnare con atto leonino le loro paia di pistole e quando sentì la rabbiosa e assordante gazzarra dei sette assedianti, si vide spacciato, si gettò a sedere in terra, non si curò di dissimulare la sua tremarella e piagnucolò, mugolò, piatì, serrò gli occhi, si tappò gli orecchi, diede insomma a divedere in tutti i modi possibili la paura che lo possedeva. Paura, del resto, intempestiva e in quel momento anche esagerata. Difatti, nonostante le impazienze del capitano Spaventa e del suo giovane amico guascone, non si venne subito a un serra serra e a una zuffa. I tre servi infatti, mentre non avrebbero avuto nessun scrupolo a spacciare il capitano, volevano però aver Renato sano e salvo. Gli ugonotti avevan propositi molto spicciativi e avrebbero magari dato fuoco alla casa, ma trovarono nei servi un’opposizione molto energica. Si sarebbero tutti accordati nell’idea di irrompere nella casa dopo avere abbattuto l’uscio, essendo la porta della stalla troppo resistente; ma Bonifazio, discutendo a voce alta con un calcolo straordinario, si oppose e li fece desistere.
– Se atterrate l’uscio, – gridava – il capitano appostato fredda uno di noi con un colpo di pistola e il signor visconte fa altrettanto per conto suo. Mi pare che la vittoria ci costerebbe troppo cara. Forse, se hanno due pistole a testa sono in grado di stenderci tutti e sette addirittura.
– Allora diamo la scalata – propose il Godeau.
– Hanno aperto or ora una finestra.
– Ma è lo stesso, se non è peggio. Tirando all’impazzata si potrebbe ferire il signor visconte, magari il signor marchese prigioniero…
– È vero, è vero! Bravo Bonif… – gridò dall’interno la voce del marchesino, interrotta, per altro, da uno scappellotto del capitano.
– Non ho ragione, illustrissimo? – chiese Bonifazio alzando la voce.
II marchesino gli rispose con una specie di rantolo, perché Renato gli tappava la bocca con la palma.
– Eppoi – riprese Bonifazio – per dare la scalata occorre una scala. Dove si trova una scala?
– Quella del pomario – rispose il Bigourdau.
– Me l’ha data tante volte la Maddalena per cogliere le pere o i fichi. Dev’essere dietro la casa appoggiata a qualche albero. – Questo è buono a sapersi – brontolò Bonifazio tra i denti. Eppoi forte: – O se la scala vien rovesciata mentre si sale? Ci storpiano tutti. La miglior cosa è quella di temporeggiare.
Avendo il Bigourdau approvato il consiglio di Bonifazio, il Crodaille naturalmente gli diede sulla voce e i due attaccarono una delle loro solite discussioni. Li interruppe però l’Hemmy che aveva gli occhi sempre rivolti alle finestre:
– Zitti! Nemico foler parlamentare – disse egli.
Difatti ad una delle finestre della facciata s’era sporto un braccio che agitava un cencio bianco, non so bene se una pezzuola o una salvietta.
Gli assedianti si fecero sotto. Una voce tremante, quella del marchesino, interrogò:
– Posso affacciarmi?
– Sì, sì, sì! – risposero quelli di fuori.
– Badate bene, eh! Sono io che m’affaccio, io, Geremia… cioè, volevo dire, il marchese di Bellèvre. Non tirate, mi raccomando.
– No, stia tranquillo, illustrissimo.
– Ora vengo. Intanto il capitano, sgranandogli in faccia due occhi da basilisco, gli diceva:
– Badate bene, piccolo pulcino spennacchiato: dite quel che vi suggerirò e non di più, o altrimenti, se non volete, corpo del diavolo, che vi scaraventi dalla finestra dopo avervi passata la spada attraverso la pancia!
– Bontà divina! Giusto cielo!
– Niente paura. Avanti!
E il povero marchese si affacciò, accolto da un lungo oooh! degli astanti.
– Bravo marchese! – gli disse subito il Godeau. – Grazie d’averci richiamato col colpo di pistola!
– Ah!
– Eravamo abbastanza vicini da sentire. Quel che ci aveva impensierito era il suo cavallo!
– Ah!
– È venuto solo fino a Beaugeney. – Senti!
– O come mai?
– Eeeeh!
Il marchesino rispondeva tutti questi melensi monosillabi, impaurito dalla minaccia del capitano e aspettando da lui l’imbeccata.
– Ebbene – chiese Lubin meravigliato. – Che cosa ci deve dire, illustrissimo?
– Rispondete forte.
– Come?
– No, no. È il capitano qui che mi dice di risponder forte. Ecco, dice che son decisi a resistere a qualunque costo… Come? –
questa parola era rivolta al suggeritore. – Ah! e a non cedere mai.
– Ma noi – gridò il Crodaille con enfasi – li sapremo costringere con la forza e magari con la fame!
– Dice che qui ci son viveri a bizzeffe… e che la casa è imprendibile e che se non parlate più forte vi taglio un orecchio.
– Eh?
– Ah, no, no! Questo lo diceva a me.
– Ditegli che ci renda il signor visconte Renato e per conto nostro noialtri tre lo lasceremo in pace. Con questi signori se la sbrigherà poi.
– Dice lui che per quei quattro figuri ha qui pronti… ha qui pronti tutti i bottiglioni che vogliono. Quanto a Renato, egli stesso si rifiuta di venire… di venire. Piuttosto dice lui che… come?… Ah!… dice che ha una proposta equanime… per salvarvi la pelle. Ahi, ahi!
– Perché dice: ahi?
– C’è Tommaso d’Aquino che mi dà i pizzicotti nei polpacci.
– Tommaso d’Aquino?
– No, ho sbagliato. Volevo dire Renato.
– Beh! sentiamo questa proposta del capitano per salvarci la pelle, come dice lui.
