Carlo Collodi, Il fiorentino viaggiatore

(30-11-2009 - romanzieri in news.)

Il fiorentino di una volta, visto a occhio nudo, pareva un mammifero come tutti gli altri: ma poi, osservandolo bene con la lente d’ingrandimento, si capiva invece che era un vegetabile concimato e potato per conto del Granduca; un vegetabile, che nasceva e fioriva abbarbicato tenacemente tra le fessure del lastrico e dei marciapiedi della sua città. Per toglierlo da Firenze e portarlo un chilometro più in là, bisognava svellerlo dalle radici; sbarbarlo addirittura.
Tutto il suo mondo finiva alle mura cittadine. Fuori dalle mura quattro passi, cominciava per lui l’ignoto, il maraviglioso, il paese della favola e della leggenda. La sua vita era monotona e regolata come un cronometro inglese. Durante il giorno lavorava o stava a veder lavorare, le due sole maniere conosciute fin qui per guadagnarsi onestamente il pane. Venuta la sera andava al teatro o al caffè: alle otto pigliava un poncino: dalle otto e mezzo alle dieci diceva male del Governo e del Municipio; e sonate le undici, il Granduca gli spengeva i lumi nelle strade e lo mandava a dormire; perché così avesse tutto il comodo di sognare a benefizio della I. e R: Amministrazione del lotto.

Il segno più caratteristico del vero fiorentino era la sua tradizionale antipatia per i viaggi, e in particolare per i lunghi viaggi. Il fiorentino, bisogna rendergli questa giustizia, non è stato mai una rondine: anzi si può dire a suo onore, che non ha mai avuto nulla in comune con le rondini; nemmeno la passione per le mosche. Basterebbe a provarlo quell’antichissimo proverbio, giunto fino a noi, che cantava così: “il viaggio dei fiorentini arriva fino alla Madonna della Tosse”, vale a dire venticinque o trenta metri distante dalla città.
I viaggiatori più audaci, di cui possa vantarsi Firenze, sono quei primi argonauti che tentarono di risalire il fiume Arno fino alle falde ciclopiche e inospitali dell’ultima Compiobbi, e quei pochi avventurieri di terraferma, che, nella seconda metà del secolo scorso, per una folle ambizione di scoprire nuovi continenti e nuovi arcipelaghi, non esitarono a spingersi arditamente fino all’estremo lembo di quelle regioni iperboree, chiamate dai geografi “le Cascine”. Un solo fiorentino, da quanto racconta la storia, rinnegando gli usi e le costumanze sedentarie del suo paese, osò avventurarsi in un lunghissimo viaggio al di là dei mari; e lo sciagurato non aveva nemmeno la scusa di essere un cassiere. Le cronache del tempo ci conservarono il nome di questo grande imprudente; si chiamava Amerigo Vespucci. Per altro, il giusto Iddio non volle lasciare impunita tanta temerità, e condannò il Vespucci a essere cantato in ottava rima dalla signora Amalia Paladini. Speriamo che questo segno manifesto della collera divina possa servire di lezione ai nostri figli e ai figli dei nostri figli. Il viaggio più lungo e più pericoloso, che si trovi rammentato nelle effemeridi fiorentine di quarant’anni fa, era il viaggio da Firenze a Livorno.
In quel tempo, quando un fiorentino sentiva per caso in sé tanta forza d’animo da dire addio con ciglio asciutto alla patria diletta, al dolce tetto natio e alla cara e tenera famigliola, la prima cosa che si attentava a fare era quella di muovere, in carovana, verso la mille volte sospirata labronica spiaggia. Tre ragioni potentissime, imperiose, irresistibili lo spingevano a questo passo:
- vedere il mare;
- fare degli studi comparativi fra il pane dell’istruzione e maccheroni dei Cavalleggeri, e
- contemplare da vicino la nave ammiraglia “Il Giglio”, nave formidabile, che sotto le mentite apparenze di una scatola di pasta sfoglia dorata, rappresentava da sé tutta la marina militare etrusca; preistorica nave, sulla quale i nostri archeologi avevano rintracciato alcune penne benissimo conservate, cadute probabilmente dalla colomba del diluvio, quando tornò con la ciocca d’ulivo nel becco, per far capire a Noè che oramai era spiovuto e che lui poteva chiudere l’ombrello e scendere a terra.
Appena il fiorentino, reduce dal suo pellegrinaggio a Livorno, rimetteva i piedi nella soglia domestica, tutti gli amici gli si affollavano intorno domandandogli, com’è naturale, tra le prime cose:
- Da’ retta, Nanni, che è bello dimolto il mare?
- Io non vi dirò che sia brutto: ma gira e rigira, alla fine l’è tutt’acqua; e per me l’acqua l’ha saputo sempre di poco, anche quando l’è salata.
- O per noi? Noi s’è detto sempre: piuttosto un bicchier di vino, che tutto il Mediterraneo. A proposito, Nanni, tu che da ragazzo hai studiato geometria, perché il mare a Livorno lo chiamano il Mediterraneo?
- Gli è un soprannome che gli hanno messo i livornesi. I livornesi sono famosi per queste burlette. Figuratevi che loro le “Cascine”, invece di chiamarle come noi, le chiamano “l’Ardenza”.

nessun commento

Aggiungi un commento