Ulisse Sifossifoco, Paréa mota… unn’era

(30-11-2009 - romanzieri in news.)

Appartengo a quella categoria d’omini che ì calcio un gli fa sfogo. Un ci posso fa nulla, a me vedé tutti que’ miliardari in mutandoni e maglietta che corrono su e giù pe’ ì campo, m’annoia terribilmente. Sarebbe come divertimmi a veder Berlusconi e D’alema che fanno la horsa ne sacchi. Qhand’ero bambino ci ho giohaho una vorta sola, la mi misero in porta. E siccome i bambini son stronzi pe natura, mi tirahano della pallonahe affammàle che un mi ci prohaho neanche a paralle. Presi hon indifferenza aimmeno dieci pappine nì giro di cinque menuti e dopo qhella vorta nessuno mi ci voleha più nella squadra e io utilizzai qhì tempo che m’avanzava a giohare a ì dottore co una bambina che la mi garbava di molto. Stamani l’ho rivista qhella bambina, ma oggi la mi ci horrebbero aimmeno cinque mani anche solo pe agguantagli le mele e fagli una punturina. Un pensahe male, però, perché ammé la femmina abbondante la mi garba, la mi fa allegria e mi dà l’idea d’una donna evoluha, capace di mandare a cahare l’estetiha dominante della donna che vive laighte, pensa laighte, mangia laighte e tromba laighte. Nvece a me la poppona di burro, ì rotolino sulla pancia morbida e qhì filo di cellulite nell’esternochiappa mi imbarzottiscono parecchio. Ti rihordi di quando s’era bambini? La m’ha chiesto dopo un po’, e io, pe tutta risposta, son dihentao rosso home un’adolescente. Siamo stahi a chiacchiera un bel po’, poi la m’ha lasciaho ì numero dì cellulare e m’ha schioccaho uno di qhei baci umidi che (un sò come fanno) partano in arto dalla guancia ma finiscono sempre co ì toccare pe un sehondo un angolo dì labbro. Maremma maiala! Mentre la s’allontanaha ancheggiando le facce a culo de mi hompagni d’un tempo m’urlahano nì viso: ma vai a cahare pezzo di bischero, lo vedi che era goal?

I ppapa ha detto che sarebbe bene fa un po’ di digiuno per la guerra! Io ho pensato che i digiuno gli è abbastanza inutile e poi se mentre tu mangi tu guardi un poinino di telegiornale tra fede sposini busce e berlusconi la fame ti passa subito. Alloora ho pensato a un’interpretazione mia dì messaggio papale. Ho deciso di un bestemmiare finché mi riesce. I ttoscano gli è bestemmiatore di natura. I mmoccolo è proprio ni coredo genetio. Ma tent’è ho deciso di sforzammi. Ieri nemmeno una madonnina, oggi fino a mezzogiorno ì mi voabolario usuale gli era quello di uno di omunione e liberazione (gente che un mi garba eh, parliamoci hiaro). Poi a mezzogiorno in punto arriva la telefonata della banca. Un assegno che avevo versato non è andato a buon fine. Ho chiesto perbenino icché la mi volea dire. E lei nsensibile come un generale di corpo d’armata mi dice, nulla da fare ì conto gli è andato in rosso, bisogna che la provveda a ripienallo con un poinino di valuta fresca. Allora un ce l’ho fatta piue e ho tirato una sfilza di moccoli che hanno interessato tutt’ì cielo, dalla madonnina della tosse alla vergine dì cipresso, fino a ì crocifisso. Mi sentio anche un po’ in colpa, ma poi ho riflettuto in fondo se ci sono le bombe ntelligenti, e po’ trovare una giustifiazione anche ì moccolo strategio.

Quando le giornahe inizian male! Iersera le previsioni dì tempo dicehano sole a tutto tondo, finavvenerdì! E nvece stamane eccoci nquesta foschia depressiva che unn’ha né babbo e né mamma. A colazione poi, hon la famiglia riunita e le cispe agli occhi ìssòno dun ssessemmé su ì telefonino la ci sveglia tutti da ì torpore di latte e biscotti in cui s’era immersi. Leggimelo te! Fo a ì mì figliolo meglio conosciuho home pollicevelox… lui lo legge, ridacchia e sta zitto. Maremmamaiala, he la smetti di fa gerriscotti e tummi dici icché la hogliano… e lui allora. Oh babbo dehano ahere sbagliaho… qui c’è scritto “ho voglia di tene, telefanami”. Hanno sbagliaho una bella sega, si rihorta la mi moglie co una faccia alla cassiuscley…dammi qhi codestaffare. E preso in mano ì telefanino s’accinge a lègge ì frutto (sehondo lei) d’un reato che unnò mai hommesso… accidentammé e a quando m’è venuho ammente di dagli anche ì numero a qhellalà. La mi moglie gliè ncazzaha home unsisàicché e a ogni mì tentativo di falle capì che la pole dormire sonni tranquilli la un faceha altro che rispondimmi… ma vai a cahare… vai a cahare te e qhi ciondolo mmezzo alle gambine che la vi fa da cervello a voi homini! Fortuna he dopo la s’è accorta che dopo una fila nterminabile di puntini e c’era un numero di qhelli a pagamento! Allora giel’ho tirahi io du moccoli su ì viso e poi uscendo e sbattendo la porta gli ho detto… e stanotte, quando tu m’ha hiesto un’imbiancatina alla hucina e a ì tinello, home mai tu l’hai hiamato pennello nvece che ciondolo?

Stando a icchè dihano i giornali, ì vatihano s’appresta a dà via libera agli ogm… dihano che possano risorvere la fame nimmondo. Ora io già me lo vedo ì bambino di biafra, con ì rosario appeso a ìccollo e una pannocchia di maisse da ducento chili nella manina. Di qhesto passo, un sò quando si darà via libera anche a toglielli lo stomaco a quelli che c’hanno fame (aimmeno si risorverebbero i problemi alla radice). Tanto qhella gli è gente che dello stomaco un se ne fa davvero nulla!
Ora daicché ho capiho io, gli ogm inquinano tutte le corture. Se pianto di mais ogm, deho rihomprare (a caro prezzo) i semi tutti gli anni! E qhesto perché le piante tra di loro un trombano più naturarmente. Sarebbe home scegliessi i figlioli su un catalogo e ordinalli pé corrispondenza o addirittura onlainne. Icché visti i figlioli che ci sonoaggiro, sarebbe una tentazione forte pé genitori. Poero maisse! Poero mondo!
Io sarei favorevole agli ogm solo nella politiha. Desidero un rutello e un d’alema genetihamente modificati (parecchio modifihati)… e nquanto a berlusconi e previti, ve l’immaginate oggiemme anco loro? Sehondo me la modifihazione genetiha nella politica potrebbe fare artro che dìbbene! Comincerei co ì togliere ìggène della matematiha e qhello della finanza, ntanto… poi gli farei la faccia menoaccùlo, infine gli toglierei la voce a tutti. Icchè vu dite? Doventerebbero de’ mostri? O perché ora icché sono?

C’ènno notizie che ti fanno tirare un sospiro di sollievo. Sehondo l’urtimo sondaggio alle donne un gli garba piue ì macho superpalestraho, ma l’omo un poe trasandaho, da ìffascino misterioso e bohemienne. Finarmente posso risporverare la hollezione di farfalle! E sì che una vorta m’ero persino deciso a andare anco io in una di qheste palestre di bodibilde. Ho resistiho tre giorni. La vera gennastiha per mene gli era liberare i bilanceri da’ dischi da cinquanta hili per metticci i miei da cinque. Una vorta, che me nero dimentihato ho rischiaho perfino di rimané strozzaho sulla panca da un peso che un riuscivo piue a riagganciare. Poi, nelle docce, la soddisfazione. Da ì momento che ì pisello unn’è possibile accrescillo, a quegliartri gli spariha in mezzo a muscoli… immìo nvece… nsomma via, un me lo fate dì! Sono andaho avanti hon questa sihurezza dì pisello d’una certa rilevanza fino a quando quest’estate mi son ritrovaho in mezzo a una spiaggia nudisti. Lì c’era uno superpalestraho che c’havea un pisello genetihamente modifihato co ì gene delle bottigline d’acqua da mezzo litro. Lui e il suo fidanzaho si tenevano mano nella mano e passeggiahano con queste cinque gambe su ì bagnasciuga. Che culo! Ho pensaho, ntendendo dire la fortuna. Che culo! Gli hanno detto le donne accanto a mene, ntendendo dire ì culo di superpalestraho, home su unn’avessero visto artro… ipocrite! Che culo! Gli ha detto uno con la vocina a ghei poho più in là, ntendendo dire la fortuna dell’amiho dì superpalestraho. Nsomma, ecco, ì brutto dei sondaggi gli è che vorrebbano dimostrare che a risposta uguale horrisponde pensiero uguale… poeri grulli!

occupandomi di ranocchi da più d’una generazione, arcuni mi honsiderano un vippe. E nquanto tale, ogni tanto m’arriha quarche invito sclusivo! Nimmì modesto ragionare (un sono uno che c’ha troppa esperienza di certe hose) penso che un invito ai vippe un comprenda più di qhelle cento, centocinquanta persone, nqhesta città, che da più d’una generazione s’occupano di quarcosa che unn’ha direttamente acché vedere co ì vil denaro. Di solito ci si honosce tutti, e siccome un ci si frequenta spesso, in quarche occasione, sempre più rara per mene, qhesti inviti sclusivi doventano l’occasione peffare du hiacchiere. Io ragiono di ranocchi, ì conte ragiona di honti, ì banchiere di banchetti, ì massone di massi… e via di qhesto passo. Unn’è che ci sia dì filinghe, né che ci si hoglia dìbbène… ma ci si capisce. Perché siamo in pohi e sempre meno a occupassi di hose che per tante genti unn’hanno nessun signifihato. Stasera nvece, all’invito sclusivo eravamo diverse centinaia di persone. E nìmmentre che ragionaho di hastelli con un castellano e di honti con un conte, di hontinuo s’intrometteha (maleduhatamente) gente che unn’aveho mai visto, in una honfusione di discorsi… una colfe che ragionava di golfe, un questurino che ragionava di Torino, un assessore che ce l’aveva con le sore, una maestra che reclamava un extra, un agente di hommercio ubriaco marcio, un tipo ilare che portava a penzoloni l’auricholare dell’urtimo modello di cellulare. Arrivaho ì momento dì buffette, mi son trovaho stiacciaho in un angolo di tavolo, con un viavai di gente che riempiva piatti e bicchieri a dismisura e che scambiava ì piattino dìppàne per un sbriciolare sulla tovaglia, pé ìppòsto ndove si sputa ì nocciolo dell’oliva. Dopo nemmen mezz’ora, alla mi destra du hoglioni si son messi a litigà su berlusconi, e alla mi sinistra du signore sposate si erano “incasinate” per le troppe posate. Sicché mi sono arzaho zitto zitto e approfittando della honfusione mi son dileguaho verso l’uscita senza salutà nessuno. Gliero quasi un vippe libero qhando una ragazza con un taierino la m’è corsa dietro con una penna bic e un libriccino: che la metterebbe una firma? Naturarmente ho detto io. E ho firmato SiFossiFoco, per urgenze idrauliche chimare ì 338… la ragazza unn’ha gradito, io uscendo gli ho arzaho ì dito!

Nell’abbrutimento umano, in verso gli urtimi stadi, c’è quello della visita a quarche mercatino dell’antihuariato! Ma no uno di qhelli delle grandi città, in cui la ti pole capitare artro che di homprare home originale una madia dì settecento e poi scoprire sotto ì coperchiolo finto nvecchiaho coll’impregnante la scritta “peras argentinas”, piuttosto uno di qhelli de’ paesini piccini, che sembrano più un rihongiugimento di sfollahi che un vero e proprio mercaho. Nquesti mercatini tuttrovi quanto di peggio si pole raccattare nelle soffitte delle peggio periferie delle peggio città: telefani rotti degli anni settanta, cartoline dìdduce, figurine che si trovahano nì dashe. Formidabile ì reparto curtura, coi gialli di Sanantonio e i libri pocket più osé: angelica e le cozze d’oriente, schiave dìppiacere e via di qhesto passo. In qhesti mercatini l’omo si sente a un passo da ì carpestassi ì cervello, ormai sceso a livello hoglioni, anche perché ti tocca a fare a gomitate pe’ riuscire a distinguere in un mucchio di porvere quarche bottiglina mignonne di Biancosarti. In questi mercatini la gente un ci va pe’ comprare nulla, ma sosta tra le bancarelle pe’ vedere icché homprano gli artri. Una hoppia che mi sembraha d’intenditori, l’ho seguiha fino a casa, ascortando di nascosto i hommenti sull’essersi aggiudicahi, pe’ la modica somma di tre euro, un libro di preghiere spagnolo, co una copertina rossa e l’immagine d’un santo di qhelli che qhi da noi un si bestemmiavan neanche quando si bestemmiava parecchio. Io leccaho immì gelato a ì limone e li seguivo sulla passeggiata. Loro a braccetto interloquivano eruditi: lo hoglio mettere suìmmobile barre, accanto all’angelo di gesso. Mannò, diceha la moglie, sehondo mene la starebbe meglio nella teca delle bomboniere di peltro, peffare pendante con la harta da parati dell’ingressino.

pe un malauguraho caso dì destino, mi sono addormentaho co’ ì tesmed acceso. Ncasa un c’era nessuno, e io m’ero attaccaho gli elettrodi pe scorpire gli addominali (dopo ave passaho più di mezz’ora a cercalli). Nsomma, devo essimmi agitaho nì sonno e un paio d’elettrodi mi son finihi appiccihati nelle parti intime. A vorte gli è proprio vero, come dihano alla tolevisione, che un apparecchio dì genere potrebbe hambiare la vostra vita… io ora c’ho un coglione che sembra una ciliegina sottospirito, e la fava più allenata che un attore d’ardecore. La mi voce unn’è più la stessa, svegliaho da ì telefono, ho risposto e mi son sentiho dire: sono xx, c’è il babbo? Cazzo, ì babbo sono io, accidenti a ì tesmed. Ho cercaho disperatamente una soluzione a ì probrema su ì libretto d’istruzioni dì malefiho apparecchio. Nulla da fare. Ci sono norme che riguardano tutto tranne che ì problema dell’essersi allenaho troppo le parti intime (eppure un credo d’essere ìssolo su ì pianeta). Decido allora dittelefanare a ì numeroverde. Dopo trentacinque minuti che tentavo di convincelli che ero maggiorenne e un mi chiamavo Signora, m’hanno passaho un responsabile che m’ha detto che l’uniha soluzione gli è ripetere l’allenamento alla rovescio, anche se la macchina unn’è dotaha di elettrodi a supposta. Se quarcuno ce l’ha urge una soluzione urgente a ì probrema! (a quello di home ritornare ì sifossifoho che ero, no a come ficcammi gli elettrodi nìddidietro).

Quando vi si spezza la punta del lapis non è più la stessa cosa. Credetemi. E’ come se su quello spazio infinitesimale si reggessero le sorti di un mondo. Non il mondo, un mondo. Lo spazio tra il pensiero e il foglio di carta che vi sta di fronte, finisce che non esiste più, risucchiato da un vuoto d’aria. Se non fosse che tutto questo accade in un microcosmo, sarebbe una tromba d’aria, un uragano, insomma: una tragedia.
Quando vi si spezza la punta del lapis i pensieri rimangono in apnea, e non c’è verso di farli respirare. E’ come se il pesante coperchio non troppo immaginario della vostra valigia vi imprigionasse le dita chiudendosi sul vostro corredino lindo e profumato di certezze.
Perché tutto questo succeda, occorre che la punta del lapis si spezzi da sola. Spezzarla apposta è un atto volontario fin troppo ovvio. Qualsiasi psicologo potrebbe spiegarvi con una certa esattezza i perché e i percome di quelli che spezzano apposta la punta del lapis. Allo stesso tempo non c’è professionista al mondo capace di spiegarvi come avviene che, del tutto casualmente, si rompa la punta del lapis. Il fatto ha del misterioso, ma anche se cercate una spiegazione nel campo dell’irrazionale, del misterico e dell’esoterismo, non crediate di cavarvela facilmente. Nessun sacerdote, mago o paragnosta sarà in grado di aiutarvi sondando l’occulto. Il fatto che la punta del lapis si sia spezzata è una verità inconfutabile, e le persone, soprattutto quelle che vantano una certa esperienza o specializzazione, non sapranno mai dare uno straccio di risposta a una verità inconfutabile.
Per questo molte persone ridono quando gli si spezza la punta del lapis. Ma a fronte di quelli che ci ridono sopra, c’è un sacco di gente che non ci ride affatto, anzi, si arrabbia moltissimo. Conosco personalmente qualcuno che ha persino perso il sonno per lo spezzarsi della punta di un lapis, anche se non possiamo certo considerarla come un rumore fastidioso. Anzi, tra tutti i rumori di un ipotetico dizionario dei rumori, lo spezzarsi della punta di un lapis entrerebbe di diritto nel novero dei rumori “buoni”. E c’è persino qualcuno disposto a giurare che non si tratta di un rumore, ma di un suono. Durante un viaggio ho conosciuto una musicista che aveva campionato quando la punta del lapis si spezza e ne aveva realizzata una sinfonia. Piuttosto noiosetta, a dire il vero, eppure molto apprezzata dai critici di musica sperimentale. Ma se proprio vogliamo essere precisi, non sappiamo con certezza se questi esperti di musica abbiano mai ascoltato dal vero la punta che si spezza del lapis. Magari si può ipotizzare che sia accaduto, ma rimane il ragionevole dubbio che in quel momento potessero essersi distratti. Sì, perché lo spezzarsi della punta del lapis non è una cosa che dura tanto a lungo da poter chiamare qualcuno a testimone. E’ uno spettacolo breve, quanto modesto e intimo. Nessuno acquisterebbe un biglietto per una cosa del genere. Un fatto così intimo, sarebbe così poco convenzionale.
Figuriamoci, nemmeno le filosofie o le grandi religioni, neanche quelle più attente alle piccole cose che accadono nell’intimo sentire, si sono mai preoccupate di una punta del lapis che si spezza. Nulla di nulla, neanche un rigo per sbaglio. Non hanno detto che deve accadere, come sostengono i fabbricanti di temperamatite; né che non deve accadere, come affermano invece i fans della penna biro, o quelli più aristocratici che preferiscono la stilografica o, peggio, quelli che sbattono tutto il giorno sulla tastiera di plastica del computer.
Eppure, tutto a un tratto, il lapis smette di correre sul foglio e, è inevitabile, non avete più la punta. Questo è il fatto. Guardate il piccolo cratere grigiastro scavato nel legno ed è come se vi mancasse qualcosa di diverso della semplice punta del lapis. Eppure tutto attorno a voi sembra come prima che si spezzasse, tutto, almeno apparentemente, è ident_

M’è ritornato in mente l’anno scorso, quando in una breve vacanza, seduti per l’aperitivo al bar del piccolo paesello di montagna dov’ero ospite, è planato tra i tavolini all’aperto, un bellissimo esemplare di cervo volante. Ricordo come rimasi stupefatto dalla cattiveria delle persone, e di come fecero presto a torturallo e ammazzallo. Una vorta i bambini ci giocavano coi cervi volanti, li tenevano al guinzaglio con una cordicella e li facevano volare.
Dai tempi dei tempi ì simpatico animaletto, viene invece associato a ì male e a ì diavolo. Se n’occupò Ovidio nelle Metamorfosi, Plinio ì vecchio nella naturalis historia e Antonio Liberalis nelle transformationes. La chiesa, che si fonda sulle paure, fece la su parte: in un messale miniato dì 1526, conservato a Bressanone nella biblioteca dell’abbazia di Novacelle, si vede un cervo volante che assale due angioletti spaventatissimi. Antihe leggende raccontano di come ì pastorello Cerambo, uno degli innumerevoli pleiboi dì tempo per la sua capacità d’incantare le ninfe con la voce e lo zufolo (funziona così anco oggi), fu trasformato in cervo volante per uno sgarro fatto agli dei.
Nell’immaginario collettivo della pittura gotica, tra i quattordicesimo e ì diciassettesimo secolo, ì cervo volante fa la parte dì diavolo in numerose nature morte e scene raffiguranti il sottobosco. La gente pensava che ì cervo volante appiccasse il fuoco trasportando con le potenti mandibole addirittura i carboni accesi. La gente aveva paura degli incendi, anco perchè ì canadeir unn’era ancora stato nventato.
Così oggi, a distanza di quarche secolo, ì poero cervo volante deve stare parecchio attento a quarche testa di cazzo che l’ammazza, con la testa piena d’una comunicazione iconografica e letteraria del tutto inconsapevole, e che non ha mai né visto e né letto. Chissà se tra quattro o cinquecento anni un piccolo cervo volante avrà salva la vita peicché ho scritto io oggi nel brog?

Una cosa che mi ha sempre corpito dei bambini piccoli piccoli che viaggiano sui passeggini, gli è la capacità di levassi le scarpe e i calzini senza usare le mani. E’ una di quelle cose che noi più grandicelli ci costa una gran fatica. Stamani ho approfittato di un buco tra due appuntamenti, mi sono seduto su una panchina in un bel parco, e ho provato a fare come fanno i bambini. Le scarpe son venute via subito. ì difficile gli è stato agganciare i calzini con gli alluci dopo aver tirato su i pantaloni fino a ì ginocchio. Intanto, la gente che passava di lì mi guardava stranita. Una coppia di anziani addirittura scandalizzata, neanche fosse disidicevole avere il desiderio di poggiare la pianta dei piedi nudi sull’erba fresca. Forse quello che trovavano scandaloso era ì fatto che non usassi le mani e che sgambettassi come un grullo a piedi all’aria con le braccia che ciondolavano qua e là per mantenere l’equilibrio. Anche perché le mani e le braccia, se non l’usi, è difficile sapere dove metterle per mantenere un perfetto aplomb. Alla fine ho provato anche a rimettermi carzini e scarpe senza usare le mani. Però a fare ì fiocco alle stringhe con le dita dei piedi ancora un mi riesce.