– Propone che voialtri tre prendiate una lettera che egli scriverà al signor conte di Chateau-Noir e ve ne andiate senz’altro.
– Impossibile! Dite che è impossibile.
– Allora dice che non sa che farci, che restiate pure, ma che la pagherete cara.
– La vedremo.
– Dice che ve ne pentirete amaramente… che vi sfida tutti– e se non alzate la voce vi strangolo. Cioè, no, anche questa è per me.
– Sta pene – disse l’Hemmy, con quella sua voce rauca e funebre. – Foi folere resistere? Noi tare a foi crande lezione! Noi tirare archipusate e moschettate, noi sfondar porta, noi infilzar tutti, poi prendere foi e spellare, ja.
– Spellare me? – disse il marchesino senza fiato in corpo. – Come c’entro io?
– Foi parteggiare per nemico, foi parlamentare per nemico, foi tifendere nemico, foi star crando traditore. Noi spellare, spellare.
– Ma scusi, gentilissimo signore svizzero. Io non c’entro. Io non parteggio per nessuno.
– Foi ripetere inciurie e spacconate ti questo capitano. Eppoi, foi pèfere troppo tino. Foi star ubriaco, perché pèfere troppo lino. Wie ein Starker janchzet, der vom Wien kommt, dice Martin Luther.
– Come?
– Troppo fino.
– Ah, troppo vino, sì! Ma è colpa del vecchio.
– Quale fecchio?
– Il Vecchio Testamento. Giusto cielo! Non so più quel che mi dico!…
In questo momento il Crodaille, più per giuoco che per altro, volle aggiungere il suo dileggio a quello dello svizzero che, col suo muso duro e con la sua funebre gravità, faceva schiattar dalle risa tutti i circostanti. Toltasi dalla cintola una pistola, prese di mira il marchese gridando:
– Anzi, anzi, pigli subito questa pillola! Dalli, dalli al sor marchese! Una, due e… Il marchesino diventò bianco come un panno di bucato, fece uno scatto repentino e si ritirò dalla finestra con tanto impeto che parve che qualcuno l’avesse tirato violentemente per le spalle con uno strattone. Non aveva mai avuto a’suoi giorni un simile tuffo al sangue, e vi so dire che si meritò le cinciate e le abbaiate di tutti quelli di fuori. Le ginocchia gli si piegarono talmente che cadde quasi per terra, e la sua viltà apparve così spregevole e indegna che il capitano montò su tutte le furie:
– Ah, gentiluomo poltrone e miserabile! – gli gridò egli con una voce che Stentore gli avrebbe invidiato, tanto la collera gliela faceva tonante e terribile. – Vergognatevi, una volta! Voi siete impudente quanto pauroso, zimbello di sgherri e di sguatteri! Non posso sopportare più oltre uno spettacolo così miserevole e doloroso. Alzatevi, sciagurato, e vergognatevi di mostrarvi più oltre dinanzi a noi ben nati, vigliacco!
Persino di fuori si chetarono e seguì un silenzio che al povero marchesino riuscì terribile. Per una specie di miracolo smaltì a un tratto tutta la sua sbornia. Si alzò. Un groppo di pianto gli serrò la gola, due lagrimoni gli scivolarono per le gote. La sua umiliazione per aver dovuto sopportare il meritato insulto di quel prode faceva davvero pietà, poiché tutta la dignità del suo sangue nobile non poté a meno d’insorgere e di fargli sentire quanto l’insulto era cocente. Quasi che il suo stesso istinto di signore lo ispirasse, egli erse a un tratto con fierezza il petto e la fronte, guardò fisso il capitano crucciato e sprezzante e gli rispose con voce vibrata, squillante e ferma:
– Ben detto, signor barone: la ringrazio di questa bella lezione che mi imparte e le mostrerò che so anche approfittarne.
Pareva che nell’elegante zerbinotto parlasse la voce dei suoi avi e i quattro gentiluomini dovettero convenire che le sue parole erano state pronunziate con una tal quale maestosa dignità. Il marchese di Bellèvre non aspettò per altro nessuna risposta. Si inchinò gravemente a tutti e si ritrasse nelle altre stanze. Un po’ di fortuna l’assisté subito perché infilato un paio d’usci trovò un letto: quello della Maddalena. Ci cadde quasi di schianto col petto, alzò due volte il capo battendo
ripetutamente le palpebre appesantite, sbadigliò fino a slogarsi le mascelle, le idee gli si annebbiarono, e gli si confusero un’altra volta. Allora si distese sul letto, spalancò la bocca, chiuse gli occhi e s’addormentò come un ciocco.
CAPITOLO XIV.
La riconoscenza dell’omonimo.
Il servo Friquet tornò verso mezzogiorno a Beaugeney e un’ora dopo ricomparve con un gran paniere di provvigioni. Seguendo il consiglio di Bonifazio, servi ed ugonotti pensarono di limitarsi a tener d’occhio l’uscio e le finestre. Si accamparono alla meglio, cioncarono e si satollarono con le provviste di Friquet e non ebbero altra cura che quella di guardarsi da qualche colpo di pistola che poteva piovere tra di loro. Dal canto loro gli assediati non rifiatarono. Sull’imbrunire il marchese di Bellèvre si destò con la lingua grossa e con un forte mal di capo; ma, tornato in gamba e memore dell’insulto del capitano, si avvicinò al moschettiere che in quel momento stava vincendo a dadi alcune doppie allo Stanhope e gli chiese se mentre dormiva era accaduto nulla di nuovo.
– Nulla – rispose il capitano. – Quei signori non accennano ad andarsene e non levan gli occhi dall’uscio. Se volessimo uscire ci fredderebbero facilmente. Aspettiamo.
– Aspettiamo.
– Del resto, se ella volesse uscire nessuno lo para. Noi non la tratteniamo.
– No, no. Rimango.
