Margery Allingham

(01-12-2009 - romanzieri in news.)

Facendo proprio quello che, con una punta d’ironia, ella era solita definire un “vizio di famiglia”, Margery Allingham iniziò a dedicarsi alla letteratura sin dall’infanzia, e il suo primo libro “Black’erchief Dick”, un romanzo d’avventure, fu pubblicato quando la giovanissima scrittrice frequentava ancora le scuole superiori a Cambridge. La sua attività nel campo della narrativa poliziesca iniziò nel 1927 con “the white cottage mistery”, ma precedentemente la Allingham aveva tentato anche la via del teatro pubblicando una commedia “Water in a Sieve” che non fu mai rappresentata. Il suo secondo romanzo poliziesco “The crime at Black Dudley (1929) introduce il languido Albert Campion, l’investigatore che sarà il protagonista di tutti i successivi romanzi, ad eccezione di “Black plumes” (1940) in cui fa la sua prima e ultima apparizione il non meno compassato ispettore Bridie.

La critica di lingua inglese, nel lodare incondizionatamente la matura e raffinata arte della Allingham, si è trovata concorde nell’osservare che la sua produzione si sviluppa attraverso due fasi successive nettamente distinte: una facente capo ai romanzi degli anni Trenta, caratterizzata da una classicità tutta anglosassone unita però a un gusto per l’azione e per il ritratto d’ambiente abbastanza insoliti in quegli anni, e l’altra che copre l’attività del dopoguerra, in cui l’ispirazione della scrittrice si fa più involuta, aderendo talvolta, seppure in modo tutt’altro che disteso, ai ritmi e ai climi del romanzo-suspense.
Questa progressiva modificazione di interessi rimane però non sostanziale, nel senso che non deforma minimamente quelle che sono le qualità determinanti dello stile della scrittrice. Secondo un’inclinazione che da sempre ha accompagnato buona parte dell’adesione allo spirito del romanzo poliziesco, nella Allingham il mistero è un elemento accidentale e il delitto costituisce una sorta di presenza chiave che serve a porre nel debito risalto il disegno di contrapposizione e conflittualità fra i protagonisti di un “dramma”. La vena migliore della scrittrice emerge quindi al di fuori delle cadenze obbligate dello schema poliziesco: elegante introduzione d’ambiente, franca connotazione dei personaggi, dialoghi pregnanti e inquisitori cui talora si affianca un discorso indiretto ugualmente incisivo anche se di gran lunga meno prezioso e sofisticato. Che l’interesse per l’enigma sia una questione di scarsa importanza appare chiaro sia dal debito che il delitto come accadimento contrae rispetto allo sviluppo della vicenda, sia dall’inadempienza che emerge spesso nei riguardi dei diritti della “detection”.
La concentrazione sui personaggi, che dà inizialmente i suoi risultati più convincenti in “la polizia in casa”, “Morte di un fantasma”, “La parte del destino”, viene intensificandosi nei romanzi del dopoguerra, che spesso confinano lo stesso Campion in un ruolo marginale, e che hanno il loro capolavoro indiscusso in “The tiger in the smoke”, basato su una caccia all’uomo e scritto con un’animazione febbrile e una crudezza mai più ripetuti.
Albert Campion è un protagonista alquanto elusivo come preponderanza, anche se i primi libri ne danno un’immagine piuttosto nitida in una chiave di codificata eccentricità, ma è interessante la posizione che spesso la scrittrice gli fa assumere, che quasi riunisce in un’unica presenza la figura dell’eroe estraneo e dell’osservatore partner che traduce la vicenda per il lettore. Il detective è anche protagonista di una vicenda sentimentale “in progress” con la dolce Lady Hermione Fitton, che conosce in “Dolce Pericolo” (1933) con cui si fidanza in “La parte del destino” (1938) e che sposa in “L’amnesia del signor Campion” (1941).
L’ultimo romanzo della scrittrice “Cargo of eagles” fu completato da Philip Youngman Carter, l’uomo da lesi sposato nel 1927, che fu qualche volta suo collaboratore non accreditato e che dopo la morte della moglie protrasse l’esistenza di Campion scrivendo a sua volta tre romanzi basati sulle sue imprese.

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