A un omo come me puole capitare un appuntamento a ì buio. Prendere un aereo all’improvviso la mattina all’arba e ritrovammi nsicilia ancora mezzo assonnato. Può accademmi di vedere un cartello all’uscita con su scritto “ulisse sifossifoco” e di ritrovammi con l’autista. Può accademmi un lungo giro in macchina co ì sole che picchia già forte negli occhi, in un delirio di barocco indove gli stucchi, i gessi, i marmi, le giravorte, si mescolano ai profumi e ai puzzi in egual misura, e uscirne ubriaco stordito dalle mille bellezze e dai mille difetti. Può capitarmi che nella stanza dove vengo introdotto ci sia una donna d’una bellezza rara. Una bellezza che fa perdere ì fiato. Ma non quella bellezza tra omo e femmina, una bellezza tra omo e opera d’arte. Può succedere che tanta bellezza abbia gli occhi color dell’acqua co’ una nota di lapislazzulo, e la pelle e i capelli e le labbra carnosissime scure come ì sottobosco d’autunno. Può succedere che una donna così non indossi un filo di trucco e che quando tu la senti parlare la voce la ti sembri una musica di qhelle dorci dorci con un timbro a metà tra ì pianoforte a coda e lo zufolo tibetano e che, a quì punto, uno come me gli è tarmente teso in tutti e sei i sensi, che mi pareva persino d’annusare quell’odore di muschio e di servatico che la ti potrebbe far perdere ì capo. Può succedere che alla fine d’una conversazione in cui un tunn’hai capito nulla, la bella donna la s’arzi dalla scrivania e uno come me, ma anche uno che unn’è come me, la veda zoppicare. Può accadere un difetto all’anca, come uno scherzo dì destino, come un monito, o che cazzo ne so.

Tra gli ntellettuali che mi capita di frequentare, se ne vede di tutti i colori. C’è ì masturbatore mentale, ì diarreoso verbale, ì testa di cazzo e anco lo scoppiato. Dopo ì brek-aut elettrico dell’artro giorno, ho ricevuto questa e-mail:

Se manca l’elettricità non possiamo più entrare in rete. Ma la rete – itinerario, interfaccia, tavola delle conversioni – esiste lo stesso, resiste: per via di persone che ne sono nodi – non immaginari. Allora i segnali riavviano saggi e viaggi tra punti; li riscrivono. Pensando e anzi direttamente fabbricando, da/per città né minori né laterali, tantomeno invisibili, il noto spazio di non-inferno, necessario: la intrigante intricata babele orizzontale (non piatta). Le sue vie pervie.

Così ho deciso, dopo la missiva, di vivere un paio di giorni senza corrente elettrica, senza computer, senza ntelletto e senza intellettuali. L’esperienza gli è stata meravigliosa. Sono persino stato a una di quelle feste da vippe in cui conta moltissimo come tu sei vestito, su che macchina tu viaggi e che marca di videotelefanino tu c’hai per le tasche. Ecco la mi vita gli è fatta un po’ così, senza equilibrio, teste di minchia intellettuali ma povere da una parte e teste di minchia mbecilli ma ricche dall’artra. Arcuni mi ritengono fortunato, ma a me mi fa parecchio ncazzare la difficortà a trovare quelle vie di mezzo che ti farebbero apprezzare di più la giornata. Per questo ho deciso di staccare tutto, di prolungare quello che ì gestore della rete elettrica aveva incominciato. Mi son perso diversi telegiornali, quarche centinaio di spamme che tentano di vendemmi pe’ forza ì viagra e i vicodin, condito con lo xanax e da donnine gnude da ì pelo folto. Mi son perso quarche confezione di surgelati che giaceva nì frizzer da chissà quanto, mi son perso biutiful, la mariadefilippi, ì costanzosciò, le coscine delle veline e persino du raccomandate da ì postino perché un faceva ì campanello. Mi son perso quarche chiamata su ì telefanino che gli era piuttosto giù di pile e mi son fatto delle belle docce fredde perché le cardaie ntelligenti che fanno ora un capiscan nulla senza i ducentoventi volts. Mi sono ncredibilmente divertito a infilare i diti nelle prese della corrente senza rimanecci attaccato e ho infilato la lingua nell’avvitatura della lampadina dell’abagiur solo pe’ la curiosità di sentire che sapore aveva. E ho pensato che ogni omo ntelligente ogni tanto dovrebbe staccare la luce e riscoprirsi primitivo. E che tutto questo andrebbe fatto anche con la rota, con ì foco e con tutte le artre nvenzioni dì vivere moderno che via via hanno atrofizzato ì cervello degli omini.

Stanotte, sulle pareti attorno a ì mì letto, si sono date appuntamento aimmeno trecento zanzare. Sanno che a casa mia un si usano fornelletti e veleni, un si usano gli urtrasuoni, un si fa nulla pe’ ammazzalle e neanco per tramortille. Sanno di poter sfruttare i resti della doccia notturna pe’ respirare un po’ di vapori cardi in questa stagione un po’ troppo freddina per loro. Sanno che la mia gli è una casa libertaria anco per loro, e la usano pe’ discutere delle loro zanzaresche cose. Se uno nì cuore della notte potesse ascortarle, a ì buio, ne sentirebbe di cose. Sentirebbe che ci sono zanzare pedofile che gli garba succhiare ì sangue alle bambine e ai bambini, zanzare bizzarre che succhiano ì sangue solo in mezzo alle dita dei piedi e solo se ci sono certi odorini, zanzare stronze e invidiose che pungano di notte il viso delle belle ragazze solo sulle fossette che si formano attorno alle guance quando fanno i sogni belli e sorridono, zanzare che ti vengano a succhiare ì sangue in zona…. cesarini, zanzare politiche che un s’accontentano mai e succhiano tutto icché c’è da succhiare, zanzare sommelier che succhiano un po’ qui e un po’ là, zanzare arternative che ti succhiano dove le altre un si sognerebbero mai, tipo dietro alle orecchie o direttamente nì cuoio capelluto, zanzare speleologhe che preferiscono la parte alta delle narici. E tra una succhiata e l’altra chiacchierano, giocano, planano a ì buio nella stanza in su e in giù, da un lato all’altro, come se camera mia fosse un aeroporto impazzito. E te un tu sai più come nasconderti, perché certe zanzare camicaze riescono a penetrare le piume dì piumone e si mettano a dormire un sonno eterno proprio tra la tu guancia e ì cuscino, lasciandoci una lunga cometa di sangue. Tutte queste zanzare mi dispiace davvero mandalle via, ma so che se anche cambiassi casa peffare posto a loro, m’inseguirebbero in capo a ì mondo. Arcune di loro ci passano tutto l’inverno qui con me e banchettano dì mì modesto A positivo, come se mangiassero ostriche. Stamattina verso le sei, una l’ho persino beccata a ì telefono, tutta intenta in uno zi-zi-zi co’ una su’ lontana parente… zi-zi-zi, zi-zi-zi… chissà che cosa si son dette?

La filosofia gli è una strana cosa. Tutti ne parlano, parecchi cercano di studialla, pochi sanno cos’è, quasi nessuno ha vissuto a stretto contatto con un filosofo. Io sono un privilegiato in questo senso, ì mì bisnonno Valdemaro Sifossifoco fu Carmine, gli è stato uno tra i maggiori filosofi dissù secolo, operante soprattutto a casa nostra. Il bisnonno Valdemaro se n’è andato in cielo ì giorno prima del suo centotredicesimo compleanno. Io c’avevo ancora i calzoni corti, ma passavo con lui tutto il tempo. La sua potenza filosofica mi affascinava. Una vorta a un ragazzo di vent’anni che gli aveva fatto girare i coglioni, prima di mandallo a cahare, gli disse: “Io son cinque vorte giovane come te, te invece quante vorte vecchio come me?”. Una mezz’oretta prima che morisse, io piangevo e lui mi disse: “oicché tu piangi, Ulissino, e c’ho più di cent’anni… un mi strozza miha la balia”. Ma la su filosofia semprice e giusta s’è espressa anche nì conflittuale rapporto maschio-femmina. Rimarrà sempre nella storia la sua mitica frase: “le donne ènno come i soldi, se un tu te ne preoccupi continuamente vanno a finì tra le mani di quarcun artro!”.

Da quando feci l’incidente come un fesso, in via de’ fossi, all’artezza dì benzinaio dell’esso, e mi trovai tutto acciaccato a buo pillonzi su ì greto d’un fosso, e passai diversi mesi tutto nfagottato nì gesso, un pigliavo più l’autobusse. Stasera però ho trovato un metodo diverso di pigliallo: ci son salito sopra senza macchina. Ho timbrato ì mì bigliettino e mi son messo a sedere, contento come un ragazzo sulle giostre. Du giovanotti accanto a mene discutevano animatamente, ripetendo a pappagallo, ma con frasi parecchio elaborate da loro, icché c’è scritto di solito ne’ giornali. I du ragazzi, avranno avuto circa un trentinaio d’anni o giù di lì, dovevano venire dalle periferie, aimmeno a considerare dall’attenzione all’eleganza e alle griffes che c’avevano addosso. Trentenni che vanno ancora all’universitae, in attesa che la laurea gliela diano honoris causa.
- Berlusconi gli è un disonesto! – diceva uno
- Secondo mene gli è un disonesto anco Bertinotti. – diceva quell’artro… e così via
- E perché D’Alema? Se fosse onesto…
- Già e come tu la metti co ì sindaco? Un ti sembra un disonesto anco lui?
- Ahh, se gli è pe’ codesto, anco questi nogrobal un son miha tanto onesti eh?
- Ehh, tu ha’ proprio ragione, un ce n’è più d’onesti a ì mondo
- bah proprio loro, che dovrebbano dare ì buon esempio, sono i più disonesti di tutti
Insomma, io li guardavo e l’ascortavo basito, pevvia che un m’era mai successo di sentì du giovani ragionare di politica tarmente a bischero e con tanta passione.
Certo un dovevano esse delle cime. C’avevano l’occhio spento spento, che parehano le teste vòte di quì detto che diceva “le luci sono accese, ma in casa un c’è nessuno”.
Ma son rimasto anco più basito quando, all’artezza di piazza San Marco, gli è montato ì controllore e gli ha fatto una bella murta a tutti e due, pevvia che unn’avevano pagato ì biglietto.

Gli è da un monte di tempo che la gente si è lasciata prendere da un nuovo virusse psicologico collettivo: fare le cose lentamente. Una cazzata che bisognerebbe vergognassi solo a sentilla, figuriamoci a dilla. Eppure, ovunque c’è un po’ di spirito arternativo (spirito nì senso alcolico dì termine) tu te la senti ripetere in un’insalata di frasi fatte: elogio della lentezza, fai le cose lentamente, assapora ì gusto delle cose lente, eccetera eccetera. Evidentemente la gente gli è grulla, perché quarcuno ci crede e va a finire che si sforza anche, senza capire di rendessi ridicolo e di fassi, a lungo andare, un profondo male pissicologico. Fare le cose lentamente unn’è possibile, così come unn’è possibile falle velocemente. Pe ogni cosa ci vole esattamente ì tempo che ci vole e questo varia da persona a persona, da maschio a femmina, da omo a animale, da animale a cosa, da cosa a pensiero. Fare le cose lentamente gli è una frase che convince parecchi grullacchiòli non perché significa quarcosa, ma perché c’ha un suono che solletica l’orecchio senza passare da ì cervello. I’ tempo d’una pisciata o d’una cahata un pole essere allungato o ristretto solo perché c’è un cretino che ti convince co’ ì suono d’una cazzata. E ì mondo gli è pieno di personaggi che ci rimangan male perché, ad esempio una trombata, gli è stata più corta dì previsto. Sì sì, questa fobìa della lentezza gli è una vera epidemia psichica dalle conseguenze disastrose. Anco perché se ad esser lenti siamo noi ci si giustifica con questa spiritualità da mbecilli, se a perdere tempo sono gli artri allora ci si incazza come le berve: provate ad avere un accredito mbanca con un par di mesi di “lentezza” e capite subito icché voglio dire. Quando quarcuno vi dice la frasetta fatta: cerca di fare le cose più lentamente, affrettatevi a sputagli in un occhio o a mandallo a cahare in un baleno.

Un so se vi capita spesso anco a voi, di avé bisogno di quella quiete che un si riesce a trovare da nessuna parte: e più che tu la cerchi e più un ti riesce di trovalla e allora ti subentra all’ansia una certa voglia di scappare, ma scappare un tu puoi, perché quarcosa nì cervello la ti dice: oh grullo, scappare, ma scappare indove?
Io ho trovato una soluzione a questo annoso probrema con l’ausilio di una scatola di cartone bella grande. Me ne sono procurata una che aveva contenuto una partita di vestiti d’arta moda, arta ma un po’ strettina, comunque di cartone bello spesso e con delle grandi scritte arto-basso-meideintaly-maneggiareconcura. Gli ho fatto delle piccole fessure peffare entrare la luce e dopo, seduto su un morbido tappeto nì mezzo dì salotto, me la sono posta addosso nascondendomi completamente da tutte le viste, anco a quella di me stesso. Dentro la scatola c’era un odorino bono di cartone con appena un retrogusto d’umido e una nota speziata di camionne della upiessedelivery. Dentro la scatola c’era giusto la luce che entrava dalle fessure e disegnava ombre antiche e amiche. Dentro la scatola i rumori gli eran tutti in lontananza, ganzissimi, pevvia che i piccoli rumori gli eran tutti in primo piano e ì casino gli era appena un sottofondo. Dentro la scatola ì respiro la ti doventa una musica e dopo un pochino tu lo poi sentire tutto umidino e caldo che gli è un piacere. Dentro la scatola tu ci potresti stare ghieci minuti o anco un’ora o due e tu c’hai sempre come una sensazione di mamma, di pancia, d’acque che ancora un si son rotte mentre tutto ì resto sì. Dentro la scatola, nell’angusto spazio, tu ti ci poi sentire dentro come in un castello, e se quarcuno se n’accorgesse, tu ci potresti anco aspettare l’ambulanza. Dentro la scatola un fa più nessuna differenza l’essere servo o re… unico errore, maremma maiala, gli è lasciare acceso ì cellulare.

Potrebbe capitare anco a voi. Essere nvitati a un ridinghe di poesia! Un ridinghe, dall’ingrese lèggere (tu ridde), vole dire che uno o più poeti fanno uno spettacolino per farvi entrare nì cervello le loro poesie. L’urtimo ridinghe a cui avevo partecipato gli era dell’attore Paolo Poli che leggeva le poesie di Palazzeschi. Chi conosce Palazzeschi sa bene icché voglio dire, chi un lo conosce lo prego di suicidassi immediatamente co’ ì sistema che preferisce. Stavorta, nvece, ì ridinghe gli era fatto direttamente da ì poeta… egli leggeva le sue poesie. Io gli ero già preoccupato, più che artro perché c’ho un cognome da dofendere. La bisnonna Varchiria, la moglie di Valdemaro e filosofa aimmeno quanto lui, diceva spesso: “gli è meglio sta’ zitti e facci la figura dello scemo, che aprì bocca e un lasciare dubbio”. Nfatti questo poeta, a giudicare da icché dice prima dì ridinghe con della gente che salutava, già mi sembra scemo. Ma decido di un scappare, e fammi dì male a ascoltallo. Finarmente, con lo straordinario pubbrico di du amici, tre cugini, la fidanzata, la mamma, ì babbo e ì carrozziere che gli ha accomodato la macchina la settimana scorsa, ì ridinghe incomincia… e gli è subito uno strazio. I’ ragazzo scrive e recita se stesso come se stesse davanti allo specchio ngranditore a strizzassi i brufoli. Sentendogli accozzare parole senza senso e né verso, e nquesto modo svomitacchiare in giro tutto quì poco che ì ragazzo la ci aveva nell’anima, dentro di mene maledivo Ungaretti. Accidenti a lui – dicevo – e a tutti quei professorini delle scuole medie, gnoranti peggio delle capre, che ingannano questi cretini facendo credere che dietro un m’illumino d’immenso ci sia l’occasione per questa poesia senza istudio, una poesia più veloce e facile che togliere ì cappuccio da una penna bicche. E ntanto mi veniva da raschiammi la gola e l’attenzione a poco a poco si spostava dallo sbadiglievole poeta a ì sottoscritto, prima lo sguardo dell’orgogliosa fidanzata, poi della mamma, dì babbo e perinsino dì metarmeccanico. Se unn’avessi avuto tutti questi sguardi addosso, giuro, mi sarei arzato pe’ andà via… nvece son rimasto, fino all’urtima poesia. I’ poeta la s’era riscardato ben benino (anco per un sentito apprauso dì pubbrico che ho già descritto) e si apprestava a dare la stoccata finale co’ un verso che anche ì latrato d’un cane sarebbe stato meglio. I’ ragazzo faceva finta di soffrire decramando un bel bzz bzz… la mosca si chiede… dove sono?… Mentre io con un filo di voce d’agonia gli rispondevo: su una merda, vai a studiare!!!
sifossifoco l’ha detto alle 25/10/2003 23:10 e te icché tu ne pensi?

Quando sono assorto, pensieroso, anco un po’ stanco o scazzato, vado a fammi un giro nelle mi narici alla ricerca di una bella caccola. Nelle mi narici le caccole stanno come ai funghi nì bosco: lì per lì sembra che un ce ne siano mai, ma a cercare bene… Devo dire anche che le caccole di quegli artri mi fanno schifo un monte, ma le mie caccole mi danno una soddisfazione ncredibile. Le cerco con la punta dell’indice e quando le trovo m’aiuto anco co ì pollice. Che soddisfazione! Mi garbano soprattutto quelle caccole che ancora un si sono formate compretamente, e che c’hanno la testina dura e i didietro morbidino, magari con quì centimetro di filino che caratterizza la vera caccola da collezionisti. Se avessi tempo starei dell’ore a guardalle prima di appallottolalle tra le dita e fanne innocui proiettili. A ì mercato della porziuncola quest’anno mi sono comprato un cannoncino sparacaccole. L’ho pagato du euro, ma gli è stato un’investimento pell’inverno eccezionale. Gli è fatto da ì tronco cavo d’un sambuco, un pistone di canna di bambue e un elastico. Dentro ci metti la caccola bella appallottolata, metti in carica e bum. Se la caccola è abbastanza grossa e frescolina tu la poi appiccicare sulle porte (o sui muri, dipende dalla mira) anco da due o tre metri di distanza. Io poi, un sono come quelli che si levano le caccole e le lasciano appiccicate indove capita, tipo sotto ì bordo dì tavolo a ì ristorante o sotto i seggiolini dì trenitalia, dell’autobusse o dell’aereo. E non sono nemmeno di quelli che dopo averle estratte le guardano vogliosi e poi se le mangiano guardandosi in giro furtivi mentre biascicano con nonscialance. Io le caccole le conservo gelosamente in una vecchia scatolina d’argento. La scatolina le tiene ben umidificate anco per parecchi giorni, in modo tale che se anco sono fuori casa, quando torno ho un bel po’ di proiettilini per il mio cannoncino. I’ mì sogno sarebbe quello di falle parlare tutte queste caccole e di facci un filme. La caccola protagonista, un’avvenente caccola femmina, se la dovrebbe vedere con un monte di caccole maschio (rinoscibili da ì pelo di naso che rimane incastrato a mo’ di spada) in un sacco di scene mozzafiato. Chiunque in questo momento abbia un naso penso che possa capirmi, o no?

Tra tutti i libri che ho letto unn’ho ancora trovato quello che mi sarebbe garbato leggere più di tutti: ì libro indove sta scritto, menuto per menuto, tutto icché ti deve succedere nella vita. Perché se è vero che il nostro destino gli è scritto, mpazzisco dalla curiosità di sapere come mai, quasi in fondo alla mi pagina di stamani, io dovevo per forza pestare una merda.
Qualcuno di voi potrà pensare: oh Sifossifoco, vien via, falla così lunga pella merda d’un cane! Bene, l’avrei pensato anch’io se un fosse che quella merda gli era la merda più abbondante che la sia mai sortita da ì culo d’un animale, che la puzzasse in un modo ndescrivibile (forse rafforzata, ma non disciolta da ì temporale insistente) e che io proprio stamani avessi deciso di rinnovare delle scarpe parecchio a punta. Già perché su qui cazzo di libro un c’era mica scritto che la dovessi pestare con la suola o con ì tacco… con la punta, c’era scritto, con la punta delle scarpe a punta. Così quell’enorme merda di cane l’ho divisa esattamente nì centro, formando du’ bei riccioli marrone chiaro quasi giallo ocra, che si sono subito sovrapposti in uno schifoso abbraccio a ì nero elegantissimo della scarpa.
Normalmente quando tu pesti una merda tu cammini strusciando su ì marciapiede e, aimmeno ì grosso, tu lo levi facendo finta di fare un pochino di ginnastica presciistica lungo ì marciapiede. Nvece io, per quanto mi contorcessi che parevo una ballerina di lepdens, rimanevo sempre con questo ettino di merda su ì sopra della scarpa. Inutile dirlo, m’è toccato a intervenire con le mani, mentre l’odoraccio marcio già mi prendeva alla gola. Sì perché se su ì mì libro c’era scritto che oggi la pestavo, ì libro di cane aveva consigliato un menù a base di pipistrelli morti di vaiolo pell’intera settimana.

Ier sera passeggiavo tranquillo pella strada maestra, quando la ti vedo spuntare un’ombra nera, co’ una faccia bianca bianca… tipo un dracula di cera lasciato un po’ troppo a ì sole. Aaarghhh!!! – mi fa – Ma vai a cahare! Gli rispondo, e tiro innanzi. All’artro crocicchio di strada eccoti una tutta pircing nì viso che mi si para davanti. Si vede che guarda se io la guardo, ma io un gliela voglio dare questa soddisfazione. Ancora quarche passo e un gruppo di mascherine sanguinulente mi passa schiamazzando d’accanto, c’avranno tutti tra ì sì e ì no quindici o sedici anni. Quarcuno gli è già briaco, un artro si sta accendendo una canna rollata alla belle e meglio senza arcuna maestria.
Stasera gli è festa, mi diho, la festa di allouin… teste di zucca (anco anagrammate) e teste di morto allegramente nsieme a fa casino. Una festa che gli ha solide radici italiane, perché nì nostro paese quando c’è da fa casino si trovan sempre proseliti. Faccio artri du passi ed ecco che mi spunta un’artra testa di morto. Mi viene in mente che una testa di morto originale io l’ho vista davvero. Ruzzolava lungo la corsia d’emergenza dell’autostrada dopo un incidente, la c’aveva ancora gli occhi aperti, ma un credo che pensasse più a nulla. Una testa spensierata, come ce n’è tante, anche se unn’era ì giorno di Allouin!