– Buon padrone! Faccia come crede. Acquistiamo in lei un prezioso alleato.
– Troppo gentile! Grazie. Ma rimango anche nonostante il suo sarcasmo.
– A piacer suo.
E il capitano gli volse le spalle.
Il marchese senti ancora un po’ di nodino alla gola per quel dispregio e per quella noncuranza che il capitano gli dimostrava. Disse fra sé:
– Me lo merito e ben mi sta.
Indi andò a cercar di Renato col quale si sfogò con espansive ciarle, dicendogli persino che era deciso a far qualche cosa di molto clamoroso pur di guadagnarsi la stima del capitano.
Intanto s’era fatto buio. I cinque gentiluomini si misero a tavola. Il marchesino si pose in un cantuccio e fu molto frugale e temperato. Era così oppresso dalla umiliazione, che ogni sorso inghiottito fu veleno, ogni boccone ingozzato fu fiele.
Anche gli assedianti diedero fondo alle loro vettovaglie. Consigliatisi brevemente sul da farsi, Bonifazio si offerse di tener d’occhio il di dietro della casa per la prima metà della notte. Lo svizzero chiese d’esser destato per sostituirlo nella guardia durante la seconda metà. Il Godeau accettò di vegliare sul davanti e Lubin fissò con lui di prendere il suo posto per il cambiamento.
Ed ora è il momento di discorrere del buon Bonifazio. Il lettore non ha potuto fare a meno di osservare una certa stranezza nel suo modo di agire. Veda, per esempio, il settimo capitolo di questa gloriosa storia. Quando l’iracondo conte di Ravignac aveva comandato ai tre servi di partire, Bonifazio aveva fatto un passo avanti, cominciato un discorso, poi s’era ripreso e, tanto per dir qualcosa, aveva chiesto il permesso di pigliare un certo cavallo, Timur-Lenk. E veda il nono capitolo. Friquet fa osservare la probabilità che i due gentiluomini tornino alla casa della Laujole e la necessità di mandar qualcuno a impedir loro di ripigliare le loro robe. Bonifazio si precipita alla stalla e si offre d’andar lui. Sennonché giunto alla stalla cambia parere e sella Gargan, il cavallo del marchese, invece di Timur-Lenk, il proprio. E al capitolo undecimo? Ha osservato il lettore la sua premura nel precedere i suoi due compagni alla stalla? E nel capitolo precedente questo, ha osservato la sua cura nel consigliare l’indugio e la prudenza, la sua manovra per protrarre l’assedio fino alla notte? E adesso non ha visto com’è stato felice di proporsi a guardia sul di dietro della casa? Ebbene, tutti questi piccoli misteri si spiegano in due parole: Bonifazio nutriva una calda riconoscenza per Bonifazio. Difatti se il lettore avrà la pazienza di tornare al capitolo sesto di questo mio meraviglioso racconto, poiché non mi lusingo davvero che gli sieno rimasti impressi tutti i particolari più minuti di esso, troverà che il capitano, prima di scagliare al povero Blasquet la famosa panchettata, aveva risparmiato a Bonifazio, intromettendosi tra lui e il conte di Chateau-Noir, un buon fracco di legnate, unitamente per l’identità del nome di battesimo. Così il buon Bonifazio riconoscente, prima aveva pensato di rifiutare al conte l’opera propria contro il capitano, poi aveva accettato d’accompagnare Friquet e Lubin col fermo proposito di essere invece utile al capitano e al visconte. Nella stalla aveva riconosciuto Incitatus, il morello del suo padroncino, ed avendo capito che i due fuggitivi erano alloggiati al Cervo d’Oro, zitto e buci, aveva preferito restare e mandare il marchesino. Tutto insomma si spiega. E si spiega anche quel che Bonifazio fece, appena fu sicuro che i suoi compagni s’erano saporitamente addormentati. Cercò e trovò la scala di cui il Bigourdau gli aveva parlato la mattina; indi, con infinite cautele, la trasse fuori e l’appoggiò al muro della casa, presso una delle finestre. Non iscelse a caso. Nelle prime ore della sera aveva osservato che la stanza di quella finestra era illuminata e aveva visto il lume spegnersi a un tratto. Da ciò aveva verosimilmente arguito che qualcuno degli assediati era addormentato in quella stanza:
– O il signorino o il signor capitano o il marchese, in ogni modo mi sarà facile farmi riconoscere – mormorò.
Indi salì sulla scala e cominciò a bussare pianamente colle nocche alle imposte.
In quella stanza non c’era né il marchese, né il barone, né il visconte; era il flemmatico inglese, che se la dormiva vestito, con tutto l’impegno e con tutta la serenità possibile. Renato era sul davanti della casa, al piano superiore, insieme al Sancerre. Il capitano s’era appisolato con due pistole cariche presso di sé, col dosso appoggiato a quella specie di barricata che rinforzava l’uscio d’ingresso. Il marchesino dormiva pesantemente presso di lui.
Ora, quando il nobile britanno, destato di soprassalto, sentì quell’insistente e tranquillo bussare, stupì di quel modo adoperato per attrarre la sua attenzione e pensò di disincerarsene. Batté con calma l’acciarino,
accese una lucerna, osservò il martellino e lo scodellino della pistola che aveva seco; indi, impugnata questa con la destra, si appressò pianamente alla finestra e ne fece scorrere con delicatezza il chiavaccio. Appena socchiusa l’imposta, mise fuori la bocca della pistola accompagnando il gesto con quattro parole sommesse ma risolute:
– Fermo o sei morto!
Bonifazio rimase di stucco nel sentire una voce ignota e nello scorgere quel magro viso biondo. Anzi il suo sconcerto lo salvò.
– Toh, toh! – fece egli, con un’aria troppo attonita per esser quella d’un nemico mal disposto. – O lei, scusi, di dove viene?
– Come, di dove vengo? Chiedo a te, piuttosto, quel che vuoi.
– Io voglio… a meno che non abbia preso un granchio… vorrei insomma parlare col signor visconte Ravignac.
Questa volta toccò allo Stanhope a meravigliarsi di questo messere dall’aria pacifica che chiedeva del visconte con tanta buona grazia ed era salito perciò fino ad una finestra sui piòli d’una scala a mano, ad un’ora tanto barbina.
– Favorisca di richiudere e di chiamare il signor visconte, se non si fida. Se pure il visconte c’è, perché vedendo lei non mi ci raccapezzo. Pagherei a sapere chi è lei – continuava Bonifazio. – Almeno chiami il signor marchese che mi conosce. O il capitano? Non è qui il capitano Bonifazio Marcassoux? Mi chiami magari lui. Se non si fida, richiuda pure la finestra. Aspetterò qui fuori sulla scala. Creda, ho intenzioni pacifiche. Ma lei chi è?
Per farla breve, il lord stimò di non rimetterci nulla a soddisfare il giovinotto. Richiuse, corse nella stanza sul davanti e scorse Renato sonnecchiante. Renato si destò, lo seguì, si fece alla finestra e si trovò naso a naso col suo servitore. Bonifazio gli spiegò come non aveva dimenticato il beneficio del capitano e il suo proposito di pigliare la loro parte. Disse la cosa con aria così candida e onesta da non lasciar adito al più lieve sospetto, tanto più che Renato conosceva il caso delle legnate risparmiate come verissimo. Egli disse dunque:
– Bravo Bonifazio! Entra presto.
– Ecco, prendo le mie armi e vengo subito.
Di lì a poco Bonifazio risaliva tirandosi dietro moschettone, forcina, pistole e ogni cosa. Disgraziatamente, tutto questo andare, e venire, aprire e chiudere, parlottare, sussurrare, armeggiare, aveva attirato l’attenzione del Godeau vegliante ivi presso. Costui sopraggiunse a passi di lupo mentre Bonifazio, sbarazzatosi del mantello e delle armi, stava per iscavalcare il davanzale. Subito sparò un colpo di pistola che ruppe la serenità della notte.
– All’armi! Tradimento!
– La scala! Avanti sulla scala!
Il Crodaille e l’Hemmy sopraggiungevano, ed eccoli tutti e tre a furia a salire sulla scala e tentare di forzar la finestra. Renato, Bonifazio e il lord risposero con tre colpi simultanei, tempestando e gridando come aquile spennate vive. Giù il marchesino sobbalza, apre gli occhi, vede il capitano drizzarsi e precipitarsi, terribile come Gradivo stesso, su per l’erta e angusta scaletta a chiocciola. Si leva anch’egli, lo segue e lo incalza alle calcagna, irrompe con lui all’impazzata nella stanza della zuffa, illuminata dalla luce fumosa e rossastra della lucerna. Il capitano, occhio sicuro e pronto, si slancia alla finestra, urta il Godeau alle spalle. La scala pencola, tentenna, si piega un po’, di scancìo. Lo Stanhope è pronto a secondare la spinta e i tre assalitori, per quanto incolumi, vanno a finire sull’erba a gambe levate. Ma il marchesino ha riconosciuto Bonifazio e gli si attacca al collo con una specie di frenesia. Invano l’altro bada a urlargli che è con loro. Il marchesino ha preso l’aìre, emette certi suoi acuti gridolini, s’aggrappa alle spalle del servo, vi si aggrava con tutto il suo peso, vi si appende, lo forza a ruzzolare per terra con lui, con una specie di rabbiosa e fremente impazienza, quindi ve lo mantiene con le mani al collo e comincia a strillare esultante. – Prigioniero! Prigioniero! Ho fatto un prigioniero! Evviva! Arrendetevi! Ho fatto un prigioniero!
CAPITOLO XV.
La partenza dei servi.
Respinto l’improvviso assalto senza colpo ferire né da una parte né dall’altra, al fracasso subentrò una calma relativa. Gli assediati tra cui era accorso anche il Sancerre, si misero a vicenda la lucerna sotto il naso. Ormai erano in sei. Avvenne una rapida spiegazione e tutti si felicitarono col nuovo compagno acquistato. L’unico a non felicitarsi affatto fu il marchesino, il quale, poveraccio, s’accorse di avere sprecato invano tutto quell’impeto guerresco che Dio sa quanto gli era costato e dovette rinunziare alla gioia e al vanto di aver fatto un prigioniero di sua mano.
Gli assedianti invece, scornati e pesti, si abbandonarono alla loro clamorosa rabbia; I quattro ugonotti poi erano furibondi. Friquet e Lubin, e i due servi rimasti, se ne stavano in disparte mogi mogi. Finalmente Lubin si avvicinò ai quattro e significò il proposito di battersela col compagno. La discussione che ne seguì fu alquanto acerba, ma i servi, nonostante i rimproveri de’ loro alleati, tennero duro e gli altri ci dovettero stridere.
– Noi restiamo – proclamò il Godeau. – Noi non abbiamo paura e quei due ci devon pagar cara la morte di Lamettrie.
– Padronissimi! – rispose Lubin – Tutti i gusti son gusti, ma noi ce ne andiamo. Ormai siamo due soli e il signor conte capirà la ragione. Tutto al più ci piglieremo una buona strigliata. Pazienza! Non sarà la prima volta.
Così i servi chiesero di parlamentare. Si affacciò un’altra volta il marchesino, per altro senza tanto stintignare e tanta tremarella come la prima volta.
– Che volete? – diss’egli.
– Noi vogliamo andarcene.
– Benone! Andatevene.
– Ma Bonifazio?
– Bonifazio dice che vuol restare.
– E lei, illustrissimo?
– Resto anch’io. Lasciate Timur – Lenk e Gargan.