Tra i luoghi comuni, maschili e femminili, c’è senz’artro quello di dire (quando la conversazione si fa morta): ah si fossi nato dell’artro sesso… così di solito si scopre che quasi tutti i maschi, si fossero nati femmine, sarebbero state della gran maiale. Facile dillo eh? Io nvece a pensacci bene si fossi nato femmina avrei voluto fare la parrucchiera. Parrucchiera estetista, pella precisione. Ora, a ì posto dì lavorare nell’industria dì ranocchio battuto nterra e rimbalzato nì muro, me ne starei zitta zitta a sfogliammi “chi” su una portroncina toné sotto i quadretti con le forbici d’oro, la depilazione di platino, ì solarium di diamante su cui spicca una nomination qualità e cortesia della confecommercio dì mì paese. Starei seduta un po’ come una principessa, evitando di scaccolammi troppo e biascicando a piene mandibole la ciringomma profuma alito, muovendomi solo qui tanto che basta pe togliemmi dalle mele un po’ flaccide ì perizoma nero traforatino laperla (trentasei euro, ma poi son più comodi quelli da sei euro dell’intimissimi). Si fossi stata una parrucchiera c’havrei un so quanti lisinghe aperti pe’ l’acquisto dì solarium ntegrale, la macchina pella depilazione allaser, la macchina per fare i boccoli biondi come shirleymeclein (boccolatrice n.d.r.) e poi i caschi, i foni, la scatolina con la luce azzurra che illumina i ferri dì mestiere. Si fossi parrucchiera estetista andrei a fare i corsi di formazione a Rogoredo, Brescello, Montecatini e du volte all’anno mi toccherebbe ad appiccicare le prove d’acquisto di quarche crema anticellulite per poter partecipare alla crociera a sciarmelscecche tuttopagato, cameriere egiziano compreso. Si fossi parrucchiera estetista mi batterebbe ì cuore ogni vorta che m’entrerebbe in negozio ì rappresentante degli shampi bella+bella o femmeraffiné… e mi comincerebbe a battere forte già quando lo vedrei parcheggiare la smarte serigrafata coll’urtima copertina di gicchiù. Si fossi parrucchiera sarei più bella anco di Rossella Brescia, anco se un po’ (parecchio) più bassa. Ma di certo sarei bionda, parecchio tinta, di un intruglio che avrei nventato io a metà tra la marlenmonrò e britneispersa, ma più bionda. Si fossi parrucchiera estetista, ì sabato pomeriggio farei arrivare da milano (vicino Saronno, insomma) un truccatore ghei per le mie crienti migliori e ì terzo giovedì dì mese pagherei la trasferta a un tatuatore londinese e a ì su assistente peffare anco i pircinghe e ì bodipaintinghe. Si fossi parrucchiera mi vestirei guesse e missesixti, e quarcuno m’avrebbe già regalato la posciette di prada da seicentoventinove euro e novanta. Ma soprattutto si fossi parrucchiera estetista un mi girerebbero mai i coglioni, mai mai mai!

Si sà, a ì mondo c’enno le persone ntelligenti e c’enno le fave. Ma nella categoria delle fave le più fave sono i giornalisti. E tra tutte queste fave di giornalisti le più fave sono i giornalisti locali. In mezzo alla gente tu li poi notare pevvìa di quì quadernino dì potere (secondo loro) che stringano tra le manine abituate a stringere le mani sudaticce di sindaci e assessori, di presidenti di banche locali, dì presidenti onorari di squadre di carcio di serie zeta. Se tu li guardi negli occhi, tu ci poi vedere quella spavarderia che gli deriva da ì fatto di scrivere quarche articolo da cinque euro lorde il cui unico senso sta nel loro nome scritto in fondo. Se poi tu ti prendi la briga di leggelli questi articoli tu scopri che spesso scambiano le verghe dì treno co ì bucato steso a asciugare. La loro scrittura gli è tarmente piena d’aggettivi che tu potresti leggere un rigo sì e uno no e ì senso un cambierebbe (nì senso che fanno senso uguale). I’ sostantivo, per questa gente gli è una testata concorrente oppure una pomata anticallifuga. Quando tu leggi un loro pezzo, tu capisci fin dall’inizio se ì caposervizio (di solito uno più vecchio di loro, ma non più bravo) gli ha detto d’allungallo o gliel’ha ignobirmente tagliato pe’ lasciare spazio alla pubbricità di quarche concessionaria mitsubishi. Ma la vera arte di questi giornalisti sta nella creatività dì titolo… uno che ho visto di recente, commentando un incidente stradale, gli avea scritto a caratteri cubitali: IN CINQUECENTO CONTRO UN ALBERO. TUTTI MORTI.

Ieri, nì mentre ritornavo a casa dopo la mì giornata d’impegni, pensavo a quanto sarebbe stato bello oggi scrivere un post sulla soddisfazione di fare i buchi nella neve ghiacciata con la pipì. Invece, scaricando la posta e leggendo i messaggi privati, mi sono accorto che per qualche decina di persone io un son più il mio sifossifoco, ma son doventato il loro sifossifoco!
Così queste persone, pronte a acclamammi insensatamente come un genio ì lunedì, sono artrettanto pronte a odiarmi artrettanto nsensatamente ì martedì, a sentirsi stanchi per colpa mia ì mercoldì, a un riuscire a dormire la notte pe’ un mì post ì giovedì, a un riuscire a trombare a causa di un mì commento ì venerdì, a domenticassi metà della spesa settimanale pe’ icché ho scritto ì sabato e a un riuscire a scambiassi un segno di pace alla messa della domenica pe’ via che una certa cosa che ho scritto gli puzzava di presunzione.
Così m’accorgo che questi amati fratelli e sorelle pendono dalle labbra di questa paginetta, e di me che con assoluta purezza di cuore la scrivo, intendendo dammi responsabilità che non ho sulle loro emozioni. Arcuni mi minacciano di togliere ì link dalla loro paginetta se un cambierò radicalmente personalità, artri mi informano per raccomandata e-meil con ricevuta di ritorno che non mi leggeranno più, artri ancora scrivano un loro personale tomo di seicentomila parole per fammi capire benissimo che gli garba quello che sifossifoco scrive, ma un gli garba che sifossifoco esista. A questi fratelli e sorelle, che evidentemente unn’hanno capito ì bello di fare i buchi nella neve con la pipì, mi sento di dire che non di solo Sifossifoco vive l’omo, ma anche della grazia, dell’eleganza e dell’intelligenza di sapersi obbligare con passione e forza a fare ì buco nella neve non più profondo degli artri, ma più profondo che ti riesce!

Ì rispetto pe’ morti gli è una cosa sacrosanta. I morti andrebbero ricordati tutti: parenti, amici, sordati, tanta gente che ogni giorno ci rimette la pelle pe’ portare a casa uno stipendiuccio misero misero e che magari casca dall’impalcatura di un appalto d’un subappalto d’una gara a ì ribasso. Io ho rispetto per tutti i morti. Me l’hanno nsegnato fin da piccolo, quando mi parlavano dei tanti morti d’una famiglia che conserva una memoria piuttosto lunga, fatta di bisnonni e di bisnonni dei bisnonni, tutti sifossifoco docche. Tutti co’ ì loro nome, tutti da ricordare. Solo che i morti son tanti, e crescono co’ ì passare degli anni. Fortuna che oggi ì computer ci facilita la vita nì ricordarsi di tutti e tutti i giorni. Io i mì avi, l’ho trasformati tutti in password.

Un c’è nulla da fare. Certe persone un ci riescan proprio a esse se stesse e naturali. E nella smania di significare sociarmente di più (secondo un metro tutto loro) cavarcano delle mode che alle nostre latitudini unn’hanno nessun senso, ortretutto con risurtati modesti nell’aspetto e nelle ntenzioni. Ci penso dopo uno sciagurato invito a cena, che certa gente continua a chiamare pranzo, perché l’ha sentito dire quarche vorta nelle fiction televisive… avoglia te a spiegagli che cena gli è un termine decisamente meglio pe’ quì pasto che si tiene dopo ì tramonto, a cominciare da Gesù, che fece appunto l’urtima. Nsomma vò a questa cena e icché mi mettano nì piatto? Una variante ignorante dì risotto alla milanese: con sarsiccia, zafferano e riso basmati. Benvenuti nell’era yuppy-niueige… maremma maiala! Gli ingredienti avevano smesso d’urlare solo dopo mezz’ora di cottura. Certe cose dovrebbero essere proibite per legge, e certa gente dovrebbe sforzassi di capire che ave’ girato mezzo mondo con la francorosso o la valturre un corrisponde esattamente ad avé visto ì mondo, né ad essersi aperti quì cervello andato a male che si ritrovano. Nvece no, queste persone si sentano scicche, e un fregandogliene nulla d’avvelenatti l’istomaco e lo spirito, proseguano mperterriti pella loro strada, nei loro salottini che negli urtimi du anni sono stati rinzeppati di ogni genere di porcheria finto spirituale-ascetico-coglione: ì giardinetto zenne con tanto di sabbia e rastrellino mignonne, la fontanella zen tutta bambù e mestolini, la biosfera piena d’acqua marcia e erbacce indove agonizzano due caccole che dovrebbero essere organismi viventi della famiglia dei pesci. Ma che casino è? A me mi sembra un’epidemia psichica: una roba da curare con delle medicine! O cò una settimana di lavori forzati alla motosega nelle nostre belle montagne. Io insomma mi son rifiutato di continuare oltre in quì teatrino, e tornandomene tutto solo soletto alla mì magione, mi son preparato una fetta di pan coll’olio e un bicchierino di rosolio.

Certi proverbi son proprio delle prese peiccùlo. Si dice per esempio: Tra moglie e marito un mettere ì dito… ma a ricordanza unn’ho mai sentito dire di quarcuno che c’abbia messo ì dito. Sempre quarcosa di più peloso o di più sostanzioso. Quando gli ero più giovane e poteo permettimmi certi sbarzi emozionali, anch’io praticavo a vorte le mogli di quegli artri, e un lo facevo certo pe’ metticci i diti. Peicché lo facevo? Pe’ incoscenza e ngenuità, innanzitutto, perché da ragazzi lo squallore gli è come se un ti s’attaccasse mai addosso, e poi pe’ pigrizia. Un c’è territorio di caccia più facile che un matrimonio in crisi, e di matrimoni in crisi ce n’è sempre stati tanti fin dall’inizio dì mondo. Quando la coppia gli è in crisi, infatti, basta una frasuccia, un complimento buttato lì per caso che nemmeno te n’accorgi e… zacchete! Tu ti ritrovi tra moglie e marito in un batter d’occhio, naturarmente facendo attenzione che ì marito la sia assente, perché sennò (aimmeno pe’ ì mi gusti) c’è dimorto poco da divertissi.
Pe’ certe cause naturali che unn’ho voglia di annoiavvi a raccontare, io mi son sempre inteso più di mogli che di mariti. Non che sia un tecnico, ma sicuramente son più competente di certi mariti a cui m’è capitato d’essere presentato come un vecchio compagno delle scuole elementari ritrovato all’improvviso. Daicché mi raccontano queste poere donne si sentano parecchio sole e tarmente dibandonate che si trovano a aggrappassi a quì dito (tutto figurato) dì proverbio che a vorte capita ne’ matrimoni contrarissimamente alla loro volontàe. E quando gli capita soffrono che proprio tu ci rimani male anco te e ti vien voglia d’aiutalle a sta’ meglio con quelle due o tre ricette che son scritte in quì manuale di perfetto bon-ton che gli è ì nostro corredo genetico.
Lì per lì sembra che ne traggano un gran beneficio, ma poi… un c’è nulla da fare, ricominciano a soffrire. Di solito, in quella ginnastica aerobica pe’ ì cervello che gli è ì corteggiamento, raggiungano tre stadi ben definiti dì sofferenza. E tutti e tre capitano di solito nello stesso pomeriggio in cui te tu c’hai un impegno fori città indove ì cellulare ci sta che un pigli e loro sono a accompagnare una sfortunata amica cagionevole di salute alla visita specialistica, indove c’è un macchinario che si deve tenere ispento ì telefanino pevvia delle onde elettromagnetie che lo fanno mpazzire. Invece, noblesse oblige, ci si ritrova tutti e due nella pensioncina fuori mano in Versilia, aperta 365giorni all’anno, vista mare sfrisio battigia… se solo si tenessero aperte le tapparelle.
I’ primo stadio succede proprio all’ingresso della camera: chissà quante tu ce n’hai portate qui! La frase pe’ un giovanotto potrebbe anco sembrare un complimento, invece dovrebbe fare parecchio ncazzare… un minimo di fantasia me la voi riconoscere o no?
I’ secondo stadio si manifesta subito dopo quelle tre o quattro serie di addominali alla rovescio che ti rimettan sempre d’accordo co’ ì mondo: E ora chissà icché tu penserai di me… ma piccina mia che tu cominciavi per ma e tu finivi per iala me lo sentivo nì sangue, sa?
I’ terzo stadio nvece gli è i più ganzo di tutti. Lei te lo sussurra in un mezzo lamento quando gli è già ora di ritornare verso casa: E ora come farò a guardare in faccia ì mì marito?

C’enno persone ì cui unico scopo nella vita gli è andare a rompere le palline a chi ha più di loro. Queste persone sono malate. Quarcosa nì loro cervello a un certo punto si è accorto che sono tarmente ignoranti e ignorate che possano avere un pochino d’attenzione solo rompendo le palline di chi, per capacità, censo o fortuna ha più di loro. Così ci son quelli che vanno in giro la notte a suonare i campanelli, quelli che fanno le telefonate anonime, quelli che per tutto ì giorno si sciupano quì be’ miracolo che è l’esistere per sé e per gli altri, invidiando e disturbando le esistenze artrui. Queste persone, se già non sono in cura, dovrebbero farsi vedere da quarcuno parecchio bravo.
La filosofia che muove queste persone gli è a livello zolla: se uno ha più soldi è perché li ha rubati, se uno ha più potere è perché è raccomandato, se uno ha più donne è perché ha più sòrdi, se una ha più òmini è perché è più zoccola, se uno è più simpatico o intelligente è solo perché c’è in atto una brutta congiura contro di loro. Se questa congiura, che loro vedono ovunque, unn’esistesse sarebbero loro, ma proprio loro, ma proprio proprio loro, i più ricchi, i più bravi, i più potenti, i più simpatici. E ne sono convinti, anzi convintissimi elevati a ì brivido, come ì vigile urbano quando ti fa la murta!
Tra un tavor, uno xanaxe e un po’ di valium (forse anco con quarche camparino di troppo) e quarche artro messo peggio di loro, che chissà come mai doventano amici subito, esse rompano le palline in modo sistematico per tutta la vita, passando da un obiettivo all’artro, senza mai smettere.
Quando ti capita una di queste persone tra le palline, ì primo istinto è di pensare che ce l’abbia con tene e che si stia comportando così per la prima vorta… niente di più sbagliato. Queste persone ce l’hanno co ì mondo e tene, siccome un mondo intero sarebbe troppo difficile, un tu sei artro che ì loro limitato obiettivo temporaneo. Esse prima di rompere le palline a tene, le rompevano a quarcun’artro e dopo di tene le romperanno a quarcun’artro ancora.

Se anche voi vu credete come mene all’amore pratonico, voglio confessare d’essemmi appena innamorato d’una mucca. Una bella pezzata bianca e marroncina, che se ne sta tutto ì giorno attaccata per la collottola a una sbarra di ferro, tipo tubo innocenti, con lo sguardo verso le campagne della bassa mantovana. Non una mucca quarsiasi… un pezzo di mucca. Lo sguardo languido m’ha corpito a ì cuore, ma anco io devo avegli fatto un certo effetto, perché nell’incrocio birbonesco degli sguardi, ha smesso di biascicare pe un attimo un filo di fieno. Vi confesso che gli è la prima volta che mi succede un affare del genere, e mi trovo un po’ spiazzato. Io e lei siamo troppo doversi per estrazione e livello di curtura… lei potrebbe vedemmi addirittura come un cannibale. Ma poi guardandola meglio, mi son detto: no, lei gli è una mucca da latte! Attaccata a ì palo e guardando la bassa mantovana, un paio di vorte a ì giorno produce latte, una quindicina di vorte a ì giorno produce artre cose. Ma non è per questo che mi sono innamorato di lei. Lei gli è una mucca gentile e snella, parecchio più snella di una normale mucca da latte. Da quel poco che ho capito gli è anche molto intelligente per la sua età. Anche se di una mucca della bassa mantovana un si puole certo affermare che promette bene. Almeno non nì senso che ci si aspetta semanticamente da una promessa. Lei gli è una bella femmina, questo gli è certo, e con lo sguardo ti fa capire subito che tene (in questo caso io) un tu sai nulla della comunicazione omo-mucca. Anco se gli è una femmina, un tu la poi certo conquistare facendo di solito tutti quei discorsi che ti viene di fare quando tu voi conquistare una femmina umana. Quarcuno di voi a questo punto potrebbe dammi ì consiglio di fare pochi discorsi e dagli una bella parpata ai garretti. Infatti, superando la mì proverbiale timidezza iniziale, gli è proprio quello che ho fatto. Lei si è girata verso di mene e guardandomi languida con la coda dell’occhio m’ha detto Muuuuuuhhhh! Un Muuuhhh che pareva una musica. Se un gli fosse garbato m’avrebbe detto Maoooohhhh! Aimmeno credo.

Nonostante l’età io unn’ho mai raggiunto quì nirvana in cui un’omo un si stupisce più di nulla. Io diffido delle persone che un si stupiscono mai. Icché vogliano dimostrare a non stupirsi di nulla? A essere grandi? A essere maturi? A essere grandi navigatori delle umane faccende?
A ì contrario di loro io mi stupisco sempre. Rimango parecchio stupito quando arriva la bolletta della telecomme e devo mettimmi gli occhiali pe incazzammi. Rimango stupito quando vedo la televisione, che un c’ho fatto ancora l’abitudine. Rimango stupito di fronte a certe miserie in mezzo alle quali la gente mi pare come impermeabile.
Se dipendesse da mene lo stupore dovrebbe doventare obbrigatorio!
Fin da bambini nelle scuole ci dovrebbero essere insegnanti di stupore, e tutti i bambini in coro dovrebbero allenassi a dire: ohhh, ehhh… insomma la manifestazione dello stupore. E gli insegnanti di stupore dovrebbero essere bravissimi, perché lo stupore unn’è una di quelle cose che si puole fare senza che l’entusiasmo sia vero, sincero e genuino. Perché chi si stupisce sempre come mene lo riconosce subito se uno intona un ehhh o un ohhh, oppure dice: ah!
E io – non per vantammi – son così perché ho mparato da piccolo.
Già, perché ci sono delle cose che si possono imparare solo da bambini e poi ti rimangano dentro per sempre. Se da bambino tu hai imparato a sentitti sinceramente stupito, da grande c’è meno rischio che tu sia irrimediabilmente stupido!

Gli è proprio vero. L’amore gli è poetico. All’inizio fa rima con ardore, rossore, turgidore, trombadore, batticore, amadore, umidore, tiepidore, splendore, lindore, fragore, vigore, algore, sudore, dolciore, migliore, superiore, ulteriore, anteriore, esteriore, interiore, desiore, multicolore, clamore, tremore, buonumore, sissignore, sapore, stupore, furore, evasore, turbopropulsore, incursore, trasgressore, possessore, promissore, discussore, turbatore, ubriacatore, braccatore, toccatore, accecatore, versificatore, stuzzicatore, imboscatore… e persino inondatore.
Poi dopo un po’ di tempo principia a fa rima con bruciore, grigiore, inferiore, caporalmaggiore, posteroanteriore, buiore, recenziore, malumore, nossignore, insapore, dissapore, torpore, errore, terrore, invasore, televisore, censore, difensore, dispersore, tergiversore, concessore, aggressore, compossessore, illusore, ammorbatore, imbracatore, insaccatore, truccatore, stuccatore, imprecatore, vinificatore, lubrificatore, quantificatore, rettificatore, affumicatore, dimenticatore, addomesticatore, gridatore… e persino inchiodatore.
E in verso la fine si adatta a fa rima con gonfiore, squallore, peggiore, deteriore, incolore, retrosapore, orrore, derisore, repulsore, vilipensore, depressore, fidejussore, collusore, bestemmiatore, mummificatore, saponificatore, acetificatore, mortificatore, sanguificatore, vomificatore, stroncatore… e persino minestronatore o lasagnatore, unn’ho capito bene.

Iermattina, co’ un tempo da lupi, ho mboccato l’autostrada, regolato la radio su centotré e tre, e quand’ho sentito ì fischio di telepasse mi sono avventurato tra le nebbie destinazione Mantova. Saranno stati i repentini cambi crimatici… acqua-neve-nebbia e poi nebbia-neve-acqua e poi ancora neve-acqua-nebbia, oppure ì riscardamento dell’automobile regolato sui quarantasette gradi centigradi, che praticamente ti trasformano in torpore e occhiaperti a stento la brioscina ntegrale marmellata di more dì mattino, mi sono accorto, e gli era già buio pesto, d’essemmi spinto troppo a norde fino n’Transilvania.
Preso da una certa uggiolina di stomaco, ho percorso una sterrata parecchio tortuosa finché un sono arrivato a questo castello che un c’era nulla intorno. Facendo finta d’essermi sperso alla ricerca d’una trattoria, ho sonato un campanello stranissimo che rimbombava pe’ tutte le campagne d’intorno, ed è venuto a aprimmi un signore piuttosto pallido: Ulisse Sifossifoco, gli ho detto in Ungherese (ì mì nome mi riesce di dillo e di scrivillo indifferentemente aìmmeno in centotrentacinque idiomi e in più di quattrocento dialetti) tendendogli genuinamente la mano destra. I’ tizio m’ha fatto un sorrisone e ricambiando la stretta di mano m’ha detto co’ un accento tarmente ungherese da commuovemmi: piacere Dracula!
Avendoci una grandissima voglia di salame ungherese gli ho chiesto allora se un c’aveva per caso un panino lì nì su’ castello. Lui s’è fatto tarmente serio che pe’ un attimo mi son sentito proprio un poero provincialotto… ma come – mi son detto – tu sei in Ungheria e tu chiedi ì salamino ungherese? Ma poi, capìto che un lo volevo prendere peiccùlo, m’ha detto sempre in transirvano stretto: no qui ci s’ha solo roventini e migliacci. Siccome, nì mentre che me lo diceva s’era messo a tremà tutto come uno che piglia parecchi psicofarmaci e sudava anco un po’, m’è sembrato brutto digli che a me a ì sangue mi garba artro che la bistecca, e ho nventato delle scuse pe’ andare via. Ed è stato lì che ho capito ì senso dell’ospitalità transirvana e di questo signor Dracula mparticolare. Un voleva più mandammi via: ma rimani aimmeno stanotte… un smetteva di dimmi. E io: nooo, troppo disturbo ma che scheeerza… e poi pe’ fammi perdonare gli ho vorsuto regalare un vasettino d’aglio giovane scottato nell’aceto e poi messo sott’olio (una squisitissima ricetta della zia Edvigia). Un vi potete immaginare la contentezza di questo Dracula… la s’è messo a barbettare come un matto e sartava di gioia in qua e in là pe’ tutta la stanza financo quando sono andato via. Ritornato in macchina, siccome s’era fatto tardi e di stare in Transirvania m’ero già rotto tutte e due le palline, ho deciso di tornare direttamente in verso casa e preparammi du spaghetti come si deve, senza cercare tante sofisticazioni etniche.

Fin dalla notte dei tempi l’omo ha vissuto più che artro con gli animali, e dagli animali ha imparato parecchio di quello che sa. Poi, con l’aumento della densità della popolazione, l’omo s’è ritrovato a vivere in mezzo a quegli artri omini e gli è nata la confidenza. Un tempo la confidenza un la si dava alle persone. Si poteva avere confidenza co’ un mestiere, co’ un argomento oppure con un’arte. Invece oggidì la confidenza gli è doventata propria delle persone: basta che tu ti metta un paio di scarpe uguali a un artro, una marca di sigarette, una camicia, una tessera sindacale o di partito, un ristorante che tu frequenti, una canale televisivo che tu guardi, un brogghe, e financo un ospedale ed ecco che scatta la confidenza. Se poi per caso tu conosci quarche persona in comune (icché nì mì vivere gli è raro ma non compretamente ‘mpossibile come vorrei) ecco che scatta l’eccesso di confidenza.
Icché intendo dire, però, unn’è la semprice questione di dassi dì tu o dì lei. Né che io mi senta tanto diverso dagli artri, anzi son piuttosto quegli artri che mi sembrano parecchio diversi. Ma gli è che questa gente un s’avvicina a te per fatti un discorso compiuto o pe’ chiarire un quarche concetto… insomma nella confidenza un c’è nessuna volontà d’una relazione vera. Nì prendere confidenza loro ti fanno sempricemente un verso, e poi aspettano la tu’ reazione. Credo che questo dipenda dall’avere imparato, dai medesimi animali di cui sopra, anco ì senso della diffidenza.
Nella mi’ modesta e spartana vita n’ho viste tante di persone che fanno versi (in tutti i sensi) e non mi sono mai garbate. C’è chi ti fa l’occhiolino, chi ti dà una pacca sulla spalla, chi senza dirti nulla ti dice un noi intendendo con que’ noi un numero sempre parecchio piccolo e disperatamente dispari. Arcuni poi, ma questo dopende dalla loro autostima, quando si sentono in confidenza ed emettono un verso, sembra addirittura che ti facciano un piacere. Una vorta che servivo la Patria come bersagliere e passai la notte con un generale di corpo d’armata, questi fece una scorreggia e mi guardò. Lui gli era convinto d’ave’ fatto quel gesto di confidenza che elevava anco me a issù rango, ‘nvece a me mi toccò a annusalla!

Ognuno di quelli che si trovano a vivere materialmente con la parola scritta, su uno dei tanti possibili palcoscenici della vita, dovrebbe saper bene che le parole si consumano fino a diventare inutili, ed avere l’accortezza di mantenerne illibate un certo numero.
Sì, illibate! Perché le parole usate per mestiere sono armi micidiali. Armi a doppio taglio: così come ti dànno, ti tolgono anche… dipende dal valore che gli dài. E se non hai conservato almeno una parola illibata per quando chiudi bottega e ti serve, quello che dici cominci a perderlo in dignità.

Allora, parecchi di quelli che conosco io, dicano che ì fato gioca degli scherzacci. Stasera m’incamminavo verso casa co’ ì pensiero d’un trasloco che unn’ho ancora trovato ì tempo diffàre (cosicché pago di quae e di làe), quando ti vedo una vecchia venimmi incontro. Una di quelle vecchine basse basse, mingherline, con la cotonatura di capelli tipo una fata turchina avvizzita. La vecchina mi viene incontro su ì marciapiede e inciampica nelle su stesse scarpine a pianta larga fintortopediche, e stava quasi pe’ cadere giù bocconi e strafacciassi sulla pietra serena, quando ho fatto un barzo e acchiapatala pelle ascelle con ambe le mani, l’ho sorretta e peffòrza d’inerzia l’ho quasi abbracciata. La vecchina ha appena escramato: Oh Mamma! (come se la su mamma esistesse ancora), artra gente su ì marciapiede ha escramato: Oh Mamma! (… di mamme ce n’è una sola). Io, siccome di mamme se n’eran già dette troppe, ho escramato: Signora oh quant’è che un l’abbracciavano così? E lei: Giovanotto, a vedella a prim’acchìto la m’è sembrato un angelo, nvece la deve’essere un be’ trombino lei…

Gli era un monte di tempo che unn’andavo in uno di que’ negozi indove t’incartano la roba nelle vecchie pagine de’ giornali. Che straordinaria promozione della lettura che gli era quella. Da ragazzo per esempio, frequentavo un barre nìccùi cesso la carta da culo gli era tratta direttamente dai gialli Mondadori, e così nìmméntre tu cacavi leggevi cose dì tipo:
- Sedetevi, prego! – Esclamò, indicandole la malandata poltrona.
La donna apparteneva al genere di bellezze sfiorite che popolano i vecchi motel attorno a Paradise City…
Bei ricordi, davvero. Tu compravi un peperone e potevi farti una cultura a strappi… e io avidamente leggevo avanti e dietro… una nota sull’urtima prodezza d’Ingrao (o Aniasi o Basetti.. tanto eran tutti cuginetti) e un pezzo di cronaca nera… massacra la suocera a coltell…
e tutti questi pezzetti ti rimanevano in circolo, ti tenevano accesa una curiosità che un c’era mai verso di placare, anco perché ì finale di parecchie storie apparteneva a ì culo o a ì peperone di quarcun artro.
Stasera sono andato a comprare du tasselli dìssèi e ì mesticatore me l’ha incartati in un bell’articolo sui Maccabei. Così tra un boccone di ciccia, un bicchiere di vino e un’insalata ho scoperto che i maccabei festeggiavano feste tutte loro in giorni inconsueti. Perartro da queste parti quando tu fai cose fuori dalla norma può capitare ancora di sentisselo dire: Tussèi un maccabeo!
E così con trenta centesimi di tasselli a ì posto di due me ne son ritrovati tre: due peìmmùro e uno peìccàpo!

ì grado di civirtà d’una famiglia si puole misurare co’ un sistema empirico ma efficace: l’osservazione attenta dello spazzolino dì cesso.
Si fa così: quando si è ospiti in una casa, dopo un po’ che si fa conversazione si chiede: posso approfittare un momento del bagno?
a quel punto, sentite le debite raccomandazioni degli ospitanti, si entra finarmente nella stanza più intima della casa. Si chiude la porta a chiave, ci si siede comodamente sulla tazza e, prelevato lo scopino, ci si mette in osservazione. Gli è questo un momento delicato e importante, poiché a ì buon osservatore un puole sfuggire anzitutto l’età dì nostro protagonista, a seconda di quella colorazione permanente che piglia, giallognola o marroncina, nelle setole che furono bianche. Ma, se si è fortunati e pignoli, puole capitare a vorte di rintracciare, ‘ncastrati tra le setole, frammenti filamentosi di color verde-marrone, indicatori affidabili di diete ricche di verdure a foglia crude e financo cotte.
E’ a questo punto, dopo aver trascorso arcuni minuti in osservazione dello spazzolo in tutti i suoi anfratti più irraggiungibili, che come in tutti gli esperimenti scientifici che dànno reazione e indicatore all’improvviso, si puole misurare ì grado di civirtà della famiglia ospitante: essendosi attardati in bagno in religioso silenzio si possano trovare famiglie civili che aspettano pazienti ì ritorno dalla missione, oppure sentirsi fare l’incivile urlaccio: oh…. che ci sei cascato dentrooooo?

Quanta poca pace nella parola pace. E che confusione tra la pace dei sensi e la pace dei popoli, la pace nelle famiglie e la pace armata che ogni tanto provano a raccontarci. Ci son poi le forze di pace, anche multinazionali, e perinsino le debolezze di pace, e quel che più conta è che ci sono le arroganze di pace e solo queste son di così tante sfumature che coprono tutta la scala dell’irraccontabile, dell’inesprimibile, insino all’indescrivibile. Eppure, tra tutte queste paci, non mi riesce di trovarne una che la sia tutta per mene, qui e ora come dicano in altre latitudini. Io non riesco proprio a immaginarla la pace. A volte mi sorprendo a pensarla come una camicia che ti garba e che quando la indossi senti che tu ci stai proprio bene. Una pace stirata di fresco, profumata di buono… una pace a cui sono state riservate tutte le semplici e buone attenzioni che di solito si dedicano a una camicia. Poco importa che esse siano quelle delle mani esperte dell’operaia che la piega, della lavandaia che le ridona la vita ogni volta, o della piegolina un po’ maldestra che solo tu, nell’eterno duello con il Rowenta, sai dargli. Una pace figurativa insomma… magari semplice da intravedere, oppure facile da raggiungere, come la pace di chi avendo fame mangia, o avendo voglia di trombare tromba. Quelle paci semplici, modeste nelle intenzioni, ma tutte d’un pezzo. Quelle paci che si accontentano, in un intero sguardo sul mondo, di una macchina, una casa e di una donna né raffinata, né bella, e che non riuscendo né volendo vedere altro, pure si arrabattano per una macchina e una casa sempre più belle, mentre il resto sfiorisce e passa. Come una nuvola sull’acqua. Che non si ferma, neanche lì dove il marciume della riva segnerebbe il confine.

E poi capita così. Che per ritagliarti un po’ di tempo con le persone care, ti scegli un cielo senza luna per ufficio, e un sottofondo di boschi dagli umidi segreti e di rospi e versi e richiami che non conosci. E condividi il monitor con insetti spaesati e curiosi dell’intruso, e che ti assaggiano, increduli forse, perché il sapore è nuovo, e pur restando animale (creatura, ad esser gentili) non è di capra e non è di vacca.
Ti capita così, che diventi un punto luminoso, estraneo alla notte e a te stesso. Esposto al matto di cui nemmeno hai percepito l’esistenza e che potrebbe aver l’urgenza di trapassarti il cranio con una semplice cartuccia da cinghiale, da abbastanza vicino e così, tanto per fare…
E capita di essere assorto, a cercare di penetrare con lo sguardo parole che una volta scritte nemmeno sembran più quelle parole, nel fitness delle banalità, e della sempre più didascalica urgenza.
Capita così. Che mentre avverti che quel che stai facendo ha nient’altro che l’utilità della scadenza, e di cuor di mela e d’altre golosità e di traminer, falanghina e sauvignon prigionieri nel frigo, nemmeno senti i passi, nudi sul pavimento, il respiro scanzonato di tuo figlio, e il click, elettrico, il gesto che fa volare il cuore, mentre tu non riesci a staccare quasi più i piedi da terra.

Sì ragazzi, in montagna la si respira una gran pace. Tutto è relax: colori, profumi, stormire di fronde, augellàre di augèlli. E tutto questo ti dura exactly ghieci minuti, ortre i quali l’homo cittadinus ansiosus come ì sottoscritto, incomincia ad avé sete. Siccome l’ozio gli è ì padre dì vizio e la temperatura fresca t’allarga a dismisura la coronaria bistrattàta ma ancor giovine, ti vien voglia di bere un be’ superarcolico e tu entri nì bàrre. I’ bàrre gli è uno di que’ posti indove a bèlla posa sulla vetrinetta un pochino imporverata campeggia, ortre a vari liquori che oggi unn’esistan più, anco una bottiglia di Finocchietto delle Du’ Sicilie. Una bòccia aperta nì lontano ’42, quando Badoglio in persona, sceso all’alpe, ne gradì un bicchierino, e mai più terminata. Fatta la bevuta, in un bicchiere dì tutto inadàtto e con l’ausilio di due soli cubetti di ghiaccio (che di più ti si ghiaccerebbe troppo lo stomaco), tu siedi su una seggiolina di prastica a un tavolinetto, guardandoti attorno alla disperata ricerca di quarcosa da vedere che abbia sì più di diciott’anni, ma meno d’ottantasèi!
Gli è a questo punto che l’homo cittadinus attacca a martellassi ì cervello con frasi dì tipo «che me ne importa… son qui pe’ riposammi, io» oppure «che pace… libero dalla borgia infernale dì Forte de’ Marmi, con tutto quì chiacchiericcio che un sa’ di nulla: le griffe, le moto, ì sesso sempre ‘nbocca». E lo ripete così tanto che quasi attaccherebbe a credecci se, nì frattempo, la coppia di dugent’anni dì tavolino accanto, unn’intraprendésse a fare ad arta voce un’analisi puntigliosa di tutti i valori dell’analisi dì sangue. Lei gli è una signora bionda, vistosamente cotonata (l’assomiglia un po’ alla Marlènditrish ‘mbianco e nero) e indossa nonostante i 24 gradi, un maglioncino di lana d’angora nero colle paillettes, e lui gli è direttamente adagiato sulla seggiola a rotèlle, con motore ecosystem capace di raggiungere in discesa la fòlle velocità di 100 centimetri a ì minuto!
«Ettoruccio, che l’hai presa la pasticca?»
«Gigliola mia adorata, parrèbbe di sì… parrèbbe di no… da quando m’operònno d’ernia mi fa difetto un po’ la memoria»
Gli è un posto da intenditori la montagna, continua a ripètessi l’homo cittadinus ansiosus: «vòi mettere tutti que’ culi e quelle puppe ignude delle spiagge, con le sfilate d’haute couture di quassù». E per l’appunto gli sembra di notare, poco più in là, nì quadrilatero giardinetto-madonnadellatosse-fontanina-bombolaossigenoportatile, un vestitino di Pucci: una fantasia di rose fucsia in campo verderamàrro datato millennòvecèntosessantatré.
Allora l’homo cittadinus chiude gli occhi e inizia a sognare. I’ venerdì sera, grande ritrovo ‘mpiazza de’ caduti di tutte le guerre, péll’elezione di miss bypasse (vince chi glien’anno messi di più nell’urtimo lùstro), e poi gare di corsa delle carrozzelle e lancio dì bastone, che nemmeno Atene dumilaquattro! E già te le immagini, le fòlle, agitàssi e divertissi come non accàdde mài nì granitico silenzio di quassù. T’immagini nascere nòvi e duraturi amori tra un’operanda di varici e un giovanotto d’ottantànni un po’ scavezzacòllo che gli è andato ‘ncùlo anco alla chemio. E i due si sposerebbero, co’ una cerimonia sobria, appena dopo ì gemellaggio dì comune con Lùrdes…
«Vòi te, Apollònio, prendere come tua legittima isposa, la qui presente Olivàna finché morte un vi separi?»
«Eh?… Icché?… Ah… sì… sì».
E nì mentre pensi a queste cose, tu apri gli occhi e ti pare, poco distante di vedere una signora più giovane delle altre che se la ride, un po’ sguaiata. Viso bruciato, va’!

Ci sono cose che co ì progresso spariscano, un c’è nulla da fare. E oggi ì progresso, la modernità, vòle che le donne indossino intimo a perizoma. Pe’ carità, un mi fraintendete, ì perizoma secondo chi l’indossa unn’è un indumento che mi dispiace. Peccato però che con l’avvento di questo triangolino, la si vada a perdere quì bel gesto squisitamente femminile (e incommensurabilmente sensuale) che gli era rimettere a posto le mutandine che inevitabilmente s’infilavano tràllemele, lasciandone, immagino fastidiosamente scoperta ora una ora l’altra, segno evidente d’un didietro immaginosamente morbido, allegro, vivace e ben in salute. Vi mancherà anco a voi quì gesto? Mah…

gli ero a naso all’insù ad ammirare la cappella de’ pazzi che c’è in Borgo Pinti, quando all’improvviso sento una voce alle mi spalle:
«ha visto che bellezza? La sembra proprio ì paradiso!»
Lei gli è una vecchietta secca e smunta come un dito mignolo, ma c’ha un occhio brillante che promette spettacolo.
«E che paradisi!!! Io la ci son stata sa? Io ci vo e ci torno quando mi pare sa? La me ne intendo io di paradisi!»
«Oh signora, ma ì paradiso gli è uno…» m’azzardo a dìlle, ma lei tosto m’interrompe.
«O icché la capisce lei? Dicché la parla? Io ‘ntendevo i paradisi artificiali… di quelli ce n’è diversi»
«Eh sì, signora, ce n’è diversi sì. O icché l’ha letto Baudelaire anco lei?»
«La un mi parli inglese, via. Io conosco i paradisi perché piglio la cocaina!»
«La cocainaaa?»
«Certo la cocaina. Icché la crede lei? Che siccome sono anziana… la crede forse che la possan prendere artro che i capitani d’industria? Artro che i nobili? Artro che i maschi? … Ovvia giù, mi dica icché la crede, lei!»
«Signora, io credo che la cocaina… un le faccia tanto bene»
«Eccolo, ì moralista! Fa bene eccome! Ne piglio sino a tre cucchiai ì giorno io… e lo vede come sto?»
«Eh lo vedo»
«Ma icché la vede lei? Unn’ho timore d’offendilla perché la mi sembra uno che capisce… ma lei un vede nulla! Lei guarda ì paradiso lassù, ma un lo vede. Io di paradisi ce ne ho tre: uno in salotto, uno sulla terrazza e uno dentro la lavapànni. Senza contare quelli che ci son nei cassétti.»
«Oh bèlla, e come fa?»
«Gli è semplice: un cucchiaio cormo di cocaina la mattina nì caffellàtte! … ci vòle un po’ a giràlla sa? Ma pòi…»
«Ma poi?»
«E poi mi sento leggèra… la mi dovrebbe vedere come corro… ieri a salire e scendere da Fiesole c’ho messo ghieci minuti. Che la vede questa gamba?»
«Sì la vedo, icché la c’ha?»
«Niente la c’ha. Ma io con questa gamba vedo ì paradiso. E pensare che prima vedeo le stelle! Ogni pomeriggio. Quando sciòrgo una bella cucchiaiata di cocaina nì bicchierino d’aleatico…. che lo vede questo braccio?»
«Sì lo vedo, icché la c’ha?»
«Niente la c’ha. La mi vedesse a stirare o a stendere i panni… ma no come un’indemoniata, la badi bene… queste braccia mi dànzano!»
«Un lo metto in dubbio… e ì terzo cucchiaio?»
«Quello la sera a cena, in verso le cinque e mezza, lo metto a ì posto dì formaggio nella minestrina… a vòrte nì semolino… m’aiuta a andare a ì gabinetto sa?»
«Ma indove la trova tutta questa cocaina, signora? E a quanto gliela mettono?»
«La trovo ‘mparadiso, e a me la dànno gratisse, la un creda che succeda a tutti sa?»

In tutto lo scibile della gastronomia, tra tutte quante le meraviglie del creato, quella che spìcca di più secondo me è la patata. A me la patata gàrba tanto. La patata di tutti i tipi: la patata chiara, la patata scura, la patata rossa! Se fosse un mestiere a me garberebbe fare ì degustatore di patate. Sarei adatto, perché a me la patata mi garba a qualsiasi ora dì giorno e della notte: prima, durante o dopo colazione, ma anche come merenda, o a cena, o dopocena finché unn’è mattina. A me la patata mi fa allegria sempre, a volte è l’unico rimedio per ripigliassi da una giornata stressante o pe’ riuscire a dormire quando proprio soffri d’insonnia. La patata fa bene non solo allo spirito, ma anche alla salute. Mi garba osservarla, innanzitutto, perché ogni patata è diversa. Certe patatine son talmente simpatiche e fatte bene… oppure c’è la patatona: che soddisfazione! Imponente e austera. Tu la guardi e pensi subito che un gli manca proprio nulla… insomma a me con un certo tipo di patate mi garba anche solo parlare.
Poi c’è la degustazione. Io per i miei gusti vieterei per legge la patata troppo giovane (e metterei in galera gli amanti del germoglio). Prediligo la patata un po’ stagionatina, ma non troppo eh? Sempre parecchio prima che la diventi troppo vìzza. In quanto al resto mi garba degustarla in tutte le maniere, perché la patata è qualcosa di completo, soprattutto in umido.
Alla sola vista d’una patata in umido, io mi ringalluzzisco tutto. Io anche solo a sentirne parlare di questa patata m’emoziono. M’emoziono tanto… e son tra quelli fortunati, perché qualcuno c’impazzisce proprio, per la patata.

Piccolo decalogo dì gentilemèn in verso la gentile-dabliù-oman
Ringraziando PlacidaSignora pèll’invito di ierséra, cerco d’estrapolare da quì mezzo miliardo di regole tutte da sapere, le dieci cose che vanno sapute per forza quando si ha a cheffàre co’ ì gentilsèsso, che unn’essendo tanto spesso gentile, vòle ì buon esempio:
1
Peffàre all’amore l’omo ha bisogno d’un posto, la donna di un motivo. Se sei già in un posto, dàgli ì motivo, e se un tu ce l’hai cantaglielo. Se un tu sei in nessun posto, secondo i punti di vista, gli è anche meglio.
2
Quando si piglia la macchina o ì tassì, l’omo apre la portiera, s’accerta che la donna la sia entrata tutta, poi la chiude co’ un sorrisino idiota, e solo a questo punto entra anco lui.
3
Quando si piglia ì treno o l’autobusse o la metro, l’omo s’arza in piedi e lascia ì posto sia alle giovani e leggiadre, sia alle vecchie e laide.
4
Quando una donna entra nella stanza, l’omo s’arza in piedi. Quando la donna esce dalla stanza l’omo s’arza in piedi. Tante vòrte entra e esce, tante vòrte l’omo s’arza in piedi, ammenoché la donna un sia di servizio, nìqqualcàso la perderebbe troppo tempo a chiedessi ì perché.
5
Quando si entra ne’ locali pubblici, l’omo entra pépprimo, ma non sparàto a razzo. Esso si ferma appena varcata la soglia e lascia entrare lei. Quando si tratta di sedersi, l’omo si accerta che s’accomodi prima lei, e sulla seggiola che preferisce, dopo seddìovòle tocca anco a lui. Quando si mangia, infine, l’omo un deve mai dire bònappetito e, secondo la donna, distraèndola ad arte, sperare che lei per una volta se ne dimentichi.
6
Quando la donna parla, l’omo tace, e nel tacer si compiace, guardandola con occhio umido e vivo finché lei non si tace. Se nel lungo, a volte lunghissimo, ascoltar l’omo un si compiace, l’unico remedio gli è diventare audace.
7
Quando la donna, anco trasformata in moglie d’antica data, cerca uno sguardo, bisogna farglielo trovare. Lo stesso si fa con la mano, la spalla e artre pàrti dì corpo.
8
Quando l’omo, in pubblico o in privato, accompagna una donna, ìmmòndo diventa, come per magìa, fatto tutto di maschi. E sellèi, per mettere alla prova, avesse a dire Hai visto quella? la risposta umana gli è sempre No, perché?.
9
Quando la donna si vòle divertire, l’omo la fa divertire. Quando la donna un si vòle divertire, l’omo la fa divertire ancora di più.
10
Ce ne sarebbe tante da dire, ma si concrùde con la cosa più importante. Ebbe a dirla ì mì trisnonno Vardemaro Sifossifoco fu Carmine: le donne son come i soldi, se un te ne occupi continuamente e appassionatamente, vanno a finire nelle mani di quarcun’artro.