– Sta bene. Li lasceremo nella stalla del Cervo d’Oro a Beaugeney, dove li troveranno se riusciranno a levarsi di torno questi quattro signori.
– Benone! A rivederci e tanti saluti a casa.
– Però, senta, illustrissimo, stamani il signor capitano ci aveva promesso una lettera per il signor conte. Non so se la rammenta…
– Sì, sì, per quanto fossi alquanto in bernecche, me lo rammento. Va bene. Aspettate e l’avrete. Ci farò mettere anche qualche ambasciata per casa mia. E il marchesino si ritirò. Dopo aver messo a soqquadro tutta la casa, si trovò l’occorrente per iscrivere e il capitano si accomodò al tavolino, al lume della lucerna per elucubrare, la parola non potrebbe essere più calzante, la sua missiva al padre del suo giovane amico.
Intanto gli altri non avevano più sonno. Lo Stanhope, vigilante, silenzioso, meticoloso, flemmatico, se la girava da una finestra all’altra, col timore d’una sorpresa da parte degli ugonotti. Il La Ferronière lo aiutava in questa guardia, scambiando con lui qualche rara parola. Bonifazio solo aveva preso sonno. Quanto al Ravignac e al Bellèvre, seduti accanto alla barricata, chiacchieravano serenamente tra di loro.
– Un vero peccato! – diceva il marchese. – Se Bonifazio non fosse stato un nostro alleato, sarebbe stata davvero una bella vittoria.
– Davvero! – gli rispondeva il visconte. – Ma non te la pigliare. In seguito avrai cento occasioni per mostrare il tuo coraggio.
– Coraggio? Coraggio veramente non direi. Vedi, Renato, io ho sempre una paura maledetta. Anche dianzi gridavo e mi slanciavo, ma bisogna che ti confessi che tremavo come un pulcino.
– Già, già, si capisce. Tanto maggior merito, del resto. Il mio povero nonno, che era alla presa di Caorsa, mi raccontava che anche Enrico IV aveva un coraggio sul genere del tuo.
– Vedi: io sarei bravino nella scherma. Quando a Tarbes, noi altri due ci si batteva coi fioretti, non c’era mica male. S’è studiato con gli stessi prevosti di d’Artagnan. Non dirò che con voi ce la facessi; ma insomma ce la sfangavo. Il guaio però comincia quando invece dei fioretti le son due spade con la punta.
– Vuoi fare un assaltino?
– Ora?
– Ora. Si tiran quattro cavazioni per isgranchirci un po’ le ginocchia.
– E i fioretti?
– Eccoli qui – e Renato batté la mano sull’elsa della propria spada.
– Già! Fossi grullo! O se mi buchi?
– Non fa niente. Mi raccontava il capitano che a Parigi i moschettieri si battono tra loro per ischerzo, così, come noi si giuocherebbe la pallacorda o il pallamaglio.
– Dici sul serio?
– Eccome! E quando si feriscono ridono come matti.
– Ma davvero?
– Sicuro. Ci stai dunque?
– Gran Dio! E se mi buchi?
– Non ti bucherò. Io starò alla parata; se tu, caso mai, avessi paura di buscarne, e tu farai le azioni, a fermo e marciando, come ti garberà.
– E se buco te?
– O santo Iddio, quante storie!
– Avanti, corpo di mille diavoli! – gridò il marchesino, bestemmiando per riscaldarsi e alzandosi risolutamente.
L’alba spuntava. I due giovinotti misero mano alle spade e cominciarono il pericoloso esercizio. Piano piano il marchesino, vista l’imperturbabile freddezza e la meravigliosa destrezza di Renato, smise d’accennare soltanto qualche finta e qualche stoccata e ardì qualche fendente, qualche battuta di ferro, qualche legamento, qualche riporto, qualche doppia contro. Renato si divertiva ad eccitarlo con inviti larghi, appelli insolenti del piede, con interiezioni brusche, persino accennando qualche risposta e costringendo l’altro a parate precipitose.
Il marchesino aveva però una buona mano ed ottimi principii. Il La Ferronière e il Chesterfield, quand’ebbero visto il giuoco, sguainarono anch’essi le spade e le incrociarono. Poi tutti e quattro d’accordo si misero a fare una specie di girone. Renato risultò invincibile e segnò persino il Sancerre con una scalfittura al bicipite destro. Il marchesino ne toccò dal lord all’ascella. Fu un graffio che fece, sì e no quattro gocce di sangue in tutto, eppure il marchese ne diventò tronfio e pettoruto come un tacchino. Cominciò a pigliare atteggi guerreschi, ad arricciarsi i baffetti biondi, sbuffare e pavoneggiarsi. Pareva Sacripante o Gradasso. Intanto il capitano aveva finito la sua lettera.
La lettera era scritta in quello stile magniloquente che era carattere del secolo e con la curiosa ortografia che si ritrova nelle pagine del signor abate di Brantòme. In essa il capitano chiamava il conte « vostre Vaillantissime Seigneurie », si scusava con lui del modo brusco con cui se n’era ito portandogli via il figliuolo, impresa alquanto buffonesca e comica, degna del personaggio di cui portava il soprannome « a(dieresi) scavoir » soggiungeva « il famosissimo chapitan Spavento, que l’on retrouve entre aultres, parmy les Petits danseurs du sieur Callot, que j’ay cogneu aultrefois. Soggiungeva che il visconte, avendo « l’esprit grand, prompt et subtil, et le dire de mesme » e tante altre qualità, dovute ad una educazione esemplare (lunghi e sperticati e chiarosonanti elogi al signor conte) indubitabilmente avrebbe fatto a Parigi rapida e splendida fortuna. Scusava poi i servi che tornavano scornati e diminuiti, attestando che avevan fatto il possibile e che ulteriori tentativi sarebbero loro costati la pelle, « pour ce que je ne manqueroy de désentrailler comme malandrin, veillaque est gavache celui qui oncques auroyt l’outrecuidance de me contraster, combattre et froisser de la sorte » concludeva riferendo l’intenzione in Bonifazio e nel marchese di accompagnare il visconte a Parigi. Aggiungeva saluti, ossequi e complimenti d’ogni sorta. La lesse a Renato e Renato l’approvò. Allora la suggellò, ci pose la soprascritta, indi, per non demolire i suoi bastioni e le sue controscarpe di fastelli, seggiole e tavolini, pregò il marchesino di gettarla dalla finestra nel cappello teso di Lubin.