Iersera sono stato alla vernice d’una mostra d’arte astratta. Un pittore che lavora all’enel. I quadri eran talmente brutti che tutti si sperava in un black out. Che non c’è stato. Segno che nemmeno all’enel quello lì è tanto artista. L’imbrattatéle in compenso era tanto elettrizzato. Sgrammaticamente spiegava a tutti la tensione di certi quadri esposti, ma l’occhio gli andava di continuo a ì quadro elettrico in fondo alla sala, come se qualcosa un gli tornasse. Poco dopo, infatti, con alcuni colleghi non pittori, si lamentava un po’ in sordina dell’illuminazione dell’ambiente. Fulmineo ha staccato un quadro pe’ dimostrare la connessione che aveva con un altro dipinto. Le tonalità dei quadri erano solo tre: un filino di rosso, un filino di giallo con striature verdi e tanto blu elettrico. Alcuni squarci delle tele (bruciature quasi) lasciavano trasparire un po’ di rame. Alcuni dei presenti, forse dei suoi parenti, parlottando tra loro, dimostravano un interesse quasi morboso per gli interruttori di design della galleria. Tornato a casa, in segno di disprègio pell’artista fulminato, ho evitato di accendere la luce.

Sta scritto in tutti i manuali dì ben vivere, financo in tutti i libri di pìssicologia: quando una cosa garba la si deve fare. La si deve fare per noi. Parecchi squinternati, però, leggono questi manuali, ci hanno dei desideri, ma unn’avendoci esperienza di liberazione nè interiore e nè esteriore, un sanno da che parte rifarsi per mettere in pratica.
Un si disperino costoro: farsi una lavatrice gli è assai facile. Una lavatrice comune, intendo, di quelle che ci hanno lo sportello davanti e lo scarico dietro. Più difficile gli è farsi una lavatrice con la carica dall’alto… ma qui ì discorso si farebbe troppo lungo.
Farsi una lavatrice con lo sportello davanti gli è una cosa assai semplice. Anzitutto tirate fuori icché vu volete metterci dentro (sembra un controsenso, ma se un lo tirate fòri un ci sarà verso di mettello dentro… certe cose sembrano complicate all’inizio, ma poi si va parecchio d’istinto).
Poi apritele bene lo sportello… quello davanti, perché nello scarico, lo sappiamo tutti, gli è rarissimo infilarci alcunché.
Va detto anche che ogni lavatrice ci ha issù personale modo d’aprire lo sportello. Ci son quelle lavatrici che appena tu le guardi ce l’hanno belle e aperto, e poi ci son quelle che ti fanno dannare. In questo caso armatevi di pazienza, unn’è mai successo che una lavatrice la sia rimasta a lungo con lo sportello chiuso.
A questo punto metteteci dentro icché vu avevate tirato fuori. Gli è questo ì vostro momento, ma se volete che l’esperienza si ripeta, cercate di farlo garbare anche alla lavatrice quello stesso momento. Alle lavatrici un gli garba affatto aprire lo sportello e poi voi zipì-zipì ci infilate dentro alla rinfusa icché vu avete da infilacci e scegliete un programma veloce. Un si fa così. Che l’avete vista la rotella della lavatrice? Sopra c’è scritto prelavaggio, lavaggio, centrifuga, delicati, robusti, a 90°, a 30 a 60, risciacquo. Arcuni modelli ci hanno persino ì lavasciùga. La lavatrice le vuole fare tutte queste cose, mica una sola. Oggi poi che c’è le lavatrici sempre più sofisticate e esigenti, quelle che sentano da sole ì programma adatto a seconda dicché vu ci mettete dentro, gli è bene comportarsi parecchio benino, assecondarle senza per questo perdere la vostra abituale vivacità. Se ce l’avete.
Ora le sempre troppo attente lettrici obietteranno che loro queste cose le sanno già tutte. In effetti gli è vero, infatti per loro sarebbe bene introdursi ai mistèri dì vaporello!

Una cosa che ho capito dì gèz è che nessuno ci capisce una sega. A vòrte c’ho l’impressione che un ci capiscano una sega nemmeno quelli che lo stanno suonando, neanche nìmméntre lo stanno suonando. Dice che ì gèz sia bello per questo. D’artronde dichiarare d’essere ascortatore di gèz fa sempre un che di sine nobilitate che un guasta mai pe’ una persona (leggi vecchio marpione) parecchio attenta a ì sociale (leggi pàssera, solitaria o scopaiola che sia). L’unica cosa che supera in scìcche l’ascorto dì gèz, gli è suonallo! Io che sono un multistrumentista lo so bene, e ve lo posso dire per esperienza. Io nacqui proprio co ì gène dì gèz, una quarantina di settimane dopo che ìmmì babbo, si degnò di fare degli esempi alla mi’ mamma sulle possibilità espressive dello xilòfono.
Ho cominciato a fare gèz co’ ì pìffero, fino in verso ai quindici anni. Poi son passato alla chitarra (in sordina, anche se gli era acustica) e poi finalmente, crescendo, ho scoperto la tromba, e mi s’è aperto un mondo. E da quegli anni lì unn’ho più smesso di trombare.

bisogna che smetta d’andare a letto ì pomeriggio. Ortre a arzammi com le maccarène nì cervello, succede che sogno. Oggi ho sognato che l’Italia, la nostra amata Patria, di colpo s’era arrovesciata. I’ sud a nord, e viceversa. Nì triangolo industriale dì nordest, siciliani, pugliesi e calabresi un facevano artro che lavorare e fare un monte di quattrini… la Fiat l’èra doventata Fabbrica Italiana Automobili Taormina. E delle risaie in Calabria e dì fico d’india valdostano, che se ne vuol parlare?
Intanto a ì sud, gli abitanti delle città di Milano, Torino e financo Brescia, s’arrangiavan come potevano a sbarcare ì lunario. Credo che sia una questione di sole, di insolazione persino. Ma gli è certo che ricinticielle vuie cantata da ì sindaco Albertini gli è uno spasso meglio che sentire intonare o mia bela madunina dalla Iervolino. Un’Italia che rasentava l’incubo, vi dico, con tutte quelle alpi, giù in Trentino e in Lombardia, che tocca a salire a dumila metri per vedere un po’ di mare. Mi sveglio tutto ‘nzuppato di sudore e pe’ acquietammi m’affaccio alla finestra. Sotto ci dovrebbe essere Firenze,che stando nì mezzo tanto arrovesciata la un puole essere mai, ma quarcosa dì sogno sembra ancora permanere: nell’ordine passano un senegalese, du giapponesi, un gruppo di spagnoli, sei filippini e poi du’ poliziotti in borghese che accompagnano Lamberto Dini.

Ci son certe verità dì rapporto omo/donna che un si possan dire, perché a ì mondo d’oggi, conta troppo di più ì politically correct che la verità. Ciò un toglie che quasi tutti gli omini sono, come me, per la penalizzazione della donna. Anzi delle donne, ché più ce n’è e meglio è. Non di tutte le donne però, solo di quelle penalizzabili… e ogni omo ci ha issù particolare equilibrio interiore che, vista la donna, gli dice in un attimo se la ritiene penalizzabile oppure no e inché modo. Già, perché unn’esiste mia una penalizzazione sola. Ci son delle donne, per esempio, che un ti stancheresti mai di penalizzare, artre invece che tu penalizzeresti una vorta e via, artre ancora che tu penalizzeresti solo a certe condizioni e, infine, arcune che tu le penalizzeresti in un modo e non in un artro e viceversa.
Se la penalizzazione fosse un reato, ogni omo, e io per lo primo, sarebbe felice rèo (confèsso o non confèsso poco importa), e un sosterrebbe mai la causa della depenalizzazione della penalizzazione della donna. A me solo a sentire parlare di depenalizzazione mi piglia un’ansia indescrivibile. Nì caso della donna, poi, trovo più divertente penalizzare che depenalizzare, a meno che un gli si dia quì ritmo giocoso dì continuo bàosèttete, e, checché ne pensi la giurisprudenza, trovo la penalizzazione della donna una causa che copre tutto lo scibile dì diritto, da ì civile a ì penale. Anzi che più penale gli è e più civile mi sembra.

Ragioniamo per assurdo. Poniamo che uno debba partire pe’ un viaggio. Su un altro pianeta. Cambiare aria, cambiare paesaggio e cambiare abitudini. Poniamo che uno possa portare con sé una cosa sola di questo mondo. Una sola, la più importante. Ecco io porterei con me il bacio a pizzicòtto.
Il bacio a pizzicòtto gli è un genere di bacio ormai in via d’estinzione. Nessuno ne parla, nessuno sembra dàrlo più. Invéce gli è il più bel bacio che ci sia. Perchéne? Perché gli è un bacio che gli è come un bàllo d’artri tempi, deliziosamente giocoso e figurato. Si pigliano delicatamente tra le dita le due guanciotte della destinatària e si appoggiano leggerissimamente le labbra all’altre labbra. A differenza d’artri baci, il bacio a pizzicotto, gli è un bacio scherzoso, cerebrale (che unn’è una parolaccia) e che mette subito di buon umore sia chi lo dà, sia chi lo riceve. Gli è un bacio non monotono e profondamente psicologico, pévvìa che si puole dosare lo stringere delle guanciotte e lo schiocco delle labbra a seconda della personalità di a chi si dà.
Gli è un bacio in cui non ci si lascia andare, non è un bacio sensuale, non presuppone l’uso della lingua, né un successivo snudàr di pisello e frusciàr di pàssera (che di solito a livello di bacio a pizzicotto c’è già stato) eppure l’amore con cui di solito lo si dà gli è assai più forte dì desiderio… co ì quale desiderio parecchi oggi credano di giustificare tutto, solo perché vivano a istinto e gli basta così.

Arcuni ti pongono la domanda nì modo più semplice: che lavoro tuffài? Artri invece, spinti spesso da una confidenza che non hanno, gli dànno di slènghe, secondo l’estrazione sociale: come ti guadagni il pane? cosa fai di bello nella vita? Dicché tu ti occupi attuarménte? Coicché tu la guadagni la bistecca? …
Nessuno gli ha un vero interesse artruista nì porti la domanda. Lo voglian sapere solo pe’ rapportare icché fanno loro rispetto a icché tu fai te. E questo rapportarsi gli è normalmente fonte di enormi fraintendimenti, imbarazzi e financo di fràtture sociali (ortreché di scatole) anco perchéne quasi tutte le leggi umane e parecchie di quelle divine concordano nell’affermare che son sempre gli altri a meritare più di téne.
I’ tu sforzo pe’ tradurre in intelligibile parola la professione, inoltre, unn’è mai premiante. Se rispondi un quarcosa d’arrivabile, ecco che glielavédi subito in mano la pietra di paragone, pronti a scagliarla non appena tu gli giri ìccùlo. Così da un po’ di tempo la mì risposta gli è: da più di vent’anni trasformo gli oggètti in soggètti. Specificando ì mestiere e, ciò che mi sembra basilàre pe’ qualsiasi mestiere co’ ì quale si deve identificare anco la persona che lo fa: la dote o la condanna della perseverànza.
A questo punto, arcuni fànno gli offesi perché ritengano che tu l’abbia presi peìccùlo, artri (che di solito già lo pensavano prima della dimanda) si convincono che tu abbia bisogno di uno psicologo bravo. Tutti regrediscano in un bèèèllo! che però non chiude la partìta.

Son dappertutto, nelle città e nelle campagne, nei luoghi più esclusivi e in quelli più popolari. Son loro: i cultori dell’altrove. Quelli che, inadeguati a ì presente, se n’escano sempre co ì laconico commento: ah, mentre qui ics, là ipsilon. Patetici quando là ci sono appena stati, irresistibili quando là l’hanno solo sentito dire. E tra gli uni e gli altri ci hanno la loro bella ricettina per tutto lo scibile delle conversazioni: in Italia si legge poco perché un si fa come gli americanio gli inglesi; ci s’ha una scuola che fa schifo perché un s’è seguito l’esempio della Svizzera; ci s’ha delle città di merda perché un s’è avuta la lungimiranza della Spagna; ci s’ha lo strapotere della televisione perché un s’è ‘mparato nulla dall’Australia, ci girano spesso i coglioni perché un s’è fatto come i tibetani. Incontrare queste persone gli è la perdita di tempo pe’ definizione e, se un fosse totalmente incoerente con questo poste, mi verrebbe quasi da dire che bisognerebbe fare come i cinési.

Eh sì, bisogna stacci attenti alla sindrome dì canarino. Parecchio attenti. Perché una vorta che vu ne siete contagiati un sarete più, signore e signori, quelli e quelle di prima. La sindrome dì canarino tu sei portato a sottovalutarla, tu dici ad esempio “smetto quando voglio”, ma poi… zacchete, ecco che s’impossessa di voi e un c’è più verso veninne fòri. Essa si manifesta, a partire da un pochinino prima dell’adolescenza, co’ un pensierino lieve lieve… appena, appena, come un’uggia. E basta indugiare un po’ che vu siete già bell’e contagiati. Gli omini cominceranno ad avere certe visioni: si sforzeranno orgogliosamente di fallo ingrassare o dimagrire quando vogliono, si convinceranno d’avello più canterino e arzillo di quarsiasi artro canarino che appartenga a un artro,e intanto, soprattutto all’inizio, giù attenzioni e massaggi a non finire. Le donne, eccezioni eccezionali a parte, unn’avendoci pe’ via naturale artra possibilità, vorranno occuparsi dì canarino degli artri… tanto si sa, no? che la donna gli è artruista pe’ definizione. Anco loro comunque cominceranno fin dall’adolescenza o giù di lì a litigare persino con le migliori amiche, pevvìa dì canarino di quarcuno. Hai voglia te a cercare di proporre quarcosa di diverso. Che so, un artro uccello… una passera, ad esempio. Gli omini rabbrividirebbero a ì solo pensiero d’avecci la passera a ì posto di canarino. Le donne poi, figurati se perderebbero tutto questo tempo a occuparsi della passera, e degli altri poi. Insomma ì miglior sistema che s’è scoperto fino a oggi pe’ curare da questa sindrome dilagante dì canarino, gli è la gabbia. Anche se un bisogna certo essere delle aquile pe’ capire che la gabbia i più delle volte gli è un palliativo. Spesso infatti tu vai pe’ ricambiare l’ossino di seppia ed ecco che ì canarino, irriconoscente di tutto quello che s’è fatto per lui, vola via libero proprio come gli uccelli delle favole. Così come ci son certe donne, aicché mi si racconta, che tengano una gabbia sempre pronta, e che all’occorrenza schiudan l’usciolino pe’ fare entrare ì canarino.

Si nasce, si vive, si mòre. E dopo che siam morti, si va a finire magari in uno di que’ cimiterini fòri mano che un gli frega una bella sega a nessuno. C’è chi va nì fornino (se c’è posto) e chi va sottoterra. Comunque vada, un c’è gusto a morire a ì giorno d’oggi. Mentre gli antichi etruschi o gli egiziani, ci avevano tombe con dentro ogni ben di dio, oggi ì massimo che ti dànno gli è un vestitito con la scarpina lucida e un rosarino tra le mani e questo è tutto. Anco da morti, icché conta è ì fòri: marmi luccicanti, statue bronzee, tombe e cappelle di famiglia che sembran villette a schiera o condomini, giardinetti fioriti… e intanto ì morto lì dentro, se solo potesse respirare, soffocherebbe nì buio, nell’umidità, nì freddo. Ecco, penso io, uno ha fatto una vita di merda per tutta la vita, magari s’è sacrificato un monte per gli artri, ed eccolo ripagato da morto con un fazzolettino bianco di cotone scadente, tanto ecologico che si decomporrà prima di te. I’ tutto mentre a un metro da’ ì cadavere, impazzano mausolei dì lusso financo con la lucina elettrica tremolante ti vedo e non ti vedo a testimonianza dell’affetto dei vivi. E pe’ ì du novembre poi, che sfilate di tailleurini lungo i viottolini co’ sassini bianchi tirati a lucido, e che spreco di colori, dai fiori alla bigiotteria, dai giubbottini di ogni sorta alle scarpine, agli stivali, alle borsette, ai telefonini (magari per una volta spenti, irraggiungibili). E loro lì, negli spazi angusti, nelle casse a tenuta stagna sempre per accontentare il di fuori, dimentichi del di dentro. E loro lì, a aspettare che tutto i turbinìo dell’ipocrita ricorrenza, che tutto quì casino di parcheggiare d’automobili, di vigili urbani che fischiano, di gente tarmente distratta che dopo l’occhiata fugace alla foto dì caro estinto, si sofferma a criticare le brutte foto dei vicini come nì peggio reality show. A aspettare ì giorno dopo, e i trecentosessantaquattro a venire… quando i vivi si vestano da morti pe’ festeggiare hallowen, quando i vivi si piazzano su ì divano a piangere di quelle disgrazie da vivi che tanto vanno di moda alla tolevisione, quando i vivi si vestano di nero pe’ sembrare più eleganti. Quando, soprattutto, a ì cimitero c’è solo quelle du’ vecchie nostalgiche, che ormai dimentiche dì loro morto personale, magari mòsse a compassione, ricambian l’acqua ai fiori anco di quegli altri, o avvertano ì guardiano della lampadina furminata su quella tomba dove un va mai nessuno. Quando dentro agli spazi asfittici, dove i vivi, che si son presi tutto, unn’hanno lasciato nemmeno un libro, un fumetto, un gioiellino, un’oggettino colorato che nell’eterna noia potrebbe anco ritornare utile, ai morti un rimane che l’unico diversivo che un frusciar di cipressi stènti, piantati troppo a ridosso dì muro. Tanto che vòi son morti. Tanto che vòi siam vivi.

ènno cose da maschi, ma tant’è, bisogna che quarcuno a un certo punto le dica. Vu avete mai sentito parlare della comunicazione co ì corpo?
Ecco, tra i principi basilari di questa comunicazione c’è quello che già ai tempi dell’antica Roma e prima di Gesù si definiva rattatio pallarum, un vero e proprio must maschile, dalla sfere più basse dì sociale a quelle più arte (tanto sempre sfere sono). Un c’è omo sulla terra che a un certo punto un senta ì bisogno dì dàssi quella sistematina palle-pisello-carzoni che ti riconcilia co’ ì mondo. E, a ì pari delle impronte digitali, ogni sistematina varia da omo a omo, tanto che gli esperti sànno in base a detta sistematina stabilire non solo la provenienza dell’omo, ma anco ì livello sociocurturale e financo certe sfumature più profonde.
C’è chi se li sistema con leggero scuotimento, come un cuoco alle prese co’ una padellata di ròba, con gesto velocissimo: si tratta in genere d’omini di elevato livello sociocurturale, abitanti nelle grandi città, con buone frequentazioni sociali.
C’è chi se li sistema indugiandoci un po’, prendendosi persino una porzione di pisello (ndo-cojo-cojo) co’ ì cenno d’allungasselo: si tratta di persone di basso profilo curturale, ma arto livello sociale, di solito omini d’affari o semprici affaristi, anch’essi viventi in grandi centri metropolitani e con frequentazioni sociali assai limitate o molto selezionate.
C’è chi si dà la sistematina veloce e assai furtiva: omini di solito di profilo medio, istruzione media tendente allo scarso, limitate vedute sociali e frequentazioni, viventi in provincia o giù di lì.
C’è chi si dà la classica ravanàta, a piena mano, lenta quanto basta e senza indugio arcuno: si tratta di solito di persona di basso o bassissimo profilo sociocurturale, modesta nelle intenzioni e nell’aspetto, vivente in ambiente particolarmente degradato o disgregato sociarménte.
C’è infine chi se li sistema evvìa, senza toccàssi di pisèllo, ma con sicurezza: si tratta di solito di Ulisse Sifossifoco.

i tratta di sapéssi fare ì nodo a ì papillònne. Gli è una questione d’etica (quella che serve a vivere nì mondo) e di pissicologia (quella che serve sempre un po’ a se stessi)… in du’ parole: la bona educazione.
Mi pare ammé che un ce ne sia rimasta quasi più. C’è quello che ti telefona la domenica mattina alle otto e dieci:
- Raffaello?
- No, l’ha sbagliato numero
Ti riaggancia ì telefano su ì viso senza nemmeno un vaffanculo, e poi ti richiama un secondo dopo:
- Raffaello?
- Senta, che ce l’ha la mamma lei?
- Come sarebbe a dire?
- No così, gli era tanto pe’ sapello
- Lei gli è un gran maleducato
- E lei gli è bell’e du’ vorte che… che mi chiama Raffaello
- Perché icché la c’ha lei contro Raffaello?
- A me mi garberebbe sapere icché la c’ha lei nì cervello
- Io nulla, la sa tutto lei, la sa…
- La sa una cosa?
- No, mi dica
- Quando si disturba nelle case, co’ ì trillo, co’ lo squillo, co’ ì bacillo… la si dovrebbe usare un po’ di più ì cervello
- razzista
- adesso le tiro un mòccolo in diretta
- fascista
- Mi ascolti… Raffaello forse sta aspettando la sua chiamata
- Sì è una questione urgente, la mia ragazza mi ha lasciato sa?
- Unn’avevo dubbi
- Scusi eh!
- E di che?
- Comunque se mi avesse risposto con un po’ più d’educazione
- Certo! Adesso il maleducato son diventato io
- Ho problemi io
- La capisco
- Adesso che lei mi ha scaricato mi sento solo io… non riesco a farmene una ragione sa?
- Vedrà che Raffaello riuscirà a consolarla
- Eh sì, Raffaello è l’unico amico che ho… perché sa, gli altri a lei non piacevano, e ho rotto i ponti con tutti
- E naturalmente questo Raffaello lo sa
- Naturalmente! Raffaello è anche il “suo” migliore amico
- Lo chiami allora
- Certo che lo chiamo, lo avrei già fatto se lei non si fosse messo in mezzo, con la fretta che ho, perdipiù
- Ma Raffaello aspetta la sua chiamata?
- No, gli voglio fare una sorpresa
- Lo chiami più tardi, mi dia retta
- Più tardi? E quando?
- I’ tempo d’imparare a fare ì nodo a ì papillònne
- Non imparerò mai
- Ecco!