I due servi, avuta la lettera, salutarono, e presa lietamente la strada di Beaugeney, dove avevan lasciato i cavalli, prepararono filosoficamente le loro povere spalle alle bastonate che una settimana di poi, rientrando a Chateau-Noir, il signor conte avrebbe loro somministrato certamente.
CAPITOLO XVI.
Il Capitano Spaventa all’opera.
Partiti i servitori, il capitano chiese di Bonifazio. Questi si destò ed accorse. – Che cosa intendi di fare, adesso?
– L’ho detto, illustrissimo. Intendo di restare sempre con la vostra signoria.
– Ti ringrazio della devozione che mi dimostri, ma t’avverto che io vivo a dozzina in una locanda, a Parigi, per non esser costretto a tenere un servo. Io non posso patire i servi, o per dir meglio, i servi non possono patire me. Sono molto irascibile e molto bisbetico. Giorni sono ti salvai dalle busse del tuo padrone, ma ho paura che col tempo non mi riuscirebbe salvarti dalle mie proprie. Ti consiglio ad entrare al servizio del tuo padroncino, così gli risparmi anche la fatica di cercarsi un altro servo a Parigi.
– Illustrissimo, sì.
– Benone. E un’altra cosa: bisogna che tu cambi nome.
– Come me – disse ridendo il marchesino.
– Mi dispiace che un servo porti il mio nome. Pare una disdetta. Anche il mio amico Porthos ha un servo che si chiamerebbe Bonifazio, ma io gli ho fatto metter nome Mousqueton. Tu ti chiamerai Fourreau. Una volta avevo un cane che si chiamava appunto così.
– Troppo buono, illustrissimo. Vada per Fourreau.
– Benissimo! E adesso vediamo un po’ che cosa annaspano i nostri quattro marrani.
In così dire il capitano s’accostò ad una finestra e tese l’orecchio.
– E se son quattro? – gridava il Godeau. – Quel marchesino si sa quel che vale: meno che nulla. Il servo si fa presto a spicciarlo. Quanto agli altri due non devono essere poi questa gran cosa. Vedete per esempio questo capitano Spaventa, come lo chiamano. Deve avere una paura maledetta. Non si fa vedere… Si nasconde…
Non esce… Anche lui, dev’essere un gran vigliacco.
Il capitano fece un balzo che parve una tigre.
– Vigliacco a me? – gridò egli con voce così tremenda che i suoi stessi compagni fecero un salto indietro e il marchesino ne fece anzi due. – A me vigliacco? Corpo del diavolo, ora ci penso io!
Indi, volgendosi con un cipiglio spaventevole ai suoi quattro amici:
– Nessuno di voi s’immischi in questa faccenda. Chi farà un passo per aiutarmi diverrà mio nemico personale per sempre. Basto io solo per quei quattro poltroni!
Ciò detto spalancò la finestra. I quattro ugonotti, nel vedere quello sconosciuto, rimasero un po’a bocca aperta e il capitano ne approfittò per caricarli d’insolenze. Infine l’Hemmy gli rispose:
– Chi essere foi? Noi non conoscere. Noi cercare altri.
– Lo so. Quelli che cercate son qui, brutti farabutti cialtroni. Ieri v’abbiamo infinocchiato bene bene. Io sono quel capitano Spaventa di cui mi parlavate or ora. Son io e sono anche muso da sgozzarvi tutti e quattro. Avvicinate la scala alla finestra e fate che scenda io solo. M’impegno di fare assaggiare a tutti un po’di questo mio stocco, malandrini rinnegati!
– Ah, ah! – riprese lo svizzero – questa chiamarsi millanteria, questa star cranda spacconata!
– Avvicinate la scala e vedrete, corpo di mille diavoli!
Il capitano Spaventa si tolse a furia casacca e giustacuore. I quattro posero mano alle spade e accostarono la scala. Il capitano la scese a precipizio, con intrepida veemenza, e la respinse sull’erba come per garantire ai suoi avversarii che nessuno dei suoi compagni sarebbe sceso ad aiutarlo. Essi eran tutti affacciati, muti e ansiosi, pallidi e commossi.
– A noi, a noi! – gridò il capitano, fieramente piantato dinanzi ai quattro e alzando la spada sguainata.
– A noi! – risposero quelli.
Il Crodaille che era il più vicino, vibrò un primo fendente e il mirabile duello incominciò. Il capitano teneva testa ai quattro con agilità e vigore, con finezza e con ardore in un impeccabile equilibrio di prudenza e di ardimento, di malizia e di gagliardia. Molinava il suo spadone con parate larghe e precise, raccogliendo in una sola vigorosa battuta le quattro lame minacciose e piegandole come quattro spighe al vento. I suoi avversarii erano sconcertati e impacciati, sebbene ognuno di loro non mancasse di maestria e di pratica nello schermire. Non avendo potuto accordarsi in un certo giuoco concorde e, d’altra parte, trovandosi di fronte ad un così possente gladiatore come non avrebbero mai sospettato, continuavano a far tutti un giuoco a capriccio, tirando a casaccio puntate e fendenti. Non concedendo all’avversario nessun rispetto e costringendolo a parate continue speravano di stancarlo e frattanto lo incalzavano con impeto rabbioso e raccolto. Egli intanto saltava, picchiava, girava, si abbassava repentinamente, si rialzava di scatto, fulmineo, con le ciglia aggrottate e le labbra strette. Quando uno dei quattro tentava di girargli alle spalle egli saltava un po’indietro e un po’di lato, in guisa da trovarseli tutti dinanzi agli occhi, e pure indietreggiando, muoversi sempre in uno spazio limitato.
Gli spettatori della mirabile zuffa erano sbalorditi. Lo Stanhope e il La Ferronière si guardavano attoniti, protendendo le labbra e avanzando il mento, per significarsi a vicenda l’ammirazione e la meraviglia che sentivano. Renato si rodeva di non potere intervenire ed emetteva certi piccoli mugolii gutturali, stringendo i denti e serrando i pugni. Il marchesino poi era senz’altro rimbecillito e tonto:
– Gran Dio! – mormorava. – Ma quell’uomo non è un uomo; è un grand’uomo!
La lotta durò un pezzo ostinata e furibonda, senza che il capitano accennasse a stancarsi. Finalmente il Bigourdau, quasi che la sua pancia offrisse veramente al moschettiere un bersaglio più largo ed agevole, si beccò una stoccata all’inguine e cadde. Da quel momento la vittoria del capitano era assicurata. Il Godeau che si era un pochetto dilungato dai compagni per vedere di cogliere il capitano alle spalle, avendo quest’ultimo fatto un balzo all’indietro e una rapidissima diversione, si trovò a tu per tu con lui, impegnato fino alla coccia. Un lampo e il prode moschettiere fa un legamento irresistibile e s’abbandona tutto sul colpo andando a fondo. Quando si rialza, dalle finestre parte un grido di frenetico giubilo poiché il Godeau s’è preso un palmo di lama tra le costole e morde la polvere accanto al primo caduto. Il Crodaille e l’Hemmy indietreggiano allibiti. Il capitano li incalza con magnifico slancio, che la partita è ormai un giuochetto per lui. Ecco, il Crodaille gli mena un colpo alla disperata, mentre egli sta allontanando con una fiera battuta la lama dello svizzero. Non è a tempo a riportarsi alla parata e la spada del Crodaille gli fora una manica e gli scalfisce il braccio. Mal gliene incoglie, poiché non ha ancora riportato la spada in linea che s’è già buscato un colpo bene assestato presso l’ascella e batte anch’egli in terra il suo muso sparuto. Lo svizzero, visti cadere ad uno ad uno i suoi tre compagni, fu invaso da un invincibile terrore e se la diede a gambe senza aspettare il resto. Gli spettatori proruppero in applausi e grida. Anche il patrizio inglese abbandonò il suo impettito sussiego agitando le braccia e conclamando a gran voce. Il capitano incolume, salvo la
lieve scalfittura al braccio, alzò sul capo la spada vittoriosa, ansante, superbo, coi capelli scomposti, con gli occhi scintillanti.
– Ecco fatto! – diss’egli, e s’inchinò spagnolescamente agli amici festosi e plaudenti.
CAPITOLO XVII.
La rivincita del marchesino.
Appena il capitano ebbe accostata ancora la scala alla finestra, tutti gli amici si precipitarono sul campo di battaglia dove i tre caduti gemevano insanguinando il terreno. Il capitano accarezzato e complimentato da tutti si ravviava e si rimetteva giustacuore e casacca. Il marchesino gli si accostò per ultimo. Gli occhi gli lustravano.
– lo non ho parole, – balbettò al valoroso – io non ho parole per… io non avrei mai creduto che… Basta! E stata una cosa… Ah!
– Avete visto, giovinotto, eh?
– Altro che! Se sapesse! M’ha messo il fuoco addosso. Ah, per Dio!
– Beh? Che gli piglia?
– Mi piglia… Lo so io quel che mi piglia!
– Scusi: se non ho visto male, quello che è scappato era…
– Lo svizzero.
– Quello che mi voleva spellare?
– Precisamente.
– Ah, vivaddio! Ebbene, sì! Giuro al cielo… Ho deciso!
– Che cosa?
– Questo è affar mio.
E il marchesino, tutto eccitato e rosso in viso, parve pigliare una subitanea risoluzione e, senza più oltre traccheggiarsi, così in capelli com’era, attaccò una gran rincorsa e disparve dalla parte dov’era fuggito lo svizzero.
Dopo poco lo trovò seduto sul ciglio d’un viottolo, desolato e con un diavolo per capello. Il povero diavolo, nella sua precipitosa fuga aveva lasciato l’elmetto, l’archibugio, il mantello, le fiaschette, presso la casa della Laujole. Peggio, aveva lasciato addirittura tre compagni gravemente feriti. Non era uno stinco di santo, ma di abbandonarli gli seccava parecchio. Sudava freddo, era umiliato e bolliva dalla rabbia. Il marchesino dunque gli capitò davanti in un brutto momento, ma ormai aveva preso lo slancio, aveva agguantato a due mani tutto il suo coraggio, il bellicoso eccitamento causatogli dallo spettacolo di poco prima gli serviva a meraviglia, e il ceffo brusco dello svizzero non valse ad arrestarlo.
– Ah, siete foi? – chiese questi alzandosi.
– Son io, son io! – gridò il marchesino con un violento scoppio di voce e facendo larghi gesti. – Corpo di mille diavoli, son proprio quello che iermattina dicevate di volere spellare!
– Ah, ora foi fare smarciasso perché afere con foi compagni falorosi!
– Io non ho compagni – gridò il marchese, persistendo nei suoi modi oltracotanti. – Son venuto a cercarvi per vedere un po’ se siete davvero capace di spellarmi. Son solo. E conto di bucarvi la pancia!
– Ich glaube nicht…
– Che cosa bestemmiate? Io vi parlo francese. In guardia, in guardia!