Ci penso spesso a Plotino, e a ì poero Porfirio che standogli sempre dietro a sentillo ragionare, tra l’Egitto e la Persia e poi Roma e la Campania, mise insieme cinquantaquattro librettini (in fila per sei e a gruppi di nove).
S’era un par di secoli dopo ì Cristo, e Plotino andava predicando che tutte le cose derivano dall’Uno, l’unità assoluta che basta a se stessa. L’uno, semplicissimo uno, che tutto emana. L’uno, semplicissimo uno, a cui tutti si dovrà ritornare, dibandonando le prigioni dì corpo fisico e di artri metafisici giramenti di coglioni.
Ci penso spesso perché m’è capitato più vorte nella vita d’essere allievo, come ì povero Porfirio, e m’è capitato attraverso un’attenta stagionatura, anco d’essere maestro di quarche povero Porfirio. Così ho conosciuto Porfirii pazienti e leali, e Porfirii pazienti e sleali. Questi ultimi sono i più interessanti, perché la loro pazienza, unn’è vera pazienza, ma un logorìo psichico continuo nell’attesa di prendersi la rivincita a una sfida che nella realtà un c’è mai stata. Che nella realtà un puole esserci stata, perché un maestro un sente mai ì bisogno di sfidare un proprio allievo. Sente piuttosto ì bisogno d’insegnagli che quando l’allievo pensa d’aver vinto ì concorso di maestro, e con grande slealtà agisce in modo da vendicarsi d’un sopruso che non ha mai subìto e ambisce a diventare primo, egli primo non diventerà mai, per due motivi semplicissimi da capire: primo perché ì maestro un gli ha certo insegnato tutti i segreti della professione di maestro; secondo perché, essendo ì maestro già maestro prima di lui, egli sarà sempre secondo.
Così spesso, di fronte all’allievo sleale, quello che per lenire il dolore del malessere che l’ha sempre accompagnato e che niente, nemmeno l’amore d’una moglie, che immagino sincero, è riuscito a lenire, ti trama dietro, va in giro a dire “il maestro è malato… il maestro è infetto… e del peggiore dei mali”, che infastidisce le donne del maestro in gran segreto e nella segreta speranza che il maestro si circondi di donne ingenue e inconsapevoli come un qualsiasi Porfirio, che in tutti i modi fa arrivare grossolani messaggi solo per essere riconosciuto, che sulla strada dove passi di solito oggi ti fa trovare un segno e domani un segnale, solo per dire “guardami, non puoi non accorgerti di me, adesso… ”, ì maestro un puole che dire: Sì, ti guardo e ti riconosco, sei ì povero Porfirio!

I’ nostro sguardo, le nostre rifressioni, dovrebbero, aìmmeno per un istante ogni giorno, concentrarsi sulle piccole cose. E’ così che ci si forgia il carattere e che si educano le coscienze grandi e piccole. E’ nelle cose che un ci si fa più caso che si annidano le risposte alle domande di una vita, se non di intere generazioni.
La lampadina, a esempio, un vi dà la luce nì medesimo istante in cui voi la cercate?
I’ misero, sottilissimo ricciolo di tungsteno, nella su’ culla d’aere rarefatto, un mancherà di brillare mai mai mai!
Egli (dev’essecci scritto in dimolti libri sapienzali quali ì Levitico, ì Deteuromio e perinsino nì Mercurocromo) brillerà pe’ lo stolto e pe’ ì tolto, pe’ ì furbo e l’urbo, pe’ ì presidente e ì residente in tutte le loro promiscuità antiche e moderne. Un sottile filamento, aggrovigliato e anco un po’ incasinato, che (e lo si dimostra quotidianamente) arreca una grande o piccola luce: secondo i vostri precisi bisogni: secondo le vostre imprecise o precise misurazioni in vatt o in vattimo: che lo meritiate o no.
E tutto finché ì sottile filamento nell’aere rarefatto un si rompe, ché quando si rompe a sprofondare nì buio gli è un battito di ciglia… oh dio osram!

Ogni tanto anche l’omo ci ha ì su’ ciclo. Comincia co’ un certo nonsocché, un rimescolìo d’aricordi, di frasi dette e non dette, d’illuminazioni ‘mprovvise di cose che tu avresti dovuto capire anni e anni fa e che tu capisci proprio in quì momento che gli è sera, ti girano gli zebedei, i negozi son chiusi, di taxi se ne trovano pochi e svogliati e un tu ci puoi fare più nulla.
Ti piglia così: tu doventi nervoso e pe’ un giorno o due tu ti senti anco debole debole, ammalato d’una febbre invisibile a tutti gli artri tranne che a te, e che solo te sai che unn’è febbre, e tu vorresti anche dàgli un nome solo pe’ pote’ dire un giorno (in quarche conversazione forbìta e salottiera): ecco, io gliel’ho dato ì nome a ì ciclo maschile, e un c’entra nulla la banalità di certe nobirtà passate: gli è un nome tutto nòvo: si chiama…
Ma poi ti fa fatica dàgli questo nome, perché nessun nome t’accontenta, e tanto lo sai che passa, nell’arrucignolìo de’ giorni e degli impegni e dell’essere chi tu devi essere e tu pensi anco te che dèsciòmastgo-onne, perché l’ha detto pure Orietta Berti.
E nì mentre che la scacci da ì cervello, codesta Orietta Berti (o chi per lei) perché quando tu ci hai ì tu’ ciclo un tu sopporti proprio nessuno, ecco che ti ritorna a mente la vecchia storiella: quella delle quattro persone che si chiamavano Ognuno, Quarcuno, Ciascuno e Nessuno. E di quella vorta che c’era una cosa da fare subito e Nessuno la fece perché Ognuno gli era convinto che Quarcuno l’avrebbe fatto. Ciascuno avrebbe anco potuto farlo, e Nessuno lo fece. E così andò a finire che Ciascuno dette la colpa a Quarcuno pevvìa che Nessuno fece icché Ognuno avrebbe potuto fare.

Gli è strana e curiosa la storia dì pesce. Da sempre simbolo della fertilità, narrato in mille forme che qui sarebbe troppo lungo ispiegare: dagli Esseni di Gesù fino a ì pesce d’aprile.
Un tempo ì pesce gli era roba che interessava solo alle donne, che lo catturavano a mani nude. L’acqua e ì mare, infatti, gli erano considerati elementi femminili. Ma poi, nella civirtà così perfetta, gli arrivònno i greci e avvenne la rivoluzione curturale, gastronomica ed economica. I greci, invidiosi (o forse gelosi) che le donne acchiappassero a mani nude tutti quei pesci, si inventarono che la ninfa Anfitrite andòe in isposa a Poseidone, re degli oceani; ì quale stabilì che ì pesce doventasse oggetto di commercio. E fu così che prima i greci e poi i romani impararono a usare reti e arpioni, lampare, trappole e palamite.
Alle donne, che fino a allora avevano avuto ì controllo completo dì pesce che più desideravano, un rimase che imparare a conservassi quel poco che gli toccava: sotto sale, sott’olio, essiccato, oppure (se troppo fresco) di nascosto.

Gli ecologisti dovrebbero ringraziare i grandi personaggi della moda. Gli è pévvìa dei loro ambìti sacchetti che un esercito di persone si impegna ogni giorno nella più grande opera di riciclaggio spontaneo mai vista.
Mentre nelle città a stènto si riesce a raggiungere un 25% medio di rifiuti avviati a ì riciclo, i sacchetti e le borsine delle grandi firme e delle grandi boutique, sono riciclati a ì 100%, anzi a ì 300%… tante vorte finché un si sfondano, doventando alla fine (una prece) spazzatura, scovazza, rumenta, monnezza.
Eserciti di signore e signorine, per lavoro o per diporto, infilano dentro a questi contenitori très chic firmati Armani, Tiffany, MiuMiu, Boss e tarvorta (allargandosi) perinsino Rinascente, ogni genere di conforto da viaggio o da passeggiata: dalla bottiglietta d’acqua oligominerale, a ì lavoro a maglia, dalla mise per la palestra a ì tupperware ripieno d’insalata scondita, fino alla curtura, magari sottoforma dell’urtimo bestseller d’ottocento pagine firmato Tolstoj o Faletti (tanto che vòi di differenza faccia).
Ogni scusa gli è bòna, pe’ sfoggiare uno shopper, spesso sempre lo stesso, inventandosi tutti i giorni un’esigenza e un utilizzo nòvo e arternativo.
Perinsino quelli che più son contrari, ostici allo sfoggio della griffe, alla fine te li vedi svicolare da ì portone di casa arpionando leggera tra le dita una di queste griffatissime e usatissime borsine di seconda e spesso di millesima mano.
E pensare che ci avevano provato, quelli dì firm Amici miei, a indurre ì conte a definire “le mie valigie” du’ schifosissimi sacchetti plasticosi dì pizzicagnolo… e invece niente: che ce la vedi te la parrucchiera dell’angolo portassi l’etto e mezzo di mais bollito che le fa da pranzo (e pe’ merenda un frutto) nella borsina, che so, della LavanderiaGianna-PrezziModici-Riconsegna in giornata-Anco-a-Domicilio?
No, lei adopererà religiosissimamente una borsina della stessa carta, solo un po’ più lucida magari, indove ai due lati si legga bene la scritta Pianegonda o Krizia o Prada. E con quale cura, poi, ci metterà dentro le su’ cosine, mentre co’ ì fratello minore dello shopper con la griffe: ì dozzinale sacchetto della Cooppe, nessuna pietà: forse proprio perché c’è scritto “La Cooppe sei te”, che tradotto in lingua vorrébbe dire “Chi si piglia s’assomiglia”, ci pigia dentro uno scaffale intero di jocca e poi lo yogurth ricco di fibre che aiuta la sua regolarità, con l’ignoranza nelle braccia d’una che potrebbe combattere su un rìnghe, se un fosse in incognito.
L’ambiente ovviamente ringrazia, mentre certi stilisti della borsetta, un giorno (che si spera arrivi presto) capiranno che gli è dì tutto inutile trasformare coccodrilli, serpenti e sacre vacche e manodopera terzomondiale e minorile, in contenitori, quando potrebbero utilizzare carta riciclata, inchiostro e stampa in rotativa.

Appartengo a una generazione di transito, da una metà a una mèta.
Da piccolo la mi’ mamma usava un imperativo in cui si celava tutto ìssù affetto: mangia!
E poi, facendosi co’ ì transito delle generazioni l’affetto attenzione, l’imperativo s’è trasformato in domanda: hai mangiato?
Cresciuto a questa scuola, la mì generazione di transito s’è fatta sociale: si mangia quarcosa assieme? Vieni a cena? Ci troviamo a colazione?
In intima dorcezza o in fraterna amicizia, davanti alla leccornìa si chiede: facciamo a metà?
L’imperativo un s’usa più, la mèta è l’interrogativo o ì mezzo interrogativo, ma la sostanza resta.
I’ mangiare imperativo di me bambino e della mi’ generazione, inortre, non era una semprice manifestazione d’un affetto semprice: di chi magari da mangiare non aveva avuto abbastanza pévvìa di guerre e antecedenti, duranti e conseguenti miserie. Gli era anco una mezza tortura.
M’aricordo perfettamente, in verso i sei o sett’anni, le ditina genitoriali serrate a tappar le narici, pe’ infilàtti in bocca la sublimazione dell’affetto di cui sopra per eccellenza: la carne. Carne che un c’era mai verso d’ingollarla, e che dopo lunghissima e svogliatissima masticazione, si trasformava in un bolo alimentare ininghiottibile che aveva come mèta il finire per metà sepolto in quarche vaso di fiori e per metà sotto ì tappeto della sala da pranzo alle due mezze distrazioni di maman.
Io della carne, mangiavo volentieri solo i timbri. Il timbro d’inchiostro violaceo o blu cobalto, che copriva metà della braciola, era boccone ambitissimo.
La mi’ mamma comprava da ì macellaro più timbri che poteva e mi nutriva sulla base dell’affettuoso mezzo inganno. Roba ghiotta per gli psicologi, insomma, anco se dovrebbe esistere uno psicologo collettivo, perché que’ bocconi sono i bocconi di almeno metà della mi’ generazione. E a metà della mi’ generazione di transito garbavano i timbri almeno quanto garbavano a me. Si dice che vi fossero macellari parecchio generosi di timbro a que’ tempi della transizione di’ timbro. Che poi transitò definitivamente e sparì con gli anni Ottanta, quando la scienza sentenziò su come l’affetto di que’ timbri avesse effetto cancerogeno mortale… ma finché lo si racconta.
Gli è strano infatti come ì poco mangiare e ì troppo mangiare e ì cattivo mangiare siano rischi identici, e che si viva in un mondo indove metà delle persone che ci abitano mangian troppo e l’artra metà troppo poco. E di queste metà, la metà della metà mangia meglio e l’altra metà della metà mangia peggio, in un susseguirsi di metà in transito.
Dalla parte indove si mangia troppo, forse a causa dell’affetto di cui sopra, non solo si mangia troppo noi, ma mangia troppo chiunque viva con noi: metà dei bambini è grassa, metà dei cani e dei gatti è grassa… perinsino metà delle zanzare che transitano ormai 365 giorni all’anno nelle nostre case di transito sono mezze grasse.
Gonfi i ventri di chi mangia e gonfi i ventri di chi non ha da mangiare.
Un pensatore attento, nì vedere la regolarità di queste tante metà, dalle più grandi alle più piccole, eppure sempre metà e in continuo transito, potrebbe immaginàssi lo yin e lo yang, oppure impaurirsi sul serio. Mèta e metà rischiano di confondersi, per la metà di quelli in transito nelle generazioni, e, ciò che mi dà una mezz’ansia, gli è che non è detto che l’altra metà di transito corrisponda esattamente alla mèta.

Un m’intendo per niente di chakra, poco di spiritualità, pochissimo di modi di pensare all’orientale: eppure io ì terzo occhio ce l’ho.
Ci son nato io co’ ì terzo occhio. Certo all’inizio mi si nascondeva alla vista degli altri due, e fin verso l’adolescenza unn’ho mai avuto una piena consapevolezza che potesse anche guardare. Soprattutto che gli garbasse così tanto guardare gli interni della persona.
Le religioni orientali, pé indurre ì neofita maschio a diventare consapevole dì proprio terzo occhio, gli dànno da risorvere ì problema d’iscoprire che suono fa una mano sola.
Questa intelligente forma di meditazione, invece, unn’è condivisa dalla nostra religione. Pévvìa dì rischio della sordità, mi disse un sacerdote quando ero ragazzo, come se poi uno da ì terzo occhio ci dovesse ascortare chissàcché!
Seguendo la meditazione orientale invece, a un certo punto ci ho avuto l’illuminazione, e ho visto per la prima volta questo benedetto terzo occhio all’opera. Ne ho avuta la certezza quando, dopo diversi tentativi, l’ho visto piangere, probabilmente a causa della troppa luce della mia illuminazione.
Penserai te: chissà di che colore era ì terzo occhio di Sifossifoco?
Come se ì terzo occhio potesse avere pupille e diottrìe come gli artri due.
No, ì terzo occhio un ce l’ha queste cose qui.
Magari ci ha la palpebra, questo sì. Un palpebra mobile, fatta a ciambella, che in prima battuta potrebbe ricordare le cupoline apribili degli osservatori astronomici, e che a seconda di come ti si move, lascia scoperto quest’occhio eccezionale.
La percezione di quest’occhio, dì resto, gli è tutta diversa dalla percezione d’un occhio normale. Esso sta parecchio a ì buio quando si riposa, e sta anche parecchio a ì buio quando fa la cosa che gli garba di più: guardare da più vicino che può gli interni della persona.
Naturalmente non è che questo terzo occhio stia sempre a ì buio, questo è chiaro. A volte garba anche a lui l’aria aperta. Anzi, se fosse sempre all’aria aperta, sono convinto che gli garberebbe assai e ne sarebbe felice, ma non così felice come quando osserva nì buio della persona, gli interni della persona.
Quando ì mì terzo occhio è all’aria aperta, se non fa troppo freddo, sta sempre affacciato dalla palpebra: come se la palpebra fosse un balconcino. Dico un balconcino, perché ì terzo occhio che c’ho io, unn’è che sia enorme come una terrazza o un balcone. Gli è un occhiolino affacciato a un balconcino. Però è sempre aperto e curioso nì sondare la persona più dentro che può. Essendo lui un po’ pigro, inortre, la natura l’ha dotato di un arrèggiòcchio gonfiabile ed estensibile a piacimento. Naturarmente l’arrèggiòcchio s’allunga e si gonfia solo fino a un certo punto. La natura gli ha infatti misure sempre adeguate alla bisogna e ponderate. Se s’allungasse e gonfiasse troppo, esso diventerebbe una vera anomalìa della natura e ì terzo occhio potrebbe anche spaventare la persona della quale ha deciso di guardare gli interni.
Esso, quando non è rinchiuso da qualche parte piacevole o necessaria, se ne sta diverse ore al giorno a fissare ì pavimento. I’ su’ raggio di visuale, infatti, unn’è in orizzontale e verticale come gli occhi normali, ma solo in verticale: esso da’ ì pavimento, riesce (grazie all’arrèggiòcchio) a guardare con poco sforzo fino a altezza finestra, e da qui riesce a elevarsi fino a mirare l’attaccatura tra la parete e il soffitto. Se co’ ì terzo occhio io volessi putacaso mettermi a fissare ì soffitto, bisognerebbe che quando gli è bello aperto e disponibile, assumessi una posizione dì corpo sdraiata. Ma questa gli è una cosa che mi capita raramente, visto che pe’ ì terzo occhio guardare ì soffitto, unn’è di nessunissimo divertimento, né utilità. E poi, quando ì terzo occhio gli è particolarmente aperto e disponibile, gli ha bisogno di guardare gli interni della persona, no ì soffitto.
L’unica cosa che un’omo può fare quando ì terzo occhio gli è particolarmente abbisognoso di guardare gli interni della persona e la persona un c’è, gli è distràllo un po’ aprendogli e chiudendogli la palpebra con la mano. Oppure dàgli una bella risciacquata con l’acqua ghiaccia. Ma tutto questo, intendiamoci, unn’è che gli garbi tanto.
Gli è per questo che gli occhi normali ogni tanto lo guardano questo terzo occhio. Lo guardano con comprensione, ma senza capìllo fino in fondo. Del resto, pur essendo occhi, essi sono agli opposti: la gioia dei primi non corrisponde mai in numero, alle gioie dell’altro. Per non parlare poi delle lacrime: quando gli occhi piangano, c’è sempre dolore o emozione, quando piange ì terzo occhio, vuol dire che c’è stato un lungo lavoro all’interno della persona, e gli è solitamente un’indimenticabile esplosione di gioia.

Se uno come me, la sera a quest’ora, potesse rivelare la verità… ecco… io direi che ì mondo gli ha bisogno di signore Zhang.
Gli è una storia di lunga data, quella di questa signora. Perché fin da’ ì tempo della dinastia Sung, nella Cina antica (che i nostri vecchi chiamavano China), alla periferia di Yur Cheng, nì meridione dello Shanzi, c’è un be’ tempio dedicato a Kuang Kung.
La signora Zhang, gli è la custode di questo posto. Una portinaia molto diversa dalle varie signore Giovanna o MariaPaola che di solito stanno nella guardiola in fondo alle scale e godono dì privilegio della cortesia dei portalettere.
La signora Zhang, anche ora che gli è vecchia, passa ogni giorno sotto la statua d’un omo in terracotta policroma con la faccia tutta rossa e una gran barba. Kuang Kung, appunto, che per i cinesi gli è meglio dì nostro Ulisse (de ì quale ho la fortuna di dividenne aìmmeno ì nome), perché rappresenta, oltreché un mito, la fiducia e la fedeltà.
Fin da parecchi secoli prima che la signora Zhang nascesse, milioni di cinesi in pellegrinaggio rendevano omaggio a quì tempio, e a icché rappresentava. Poi, dopo un po’ che la signora Zhang gli era nata, i ribelli maoisti cinesi vollero chiudere ì tempio. I’ caso volle che la signora Zhang vi si barricasse dentro.
La signora Zhang vi si barricò dentro non perché non avesse una casa sua, ma perché urtimamente gli era lei che si preoccupava di tenere ì tempio illuminato, ben spazzato, accogliente pe’ ogni viandante cinese che intendesse fermàssi a fare una preghiera alla fiducia e alla fedeltà o anche solo a ì mito.
Per mesi, i ribelli maoisti, assediarono le alte mura dì tempio, pensando in cuor loro che a un certo punto la signora Zhang avrebbe ceduto almeno per fame. Invece tanta gente di quella povera città di Yur Cheng, ogni notte trovava ì sistema di catapultare oltre ì muro, in verso la signora Zhang, tutto ì necessario pe’ nutrirsi.
Ad ogni fagottino di cibo che, pe’ fedeltà o fiducia, ì cielo le recapitava, la signora Zhang si nutriva un po’ ì corpo e un po’ lo spirito (cosa che potrebbe accadere anco nella società dei saltainpadèlla di oggi).
Sinché, a forza di fiducia e fedeltà, quarcuno un decise di lascialla in pace, la signora Zhang… lei e ì tempio con la statua di uno con la faccia rossa e co’ una lunga barba. Avrebbero potuto insistere nì rompegli icché un ci aveva, alla signora Zhang, ma si vede che unn’avevano abbastanza fiducia e fedeltà. Non quanta ne avesse la signora Zhan, almeno.
Oggi ì tempio gli è perfettamente conservato. Ci sono i braceri accesi, le vecchie armi di Kuang Kung, giardinetti di bonsai, incensi, padiglioni pe’ ì raccoglimento e la preghiera, o anche solo la meditazione.
E poi ci son queste du’ statue, delle quali una gli è viva.

Entrai nella luccicante agenzia di viaggi ìmmòndo tràvel. Destinazione Sharm El Sheikh, ma non per me, no no: pe’ ì piccione appena raccattato innanzi a Santa Maria dì Fiore.
Ci fu un’estenuante trattativa, tra me e la signorina, che un voleva intendere ragioni di fammi un prezzo congruo alla vacanza dì piccione. S’arrivò perinsino a chiamare ì direttore d’agenzia, un tipo tutto abbronzato, dicensi cugino ‘n terzo grado di Briatore. Si patteggiò pe’ una tariffa da bambino, ma cinquestelle, ammiralùsso e vistamàre.
I’ grande giorno della partenza si fece la conoscenza dì gruppo: impiegati, calliste, ì piccione e l’ex moglie d’un panettiere. Donna tutta d’un pezzo, quest’urtima, e tanto ansiosa di sfilare in monopezzo.
Dapprima ci rimasero un po’ male quelle gènti. Gli avevan detto, sì, che c’era un ospite speciale, ma pensavano chissacché: un pilota civile, un generale.
I’ piccione, un po’ nervoso, dava poca confidenza. Ma già quando l’aereo (un ciàrter) decollò, la conversazione s’era fatta brillantissima… che tipo ilare, quì piccione, senza ì cellulare.
Arrivarono a destinazione. Ognuno nella sua cameretta sciarmérelàxe. Le papaye e i passion fruit su’ ì tavolino, e per sveglia la mattina una rosa color arancio in bòccio dell’Olanda e un cioccolatino di Pinerolo. Aprendo la finestra potevi osservare ì mare a ore intere. Le onde altissime, la sabbia bianchissima, vele ecru ton sur ton in abbondanza avanti e ‘ndrè, e tutto l’andirivieni di camerieri scurissimi, di bambini furbissimi, di artigiani poverissimi, di animatori simpaticissimi. Un paradiso proprio, che mentre tu ci sei, già ci vorresti ritornare. Anche solo pell’istruttore di sùbbe, dall’occhio languidissimo, che se un fosse tanto scuro e ricciolino lo scambieresti pe’ Fiorello.
I’ piccione, un po’ scombussolato da ì fuso orario, si appoggiò alla balaustra e allungò ì collo. Arcuni tra i presenti credettero che intendesse verso la spiaggia volare, invece gli scappava sortanto da cacare. Eguale all’ex moglie dì panettiere, del resto.