– Oh –disse lo svizzero meravigliato – esser tiventato coraccioso tutto ad un tratto?
– In guardia, in guardia!
– Sta pene. Foi scontare ferite tei miei compagni, perché foi non star capitan Spaventa.
– La vedremo!
Il duello incominciò e fin dai primi legamenti lo svizzero s’accorse d’aver a che fare con un pugno solido ed esercitato. Il marchese si sforzò ad una virile fermezza, per quanto gli tremasse il cuore. Le sue esercitazioni con Renato all’alba gli riuscirono
molto utili. Osservò che il suo avversario lo superava nel vigore del pugno e capì che gli conveniva evitare i contatti del ferro. Giudizioso pensiero: L’altro tentava sempre battute e riporti e il marchesino lo deluse sempre cavando in tempo. Lo svizzero cominciò ad adirarsi. Il marchese acquistò maggior baldanza e scioltezza, prese un contegno sempre più disinvolto e quasi elegante. Ad ogni ripresa si piegava sorridendo sulle ginocchia, aprendo graziosamente la palma sinistra, curando la correttezza degli inviti. Pian piano il suo tremacuore si calmò e cedette ad un vivo senso di compiacenza. Intanto la collera dello svizzero cresceva a vista d’occhio e l’accecava sempre più. Fece qualche goffaggine, qualche parata malaccorta, qualche rabbiosa rimessa. Il marchesino fu sollecito ad approfittarne, e al quinto assalto, dopo una finta bassa, affibbiò al suo avversario una botta tremenda al costato. L’altro cadde e il giovinetto gli fu sopra rapidamente ponendogli la punta dinanzi agli occhi!
– Mi arrento. Sie sind mir uberlegen im _ fechten. Foi star puon spataccino. Non afrei
mai cretuto.
– Sì, eh! – disse il marchesino tutto gongolante. – Mi dispiace di avervi fatto male. Adesso vi appoggerete al mio braccio e vi porterò adagio adagio fino alla casa.
– Vi rincrazio. Foi star anche puon centiluomino.
Il marchese era al colmo del giubilo. Adesso egli si rappresentava già la lieta meraviglia di tutti a vederlo tornare recando al braccio un ferito, ferito proprio da lui, di sua mano. E fu premiato anche più di quanto egli stesso non osasse sperare. Mentre porgeva al povero Hemmy l’appoggio del suo omero perché si rimettesse in piedi, risuonò presso di loro una voce ben nota che fece sobbalzare il ferito:
– Bravo, corpo del diavolo!
Il marchesino si rialzò rosso come un peperone. Il capitano Spaventa era dinanzi a lui. Incuriosito dal suo moto repentino egli lo aveva seguito piano piano per vedere un po’ che cosa avrebbe saputo armeggiare ed aveva assistito così, non visto, a tutta la scena.
– Bravo! – ripeté. – Son contento di vederla così cambiato, mio caro marchese. Qua la mano. Ella sarà, come Renato, ammesso nel numero dei miei amici più cari.
Il marchesino rimase come abbagliato da tanta insperata felicità. Strinse con effusione la mano che il capitano gli tendeva, indi proruppe con le lacrime agli occhi:
– Ah, il capitano m’ha stretto la mano! Ora mi sento capace d’affrontare un esercito, corpo di mille diavoli!
CONCLUSIONE.
I feriti furono tutti e quattro trasportati nella casa con ogni precauzione. Mentre i nostri amici si preparavano alla partenza e sellavano i loro cavalli, cominciarono a pensare a chi diavolo avrebbero potuto affidare i feriti, quando la porticina della cantina si aprì e Maigrelesec in persona emerse dalle profondità di quel buio, più sparuto e più spiritato che mai. Egli aveva dormito venti ore di fila, e scusate se è poco.
Quando vide i quattro feriti, pianse e strepitò; quando vide il marchesino si commosse e si intenerì. Il capitano tentò ogni via per ficcargli in capo un barlume di ragionevolezza. Finalmente lo persuase a rimanere presso i feriti, ad aspettare il ritorno della sorella Maddalena e ad accettare frattanto un po’di denaro in compenso dei molti guasti arrecati alla casa e delle molte provviste spolverate.
– E tu, Geremia, mi abbandoni? – chiese al marchese il pazzo quando lo vide in procinto di partire con gli altri.
– Purtroppo! – gli rispose il marchese. – Ma rassicurati. Vado in oriente a convertire tutti i maomettani pari miei.
Qualche giorno di poi Renato di Ravignac, dei conti di Chàteau-Noir, riabbracciava il suo amico d’Artagnan, secondo la promessa fattagli l’anno prima.
Il barone di Rochevert raccomandò lui e il marchese di Bellèvre al comandante Tréville e a molti potenti della capitale. Dopo breve tempo essi avevano entrambi un brevetto nelle Guardie del signor Des Essarts.
Il conte padre, quando gli tornarono due servi soli a mani vuote, strepitò come un ossesso; ma infine si calmò e finì con l’esser felicissimo di quanto era accaduto.
Nel 1628, tra il Luglio e il Novembre, Renato e il marchese combatterono a fianco del capitano all’assedio della Roccella e si distinsero singolarmente, con molta soddisfazione del moschettiere che li proteggeva.
Fourreau accompagnò sempre il suo padroncino e fece con lui la guerra della Roccella. Egli andava molto altero del suo padrone. Tutte le volte che dinanzi a lui lodavano la rara abilità del visconte nella scherma, egli soleva dire questo bisticcio:
– Certamente il signor visconte è una buona spada, ma io sono un ottimo fourreau (1).
Altro non rimanendo da dire a proposito dei nostri amici, non ci resta che augurare a loro tutti buona fortuna, come del resto l’autore di questa gloriosa istoria l’augura di cuore al suo bene amato lettore.
1) Foirfiau in francese suona come fodero o guaina.