Che mattacchione che gli è ì vecchio Agesilao, uno degli urtimi buontemponi della su’ generazione. Figuratevi, ì su’ bisogno di istàre sempre allegro, lo porta a volte a farsi gli scherzi da sé. Ci son dei giorni che si toglie da solo la seggiola da sotto ì sedere, proprio mentre ci si sta sedendo. E lui rotola in terra, poverino. Dapprima corruccia un po’ le labbrùcce, ma poi scoppia a ridere e un c’è più verso di fermarlo.
La sera s’apparecchia la tavola, pensa te che tipo strambo, e mette la forchetta pe’ ì brodo e ì cortello pe’ ì riso. A ì tovagliolo ha fatto un buco in mezzo. E come se la ride!
Sghignazza, sghignazza per ore Agesilao, e quando ride un gli pesano le su’ novanta e passa primavere. Quando si fa gli scherzi da solo proprio si piscia addosso dalle risate. Ma no in senso metaforico: sapessi i pannoloni che riempie!
La gente troppo seria un la sopporta Agesilao. Lui che gli ha fatto tre guerre – du’ mondiali e una sua – ha capito fin da giovane che un c’è rimedio meglio che una bella risata. Contro i mali suoi, con cui ischerza sempre allegro da mane a sera, e contro i mali dì mondo, che a lui poi tanto mali un gli sembrano.
Una vorta (s’era nì quarantatré) per ischerzo, fece sparire un carrarmato tedesco. L’ha raccontata tante vorte quella storia, e poi quando s’è stufato ha chiesto alla memoria che gli facesse lo scherzo di un ricordargliene più. E allora inizia ogni volta a raccontàlla pe’ abitudine, ma poi gli viene nì capo come una nebbia, e un si ricorda più di nulla. E ride, ride sempre Agesilao. Ride come un bambino nella culla, lui che da novanta e passa primavere bambino unn’è più. Ride da morire.

Eh sì, ci hai fatto caso anche te? Ogni vorta che un personaggio famoso mòre, tutti gli artri, pe’ scaramanzìa, si dànno delle strizzate di coglioni tali, che spesso ci rimangano secchi anco loro.
Eh sì, perché quando mòre un personaggio famoso ne moiano subito artri tre o quattro nì giro d’un paio di giorni. Certe “star” son fatte così: sanno d’essere immuni alle morti dei poveri cristi e di essere a rischio ogni volta che uno di loro tira ì carzino.
C’è chi pensa che sia una questione esoterica. Chi affida a strane archimìe e filosofie la spiegazione di queste morti sempre di gruppo, facendo congetture d’ogni tipo. Ma io lo so perché succede: gli è lo scongiurante strizzamento troppo forte di coglioni a fàlli morire.
Dì resto, che vòi, questi personaggi famosi o son debilitati nì fisico, o c’hanno una certa età. E una strizzata forte ai coglioni ancor giovani ti puole magari piegare, ma quando ì fisico appena ti règge… ti spezza!

Liberata Giuliana, ora bisognerebbe che quarcuno a ì più presto liberasse anche Fabio e Emiliana – due italiani a caso, ma si calcola ve ne siano quarche milione – da ì sequestro che gli tocca tutti i giorni qui, nei patrii condominî.
Pensa che i sequestratori li costringano a lavorare da anni co’ un contratto coccodè da cinquecento euro ì mese. Eppure un c’è nessuno che faccia lo sciopero della fame pe’ liberàlli. Loro lo sciopero della fame se lo fanno da sé, all’avvicinarsi della fine dì mese. Ma i sequestratori un s’accontentano mica solo di questo sai? Pensa te, che nì monolocale segreto (tanto chi ci puoi invitare?) in quì posto sperduto tra le ciminière (a basso impatto ambientale, come no?) indove stanno, gli ci hanno messo una televisione che li bombarda a ogni ora con i balli dei ballerini, le opinioni degli opinionisti, lo stile degli stilisti, le canzoni de’ cantanti, le esperienze degli esperti, la politica de’ politici, i calci de’ calciatori, le comiche de’ comici e i consigli pégli acquisti. Emiliana e Fabio son doventati tarmente alienàti di cervèllo che a vorte gli rispondano anco, alla televisione. Fànno battute argùte e perinsino vibrànti proteste davanti alla tolevisione accesa: come se i ballerini, gli opinionisti, i cantanti, gli esperti, i politici, i calciatori, i comici, gli stilisti e i consigli pégli acquisti ci avessero voglia d’ascortàlli. Figurati.
E nessuno che tènti un brìz, o che gli voglia pagare ì riscatto a questi due, che infatti tentano di pagasselo da sé, du’ vorte a settimana, nella palése isperànza d’andare in culo a tutti con un be’ sei a ì superenalotto. Quando s’accorgano che non solo i servizi segreti, ma perinsìno la dea bendata si disinteressa di loro, Emiliana e Fabio finarménte trombano. E quando poi si addormentano, come tutti i prigionieri, sognano: d’un lavoro mèglio, d’una casa più grande, d’una televisione più grande e d’un montepremi più arto a ì superenalotto della settimana prossima. Eppure, se quarcuno gli chiedesse, unn’avrebbero dubbi Emiliana e Fabio, nì rispondere che i sequestratori, in fondo, son delle personcine tanto per bene: sempre benvestiti, attenti, gentili e sorridenti con tutti, e in ispeciàl modo con loro.

Domani gli è la festa delle donne. Auguri donna, ma negli auguri vorrei ricordàtti ì deforestamento di queste povere mimose, che ogni anno assume le proporzioni d’una catastrofe ambientale. Per di più, a pensàlla da maschio che la dònna gli garba, la mimosa unn’è precisamente né ì fiore che ti rappresenta meglio (infatti ci ha l’infiorescènza fatta a palle), né quello che ci ha ì profumo più bòno. Anzi, a dìlla tutta, mi sembra una gran presa peiccùlo a me questa mimosa e anco la festa che l’accompagna. Una festa che dovrebbe stare a rappresentare la fine della donna oggetto. Infatti ogni giorno pe’ vendere quarche copia in più di Panorama o dell’Espresso, ci mettano ‘ncopertina una bella donna ignuda.
Eh già, perché la donna ignuda ci ha personalità, ci ha intelligenza. La stessa personalità e intelligenza che ci sottolineano quando vi fanno vedere alla televisione, come vu siete brave a scegliere detersivi che fànno miracoli con le camicie de’ vostri partners, sciàmpi a effetto ledigodìva e abbordàggio di càrciatori e prìncipi azzurri.
E meno male che nì frattempo ci è stata la liberazione della condizione femminile. Liberazione che si è subito sostanziata nì comportassi no come i maschi (che già un sarebbe granché) ma come i peggio maschi. Così (ma solo domani eh? Un ci allarghiamo) se vedi uno bòno che cammina pélla strada gli puoi anche fischiare (ma solo se sei con un gruppo di amiche) quando tu passi con la macchina (naturalmente un modello da donna, quest’urtima). Oppure tu puoi andare a cena fòri con le tu’ amiche, in ristoranti e pizzerie tutte piene di donne liberàte come te. In arcuni ci fàranno anco lo strippetise de’ maschi, come a sottolineare, magari divertendoti (e quarche milione di donne ci si diverte pe’ davvero) che co’ un po’ di pisèllo vi si fa comunque contente ab immemorabili. Beate voi!
E a noi maschi, che ì pisello ci si ha tutto l’anno (e vivace o sonnecchiante che sia ti assicuro che ci ha un peso) escrùsi biologicamente da ì pannolone control-odòr con o senza ali, ampio da cotonèlla o filiforme da tanga, vedendo arcune di voi allegramente immèrse in questa festa che dura solo un giorno e neanche tutto, verrà da pensare e non senza una certa acrèdine: rendeteci la costola!

I’ segreto gli è concentràssi sull’ipotalamo: la parte dì sistema nervoso che agisce sulla sensazione di benessere. Come si fa? Gli è sempricissimo!
Occorre anzitutto fare una distinzione tra l’ipotalamo de’ maschi e quello delle femmine. Si sa infatti che la sensazione di benessere cambia di parecchio tra l’omo e la donna. Se sei donna l’ipotalamo dovresti avéccelo nascosto da qualche parte. Se sei un omo l’ipotalamo ti dovrebbe essere abbastanza evidente.
Rintracciata codesta parte così fondamentale dì tu’ corpo, si procede di solito con vigorosi e insistenti massaggi, pe’ risvegliàllo meglio che si puole, questo sonnecchiante ipotalamo.
Ti accorgerai subito di stare già un po’ meglio, ma l’ideale sarebbe fare applicazioni tre o quattro volte al dì, secondo i gusti… ma anco un paio di volte alla settimana a parecchi gli farebbe bene lo stesso. Se poi l’applicazione te la fa quarcuno dì sesso opposto a ì tuo, gli è financo meglio.
Se durante queste applicazioni ti dovesse capitare di provare una sensazione più d’orgasmo che di benessere, allora vuol dire che la parte dì corpo che tu hai individuato unn’è l’ipotalamo. Già che ci sei, ormai finisci icché tu stai facendo e ricomincia a cercàllo.

Svegliarsi in piena notte co’ ì pensiero fisso della patata. T’è capitato mai?
Ti giri e ti rigiri tra le lenzuola in lotta con te stesso… che fo? M’arzo?… Oh via, no, posso aspettare a domattina.
E intanto par che tutti i rumori della notte te lo facciano apposta a lanciàtti dei segnali: ì frigorifero emette, improvviso, come un verso d’agonia che gli scuote la serpentina, e ì lampione sulla strada fa quello scricciolìo della lampadina a ì mercurio ormai vecchiotta che un succhia tanto bene la corrente.
E te sei lì, pigro, nì letto, con questa idea fissa della patata nì cervello.
Detesti arzarti per tanto poco, ma ormai a meno non tu ne puoi più fare, perché in tutto questo casino di pensieri e rumori, ì còrpo ti propone anco l’urgenza d’una pisciata.
Fai lo sforzo e t’arzi. I’ pensiero della povera patata solitaria sotto ì lavèllo t’ha vinto ogni altra concentrazione.
Che sia marcìta? T’eri chiesto, nell’ansia.
Apri ì doppio sportellino e la cerchi alla luce debole dì cucinotto. Eccola lì.
Poveretta, come s’è avvizzita tutta! Le guanciòtte ecru hanno preso un color verde intenso, co’ un accenno di bluastro. La polpa, bella soda, ormai s’è disfatta e imbalsamata in quattro o cinque bitorzoli mollicci, dai quali si dipartono rami giallognoli come manine fluorescenti che, se potessero, urlerebbero: aiuto!
Bella e solitaria regina del mio sottoacquaio, tu che eri nata per esser cotta e mangiata, oppure per esser sublimata co’ un giro di danza nella scura terra, in altre prelibate patatine, tu sei invecchiata solo per la muta ingordigia della pattumiera.
E io – pensa te che mondo cattivo – domani stesso ti sostituirò, senza alcun lutto, con una giovin tua collega, adocchiata di recente all’Esselunga.

Ah l’amore, che poesia! Dalle finestre aperte t’arrivano le voci e i rumori della coppietta fresca di nomina: lei calabrese, lui un l’ho ancora intuito. Convivono, ho sentito. Stanno sempre ‘ncasa, più o meno, e la sera in verso le otto guardano insieme gerriscòtti. Lèi finge di sapere tutto senza alcun imbarazzo, salvo ricredersi della troppo pronta risposta ad ogni interruzione pubblicitaria. Lui non ci si raccapezza, ma è adorante. Potélli vedere sarebbe come assistere a un documentario dì néscional geografic, ma anche ascortàlli forzatamente ci ha una su’ componènte di spettacolo. Quando s’accoppiano stanno spettacolosamente zitti, anco se gli cigola un po’ ì letto, ma unn’è che stanno zitti per tanto… dopo cinque o sei cigolii le voci, incuranti delle finestre aperte nella bella stagione, ricominciano ortre ogni conveniente dècibel:
- Amòreeee… amòreeeee – cinguétta lei con insistenza ogni momento
- Amòre metti la pèntola sul fuòco?
- Amòre mi passi lo sciàmpo?
- Amòreeee ma mi ascòlti quando pàrlo?
E lui, chissà, come tanti òmini più pratici che spirituali o spiritosi, gli è di poche parole. A sentillo un dev’essere quì mostro di dedizione al continuo desiderare muliebre. Come quando risponde ad arta voce a gerriscòtti, mugugna: dice bah, mah, beh, ah, fah, tah… le quali parole costituiscano ìssù laconico vocabolario finché la sua lei, ortre a ì muro dì suono, oltrepassa anco quello dell’equilibrio interiore di lui.
A ì dumillèsimo “amòre c’è quarcosa da fare subito”, lui lancia un unico, baritonale urlo:
- Oh… eh… bah… mah… fah… ah… roooot… i cogl… ah… ni… ora… aah!

Quelle belle topografie d’una vorta, no, unn’esistan più. Ci pensavo davanti a un cartello di partenze che unn’esistano e d’arrivi che unn’arrivan più. Oggigiorno tutto s’è globalizzato: c’è ì navigatore satellitare da telefonino, c’è ì tomme-tomme-go da posciètte, c’è la maialadisomà a codice binario.
Io son rimasto indietro da pàzzi, ai tempi in cui la topografia gli era quella scienza adurta e un po’ archèmica che attingeva pesantemente all’immaginario collettivo e a ì sapére de’ vecchi.
Durante una passeggiata fòri porta un si camminava e basta, ma si passava dall’aiàle alle streghe, si girava attorno a quarche artiglio dì diavolo, s’incontrava l’orrido dell’òmo morto e magari ci si fermava a mangiare du’ tordi sott’olio a ì crocìcchio alla fattucchièra.
E in città, quando si chiedeva un’informazione, gentirmente ci si sentiva rispondere: gli è facile, tu arrivi alla piazzetta dì canmòrto, all’artezza dì fontanèllo dì brigante, poco più avanti dì canto all’impiccàto, tu svorti a destra e tu sei lì nì vicolo della sepoltavìva.
E te tu camminavi, spesso arreggèndoti a mano aperta ì contenuto delle mutande… che magari si stava facendo sera e l’inquinamento luminoso ancora un c’era.

Oh bravo Tarcisio! Siccome te l’ha detto ì telegiornale che ì càrdo ammazza gli anziani, e l’esperto di turno t’ha convinto a andare ‘n farmacia e riempìtti di que’ troiai che t’intasano ì fisico di magnesio e potassio e sali minerali, tu ti se’ bell’e quasi tutta bruciata la tu pensioncina minima in prodotti da bànco.
Convinto che l’acqua dì rubinetto un disséti abbastanza, e che frutta e verdura un ti siano più che sufficienti, tu pigli da mane a sera una bustina e una pasticca, un effervescente e una fiala. E pian pianino, con questi additivi, ì tu’ corpo già stanco comincia a un capìcci più nulla:
- Che me ne fo di tutto questo magnesio? – t’urla un rene (se solo tu lo sapessi ascortàre) mentre l’intestino cràsso ti s’attorciglia nell’overdose di potassio e nelle vene lo zinco già ti prepàra alla foderatura della bàra.
- C’è ì cardo killer – dice la tolevisione – mòiano gli anziani!
E intanto te un tu ti senti nemmén troppo bene. Anco se un barlùme nì tu’ cervello, iperstimolato dalla triplice molecola: stronzio, alluminio e manganese, ti farèbbe notare che gli anziani mòiano copiosi anco in primavera autunn’invèrno, che piòva o tiri vènto, e con quarsiasi govèrno.
Un tu vai regolare a ì gabinetto da quindici giorni, e l’atrofizzazione di bu’o dì cùlo ormai gli è in progress… in compenso ti s’è cristallizzata la pipì e, quando t’avvicini a ì pozzi-ginori, tu lo scartavétri pe’ quarantacinque minuti ogni vòrta co’ una granellìna mineràle fìna fìna.
Sinché, caro Tarcisio, un tocca anco a te d’andare alla tolevisione (ma solo perché si è in estate e tutte l’artre notizie sono a ì mare): afa killer, morto anche Tarcisio. Una prèce!… diranno in languida commozione i serial killer dell’informazione.

Sorpresa! L’òmo unn’è più l’essere più ‘ntelligente dì creato. L’hanno superato tutti, perinsino la zanzara o ì paramècio. Che lo vedi te un Berlusconi delle zanzare? O un Prodi de’ paramèci? Un quarsiasi somigliànte a Sandro Bondi in tutto ì mondo animale? Giustamente no, perché un puòle esistere.
Nì mentre che l’òmo padàno appràude a Calderoli, la zanzara gli punge la dònna, se un la trova già occupata. Ma anche ì lombrìco gli è più ‘ntelligènte dell’òmo italico: a esempio, se c’è da scava’ una galleria, un c’ha mica bisogno di dare tutti quegl’èuri a Lunardi.
Si carcola oggi che, solo in Italia, undici milioni d’òmini sòffrano e gòdano a guardare undici òmini pigliare a càrci una palla. Cosa che tra miliardi e miliardi d’uccelli fa solo uno, stordìto dall’acqua minerale.
L’òmo, insomma, fa e desidera un monte di cose che agli animali un sèrvano: dall’euro, giù giù pélla scala, insìno alla mina antiuomo. E quest’urtima gli è proprio ì massimo: che ha’ mai sentito parlare te della mina antimignàtta o di quella antistercoràrio?
Di questo passo la civirtà dell’òmo dovrà inchinarsi alle civirtà superiori degli animali. Piglia a esempio certi cani di stazza un po’ grossa: o un son loro che tirano l’òmo pe’ ì guinzaglio?
Andrà a finire che i cani ci abbandoneranno sull’autostrada.
Mi dirai te: ma la vita dell’òmo gli è più difficile.
Appunto, dico io.

E son soddisfazioni. Svegliarsi in piena notte pevvìa d’un puzzo indicibile di merda, nonostante le finestre aperte.
Ecco, me la son fatta addosso – penso con non poca senìle preoccupazione – brutto segno!
Pe’ qualche frazione di secondo ripasso, a occhi ancora chiusi, la frustrazione, l’ improbabile rituale di cambi di lenzuola e materassi, e come spiegàlla a ì mondo questa popò incosciente… finacché si mettono in moto anco le orecchie. Un rumorino d’autobotte con la pompa arriva giù dalla strada… vvrvrvrvrvrrrrrr… e poi ì puzzolente risucchio… svcsvcsvcsvc… maremma diavola, vuoi vedere che…?
Alacremente du’ operai notturni manovran tubi e quadri elettrici, rimuovano tombini con l’ausilio di guantoni incrostati quasi da boxe. Vorrei tirargli qualche moccolo, così, tanto pe’ far capire che alle tre dì mattino si disturba. Ma a che servirebbe? Sono òmini che tracciano un confine filosofico, dopotutto, sulla cuspide delle acque chiare, le acque scure e la materia grassa.

Ce l’hai presente te ì codice a barre? Ecco, ce ne hai uno anche te addosso. Ti sembrerà invisibile, ma c’è, e a quarcuno gli dona anche. I’ codice a barre, parecchi come te lo demonizzano. Più ce l’hanno evidente e più lo demonizzano.
Ogni vorta che escono di casa uno scanner invisibile emette la scorreggina tipica: Biiip! Poi ci son quelli come te che di casa escan poco e lo scanner li legge quando meno se l’aspettano: ti siedi sulla tazza dì cesso e Biiip! Tu apri ì frigorifero e Biiip! Ti scaccoli beatamente sotto la doccia con energiche soffiate di naso a mani nude e Biiiip-Biiip!
Mi dirai te: ma c’è la privacy, si riscrivono le leggi laggiù nì Regno di Sardegna! Biiip!
Ma codeste son pagliuzze nell’occhio dì fratello pe’ un vedere le travi belle grosse dì nostro personale codice a barre.
Quarcuno si interessa di tene anche se un tu sei punto interessante. Biiip e memorizza la marca di yogurth che preferisci… Biiip e tu hai comprato un superarcolico… Biiip e tu hai appena mangiato una bistecca a ì ristorante…. Biiip anche pe’ la frittura di paranza… Biiip e probabirmente stasera ti accoppierai…. Biiip e ‘n questo momento tu sei su ì tale aereo… Biip-Biiip-Biiip e tu esali l’urtimo respiro, o’ òmo dell’oggi, o’ donna moderna… quarcuno o quarcosa ti conserverà ‘n memoria, un ti preoccupare.
Sulla porta dell’artrove quarcuno, richiamandoti da un poco eccellente foglio d’excel ti porgerà un lungo elenco scritto fitto fitto, e ti passeranno innanzi agli occhi perinsino le scatolette di tonno, e di tutte le marche. Biiip!

Annusare la scorreggia artrùi gli è uno dei momenti più vivi e toccanti e per certi versi inevitabile della vita di coppia. D’estate, quando essi si volatilizzano per l’aere sospinti da ì lieve riscontro delle finestre, o con l’ausilio di ventilatori e impianti di refrigeramento a sbùffo; e d’inverno, quando ristagnano e fuoriescano improvvisi dall’indugio fermentato notturno sotto ì piumone o nella casa riscaldata artificialmente. L’atto di scorreggiare in proprio, o d’annusare la scorreggia amàta (ma qui più corrètto sarebbe usare ì condizionale), gli è più che un semprice atto spirituale di intimità con l’artra metà della coppia, gli è quasi una filosofia… relativista, per giunta, come ha avuto modo di spiegare anche Pera che di cèrte cose s’intende per casato.
Gli è una filosofia che dà per assunti arcuni punti chiave della vita di coppia che si rifanno agli articoli dì codice civile che si leggano ad arta voce in occasione dei matrimoni. In effetti gli è difficile che un matrimonio si rompa pevvìa dell’annusamento delle flautulenze di coppia, icché dimostra in quarche maniera che almeno su ì piano animale mariti e mogli potrebbero stare insieme a vita con grandi benefici péll’aria respirabile dai loro figliuoli.
Nell’afflàto di culo familiaris, inortre, vi è anche dell’esoterico e dì misterioso: vi sono coppie, a esempio, che si chiedano spesso per tutta una vita, come si possano produrre amorosi aromi tanto dovèrsi pur nutrendosi allo stesso dèsco! E da quando i cronisti della storia iniziarono a prendere appunti sulle piètre per i posteri, si narra di più d’un caso rimasto fondamentalmente irrisolto e che qui sarebbe banale registrare.
Vi è poi, per concrudere, in questa fitta rete di misteri puzzolenti, anco un aspetto filologico e linguistico, forse derivante da antiche saggezze greche o addiritura sànscrite: la tendenza a addolcire certi progètti della vita di coppia con termini quali “nido d’amore” o “du’ cuori e una capànna” fino all’accezioni più moderne di “coppia aperta”… figurativi significanti e evocanti – già nì loro archetipico – grande circolazione dell’aria o importante presenza di spifferi. Come dire che l’amore anco quando gli è sincèro, e qui si ritornerebbe alla filosofia e ci si potrebbe scrivere un tòmo, gli ha bisogno d’un costante rinnovamento dell’aria.

Ì bontòn un ne parla, le riviste prodighe di consigli da sciupafemmine nemmen per idea, eppure ì Casanova dì terzo millennio ci ha bisogno d’un accessorio in più (maremma zòppa): la valigetta da podologo!!!
Donne, se un lo fate voi, ci toccherà fàllo a noi. S’aprirà la valigetta e ci si metterà dell’òlio di gomiti: uno smaltino sobrio (meglio se trasparente) sugli alluci, una strofinatina di pietra pomice in qui e in là, una slamettatina anche leggerissima su ì carcàgno cangiànte tra ì grigio e l’ocra, olio di mandorla pe’ ì lupino in embrione o l’occhio di pernice, uno straccetto di seta la sera ‘mbevuto in una soluzione d’acqua di rose e mièle, ad avvolgere ì piedino que’ dieci minuti. Un ci vorrèbbe nulla, vero? E anche la spesa, non più di euro dodici e cinquanta ogni tre mesi: un diècimo dicché costa un rimmel a màrca nòta.
Un ci son scuse, via, o volete proprio dimostrare che tutto l’ancestrale senso estetico femminile tèrmina indove gli investimenti pubblicitari da televisione unn’arrivano: perché si sa che tra rossetti, fard, creme antirughe e quant’altro vu’ state attente e come… solo di sciàmpi vu n’adoperate a ì minimo tre, secondo l’andamento dì ciclo o le congiunzioni di Venere con Nettuno, magari.
E scrivo tutto questo a caldo, che se ne parlava oggi a colazione co’ un amico, e le ragazze accanto (ambe venticinquenni o giù di lì, e bianche e rosse) e con de’ piedi che sembravano essere appena usciti da du’ filari d’òrto a basilico prima d’essere ‘nguantati dalle ciabattine di Prada con gli strasse, unn’è che si son chieste se ci avessero loro de’ piedi rivoltanti, ma piuttosto noi discorsi da maschi che unn’apprèzzano.

Proprio in questo momento, sì, ì raggio che si sprigiona da’ ì tu cellulare, t’ha modificato per sempre la sfera dì comprendònio. Ecco, ì dànno gli è fatto. Un tu puoi più ritornare indietro. Spengere ì malefico aggeggio, méttillo in standby… un c’è nulla da fare, icché tu eri fino a un attimo fa ora un tu se’ più: l’onda t’ha modificato. E pensare che un tu hai ricevuto nemmeno una telefonata, né un sèmmessé, niente wap, indicatore, agenda, sveglia, fotocamera, videocamera, niente ricerca rete… perché l’onda l’ha bell’e trovata la su’ rete: sei te!
Che ti pensavi? Di domarla tutta la materia di cui son fatti questi aggeggi, che ì fatto d’andare a centottanta battute a ì minuto come le dattilografe, ti preservasse da quella piccola stronzissima onda? Che un t’entrasse nì capo, pensavi? E senza passare dalle orecchie, o dagli occhi o da ì naso?
Gli è un processo irreversibile, pe’ milioni e milioni di volte ì giorno, parte un raggio che te non vedi e ti modifica la sfèra dì comprendonio, e te non te ne accorgi, e nemmeno ci puoi far nulla. E’ così e basta. L’onda ti fa ì servizio e te rimani inconsapevole.
Hai voglia a metterlo lontano l’apparecchio, o a tenerlo spento, ci sarà sempre quarcuno accanto a te che lo tiene acceso a altezza d’omo, e anche quando un c’è nessuno, ì raggio, l’onda, può partire da qualsivoglia luogo: ì tetto d’un condominio, un arbero finto, una macchina in corsa, un alito di vento… poiché si sa che ì raggio, quando è partito, gli è come un missile da guerra, un si ferma sinché un raggiunge il su’ bersaglio.
Mi dirai te: ma perché proprio a me?
Ecco, dican tutti così. Gli è per questo forse che te lo sei pure meritato.

Certe pissicologìe dì pìffero, fàtte pe’ que’ babbioni che s’accontentano di venti righe e una firma sui rotocalchi illustrati, affermano che ogni òmo c’ha una donna dentro. Ecco, io la vorrèi sbattere fuori. Unn’è giusto, né naturale. Ed è pure un’idea scema! Semmai dovrei essere io ad essere dentro una donna… l’incontrario un mi dà pe’ nulla soddisfazione. Che ci sta a fare una donna dentro? Già un mi riesce di conservammene una accanto, di donnina, figuriamoci se son disposto a règgerne una dentro. E poi dentro in dove?
(e qui, lo so, farai ì pensierino acido)
Nell’unico posto libero dentro di me, no, una donna un ci potrèbbe vivere mai. T’immagini, starebbe sempre a rompemmi i coglioni… proprio come fànno alcune fòri, dì resto.
Te tu penserai: ma no dentro in senso fisico, ma mentalmente!
Ancora peggio… te lo immagini ì dràmma: avere una donna dentro, e avéccela anche senza ì corpo, tutta cervèllo, cervèllo e basta… a parte che ì cervèllo a vedéllo gli è brutto come un rutto, ma sarèbbe una condànna di nulla. Io, se proprio ce la devo avere peffòrza questa donna dentro, la voglio almeno co’ un be’ paio di puppore e uno stacco di coscia che m’arrivi all’ombelico.. sennò ì cervéllo (visto che ci si deve accontentare di quello) mi reagisce poco come sèmpre. Eppòi, ora che ci penso, che sarà almeno una donna a mòdo?

Si fa presto a dire: un desiderare la donna d’altri. No, via, diciamolo senza ipocrisia, sarèbbe troppo difficile. Soprattutto in questo mondo dove io sono uno e gli altri son tutti.
Figuriamoci, mica le donne vanno a giro co’ ì marchio a fuoco: son di quello o di quell’altro. Anche quelle donne che vanno con tutti tendano a conservare una certa praivaci. Te l’immagini le conversazioni? A ì posto di chiedere ì segno zodiacale o allargare la coda da pavone nei tanti modi che si conosce, uno dovrebbe prima chiedere: oh, un tu sei mica di nessuno te? Sarèbbe come a insinuare che gli è uno scàrto.
Io ci avrèi subito un calo di desiderio, e lei son convinto che anche. Vuoi mettere quanto è meglio un ruggito a ì posto d’un rògito?
E poi, te l’immagini la noia di queste poére donne di quarcun altro, se nessuno le desidera? N’andrèbbe di mezzo anco l’andamento dell’economia: la moda, la cosmèsi, l’entertainement… ì cròllo della ceretta!
E le dive? Come la si metterèbbe con le dive: le maschie masse sarèbbero costrette a desideràlle a intermittenza. I calendari delle fidanzate de’ calciatori dovrebbero stampàlli cólla còlla dietro rimovibile, come i post-it. Dì calendario della segheria fiorentina che c’ho ‘n camerina, potrei guardare co’ un po’ d’emozione solo novembre e febbraio, che dura anche meno degli artri mesi a casa mia.

o un c’ho un uccèllo, c’ho un tamagòchi. Un mi dà pace con tutte le su’ richieste: e fammi prendere un po’ d’aria, fammi prendere un po’ d’umido, e fammi du’ coccole, e fammi sfogare, e fammi sognare, e fermati un istànte che mi vien da sputare, e va’ un pochino più forte, e va un pochino più piano, e fàmmi stiracchiare un po’, e ci avrei bisogno d’un po’ di massaggi, e non essere sempre così manésco e portami qualche volta anco dall’ornitòloga.
Poverino, c’è da capìllo: adagiàto a ì buio tra que’ du’ coglioni, quando si sveglia m’assìlla con tutte le su’ esigènze.
Io glielo dico spesso: un posso essere ì tu’ schiavo, anch’io voglio fare la mia vita! Ma lui niènte, un capisce.
Fa una scrollatina di (s)palle e mi dice: dài Ulisse, un me la menàre!
In tant’anni, ancora un m’è riuscito dì dàgli un’educazione conveniènte. A volte sembra che stia lì bòno, quasi dormiente. Penso: ecco ha ‘mparàto, l’ho finalmente addomesticato! Ma poi tutto d’un tratto ecco che vòle fare come vòle lui. A volte, e gli è ‘mbarazzante se ì momento unn’è favorevole, tira anco se un c’ha ì guinzaglio.
Essendo quasi cieco, ma no cieco dì tutto, ha sviluppato un sèsto senso: s’accorge di tutte le passere a esempio, sussulta senza timore di piglia’ l’aviaria a ogni gallinèlla, èvita scientificamente tutti i fringuèlli, ma un disdegna faraone, tacchine e fagianèlle.
Parla, a volte, e sboccatissimo: un dice, a esèmpio, ho bisogno della toilètte… ma comincia a frèmere e poi sbòtta tutt’insième: cèsso, cèsso… prèsto… un cèsso.
Un dice, come spesso si converrèbbe tra cristiani: far l’amore, ma se ne vièn fuori con tutta una sèrie di impronunciabili epiteti.
A vòlte, quando siamo in confidenza, gli dico: tu se’ proprio un pappagàllo, così ripetitivo!
Lui un se ne rifà. Sento che ci pensa (e quando pensa lui un c’è vèrso pensare ad altro) e poi improvvisamente mi ordina: telefonata, invito a cena, mazzo di fiori! E un si chéta per ore finché unn’obbedisco.
Come ì pèggio tamagòchi, poi, unn’è che se anche esaudisci ogni su’ richiesta tu lo vedi contento, ti dà magari soddisfazione, un grazie, un po’ di fèsta… macché: si métte lì tranquillo come se nulla fosse, sonnecchiante con quell’occhino solo, che par quasi scocciàto. A vòlte mi sembra che unn’abbia nemmen memoria. Fa una cosa e neanche mezz’ora dopo la vòle rifare… ci son cose che anche quando è stanco vorrèbbe fare all’infinito.
E poi, una cosa che mi dà fastidio da matti, è che si sveglia sempre prima di me anco se metto la sveglia prèsto. Un so come fàccia. Apro gli occhi e lo trovo già tutto arzillo: oh via bischero – mi dice – indove mi pòrti ora?
sifossifoco l’ha detto alle 13/10/2005 00:17 e te icché tu ne pensi?

Ci siamo incontrati una volta io e una blogger. Un incontro tecnico, assai professionale. Lei scriveva delle cose molto stupidine, io le leggevo per essere sempre informato. Bisogna saper leggere tra le righe, infatti. C’è chi sa leggere la mano, chi sa leggere la carta del cielo, chi sa leggere l’estratto conto della banca, la bolletta della telecom e i libri dell’Einaudi. Al mondo ci sono delle abilità diverse. Io, che sono abile diversamente, lèssi tra le righe.
Lei era fidanzata o sposata – non ricordo – ma all’altro lui mancavano quasi tutti i fogli di stile. Era molto prima che nascessero i feed, quando la gente credeva ancora alla netiquette.
Finimmo a parlare del template e di come le sarebbe piaciuto rifarsene qualcuno anche più d’una volta. Ci accordammo per un appuntamento.
Io, che ci ho un hardware modesto, mi concentrai parecchio su ì software, anco se ormai era chiaro che l’importante sarebbe stato l’hard disk. I’ processore lo lasciai stare in valigia però, tirai fòri solo la chiavetta usb indove avevo preparato diverse animazioni in flash.
Fu una giornata supenda: insieme si ripassò tutti i post in un posto solo, figuriamoci se s’andava anche da qualche altra parte. In certi momenti ci si sentì come sull’aggregatore, a volte in wordpress, ma parecchio anche in typepad. La chat s’interrompeva solo a bocca piena o per fare yahoo, e a fine giornata gli avevo sistemato come meglio sapevo anche quì pochino di hardware: la porta 80 e perinsino la 110 (quest’ultima anche se gli era a 90 e un po’ preoccupata di rimanerci linkata). Le dètti anche una sistematina alle periferiche e ai tag, convincendola che era importante.
Si prese confidenza tra noi, e sèppi così che adorava i commenti, cosa in cui è più bravo il mio maggiordomo cinese. Dopo qualche giorno si parlò – per email – del suo desiderio d’un permalink. Io dovètti dirle la tragica verità: era solo spam.

L’evènto che ricordo di più nella mia vita gli è stato quando ho visto per la prima volta una passera. Un so da quanto tempo, infatti, ci avevo addosso un nervosismo, una tensione interiore: ì bisogno di rispondere a delle domande interne alla psiche, a ì còrpo e financo allo spirito. Finché lei un bel giorno mi apparve, riempièndo tutta la mia visuale.
Fu un’esperienza indimenticabile. Una specie di miracolo. Anche un conoscendola per niente e essendo troppo timido, già l’avrèi baciata: un bacio alla Rin Tin Tin!
Io a que’ tempi, unn’avendo ancora l’età pe’ ì porto d’armi, praticavo dimolto il birdwatching, ma la mi’ visione e percezione dì mondo dei volatili senz’ali, gli era limitata a un solo triste e solitario esemplare. Gli avevo messo l’altalena, la bottiglina pe’ ì bere che con la legge fisica si puole arrovesciare senza perdere ì contenuto, l’ossino di seppia, ì batuffolo di lanìccio peffàre (ah che ingenuo) l’eventuale nido… insomma, me la menavo dalla mattina alla sera con la pratica dì mònobirdwatching e unn’ero punto soddisfatto.
Sapevo che la ricchezza ornitologica mi nascondeva dell’altro, ed io, pivèllo e profano, cercavo come un matto la mia iniziazione.
Nel vederla, ricordo che mi veniva tutto, tranne che le parole… che riesco a trovare solo oggi, e così inadeguate.

Ah, il tempo! Pensa che strana invenzione della nostra vita. Tutti gli esseri senziènti dì pianeta ci hanno ì loro tempo pe’ fare le cose che fanno… un tempo senza ticchete e tacchete di sottofondo. Noi no. Noi ci si ha l’orologio! Gli è lì che ti guarda e ti controlla come ì peggiore de’ mostri: con quelle lancettine a presa peìccùlo, una corta e una lunga e una filiforme che un la smette un attimo di girare come una stupida e che mostruosamente ti ricorda… sbrigati! E te lo ricorda in un milione di modi, tutti antipatici: ti fanno driin, bipbìp, cucù, dindondàn… come se tu fossi un imbecille.
Tra tutte le cose che l’òmo poteva inventàssi pe’ perdere tempo, l’orologio gli è di gran lunga la pèggio. L’orologio mi sta troppo sui coglioni a me. Anzitutto gli è simpatico come uno svizzero, bèllo (tanto pe’ rimanere nella geografia) come i grigioni quando c’è la nebbia, utile altro a que’ pochi fortunati rimasti che timbrano ì cartellino e, dopo che son stati un bel po’ a stressàssi con la schiavitù a ore, ci hanno anco voglia di tornare a casa in tèmpo.
Te tu mi dirai (te lo suggerisco io perché so che un ci hai pensato): ma l’orologio calcola ì tempo cosmico, ì movimento degli astri e lo traduce in linguaggio quotidiano!
Fandònie, fròttole per gli istùpidi. L’orologio un calcola una bèlla sega. Le star se ne fottono di lui. Gli ingranaggi che ci ha dentro e i rubìni servano solo alla cosa più stronza dì mondo: controllare le azioni umane e far sì che accadano quando tutti se l’aspettano… oppure, nì migliore dei casi, serve alla cosa più inutile della vita: far passare ì tempo. Mentre il tempo è solo illusione, idiozia: si nasce, si mòre e nì mezzo c’è tanto di quel casino che spesso un c’è nemmeno ì tempo – diocrìsto – di guardar l’orologio!

Altro che società dell’immagine… si vive piuttosto nella società dì guardare.
A cominciare da te.
Già prima di uscire ti guardi allo specchio. Tu esci di casa e ti guardano. Attravèrsi la strada e ti guardano. Cammini e quelli che ti passano a fianco ti guardano.
Guidi la macchina e ti guardano, pigli l’autobus e ti metti a sedere e ti guardano, rimani in piedi e ti guardano lo stesso. Pigli un taxi e ti guardano uguale. Pigli un caffè a ì bar e ti guardano.
Parli e ti guardano, stai zitto e ti guardano, lavori e ti guardano, non lavori e allora sì che ti guardano. Se poi cerchi di nasconderti ti guardano anche di più. Li guardi e ti guardano, non li guardi e ti guardano. Tu li guardi di più e ti guardano di più. Guardi una vetrina e da dentro la vetrina ti guardano.
Tocchi qualcosa di un altro e ti guardano, ti tocchi le cose tue e ti guardano anche pèggio.
E un son solo le persone, ramméntatene!
Incontri un cane e ti guarda. Incroci un gatto e pure questo ti guarda. Passa un piccione, lassù in alto, libero e veloce che piroétta nì vènto, e ti accorgi in un attimo che ha preso proprio la mira.

Mi dispiace un monte deluderti, ma le creme antirughe un funzionano!
Hai voglia a dire: bastano dieci giorni di trattamento e le rughe spariscono; oppure: appiattisce le rughe già a partire dalla prima applicazione.
Non sparisce e non appiattisce proprio nulla. Ho provato io, sul punto più rugoso del mio corpo.
Sarebbe stato troppo bello, dì resto: una scaramanzia, una soddisfazione e un trattamento di bellezza insieme… e tutto dove batte poco ì sole.
Per giorni e giorni, finché unn’è finito ì mì tubétto a ì cretinòl, uscendo dalla doccia mi sono fatto ì trattamento mettendomi la crema sulla punta delle dita e dandomi delle energiche grattate alle proteine della placènta sulle parti più rugose che c’ho.
E nulla: queste creme non mantengono le loro promesse.
Mi sa che quelli che le fanno ci hanno presi proprio pe’ coglioni. E infatti – lo sanno anche loro – i coglioni se non son solo dei palloni gonfiati, son rugosi per natura, e sei ipocrita se dici che son rughe d’espressione. Perché quelli possono divertirsi anche un sacco, ma ridere, e di se stessi poi, un l’hanno fatto mai mai mai.

Tu sbagli te a pensare che la sessualità della gente sia apolitica. La sessualità è politica, e non solo nì senso filosofico della parola. C’è l’orientamento sessuale a destra e a sinistra, e non sto parlando solo di quello dì quel particolare sondaggio che si fa a ì momento delle misure in sartoria.
Piglia a esempio la porciconleali generation: c’è chi l’ha messa in pratica e chi scambia le ali co’ ì nome dì cantante. Piglia i colpi di spazzola della Melissa: c’è chi … (bip) e chi… (bop)!!!
Negli anni 70 – io lo so, perché studiavo molto – essere della sinistra estrema significava saper scrivere un racconto erotico. Fior di “compagni”, soprattutto dell’area dell’autonomia, sbarcavano ì lunario scrivendo le sceneggiature a fumetti di Sukia, Maya e Maghella, il Lando o Corna Vissute. Cose che i ragazzi di destra leggevano e basta, quelli che riuscivano a concentrarsi sulla parte scritta.
Mai come in quegli anni, inritornabili, risultò vero ì precetto di Hemingway: scrivi solo di cose che conosci, se no accontentati di leggere!!!
Deriva da lì, la mi’ passione per la letteratura. Mentre tutte la rappresentanze di base dell’arco costituzionale, leggevano ancora l’Aretino Pietro, o andavano a vedere di nascosto ì Satyricon di Pasolini, a me capitava di sentirmi un letterato anche in completa assenza di letteratura.
Per me che non appartenevo (come adesso, del resto) all’arco costituzionale, quello era un periodo bellissimo: non ero costretto a usare linguaggi tipo “umido segreto” “afrore inebriante” o “il centro del piacere”, per esprimere i miei bisogni primari di ragazzo. E, a dire la verità, anche quelle scrittrici che rubavano al femminismo l’autocoscienza del dàrla, non ho avuto tempo di leggerle.
Certo, son cresciuto un po’ ignorante, ma fino a oggi, nella discussione letteraria di questo tipo, una certa ignoranza un m’impedisce ì realismo alla Verga, pur non avendolo studiato affatto.

In concomitanza co’ ì Salone del Mobile a Milano, l’Italia che conta è tutta al SEMA di Firenze, ì Salone dell’Erre Moscia e Arrotata. Quest’anno, oltre agli stand e agli eventi ne’ luoghi più esclusivi della città, c’è anche un seminario di studi d’interesse mondiale:
IL TORCICULO DA CAMERINO E ALTRE PATOLOGIE DEL PORTAMENTO
I massimi esperti dì pianeta discutono, riflettono, si confrontano. Il seminario è di allarmante attualità.
Il torciculo da camerino interessa il 96% delle donne al momento dell’acquisto di un capo o nella scelta dell’abito prima d’andare a giro. Una patologia che supera di quasi venti punti percentuale l’osteoporosi e, purtroppo, in allarmante crescita.
Il movimento rotatorio della schiena per guardare allo specchio come il capo “disegna” il sedere, si è trasformato e aggravato con i tempi. La donna moderna – sempre più costretta all’estetica del sedere imposta dai ruoli sociali e dai modelli culturali – compie il movimento sempre più velocemente e in modo compulsivo, finendo col sottoporre la fascia lombare e del collo a un logorante overstress. Non pochi i casi di veri e propri strappi, che costringono quasi il 57% delle donne delle società occidentali a ricorrere ai farmaci o alla prestazione medica e ospedaliera. Un problema di non poco conto, dal momento che oltreocano un gruppo agguerrito di donne affette da questa patologia, sta organizzandosi in un cartello per obbligare le maison di moda a destinare il 3% degli introiti ad un fondo sociale per la ricerca e la cura del torciculo da camerino. Lo stesso termine, del resto, rischia di essere riduttivo rispetto alla portata del problema. Complice l’aumento dei capi in guardaroba, appartamenti e camerini sempre più avari di spazi e modelli stilisticamente sempre più complicati, vi sono donne che affermano di darsi il fatidico colpo d’occhio anche quaranta volte in un giorno. Tutto da valutare infine – e il seminario ne parlerà – lo sconfinamento in area psicologica e della dipendenza. Col raggiungere la terza età, molte donne continuano a sottoporsi al rischio, pur guardandoselo ormai solo loro.

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