Le Goff, Vauro, Sciascia, Cagnan

(28-11-2009 - romanzieri in news.)

«Per il periodo che chiamiamo Medioevo sorgono due questioni: la sua estensione nel tempo e la valutazione complessiva che se ne dà, visto che di quest’epoca esistono un’interpretazione positiva e un’altra negativa». Parte da qui il cammino di Jacques Le Goff, tra i massimi studiosi del Medioevo (l’età di mezzo della storia occidentale), autore del libro-intervista scritto con Jean-Louis Schlegel. «Gli storici si sono accorti di comprendere meglio il passato e di riuscire a spiegarlo con maggiore efficacia, in particolare ai ragazzi e ai giovani, se lo suddividevano in periodi successivi aventi ciascuno caratteristiche specifiche», spiega Le Goff. Ma il Medioevo quando inizia e quando finisce? Secondo l’autore si tratta di un lasso temporale lungo mille anni («prima dell’anno 500, dunque nel corso del V secolo dopo Cristo»), illustrando anche la natura concettuale del temine («l’età media è quella che intercorre tra due periodi ritenuti più importanti, cioè l’Antichità e l’età moderna che inizia con il Rinascimento»). Qualcuno, ancora oggi, ritiene il Medioevo un’epoca negativa, quasi spregevole, mostrando un approccio assai limitato alla materia. «Sappiamo adesso che questa immagine è falsa – si affretta a precisare l’autore – anche se vi è stato certamente un Medioevo di violenza». Ma il Medioevo è stato anche, soprattutto, una grande epoca creatrice, ispirando scrittori a comporre romanzi storici, alcuni di grande riscontro, e registi, da quando esiste il cinema, a realizzare pellicole che hanno fatto breccia tra gli spettatori. A tal proposito, le scene cinematografiche dove compare l’attacco ad un castello – gli assalitori che tentano di scalare le mura, gli assediati che cercano di respingerli con olio bollente – non sono solo frutto di fantasia («anche se l’assedio poteva durare molto a lungo, e il numero dei castelli che hanno resistito con successo supera sicuramente quelli che sono stati conquistati»).Già, come si riesce a conquistare un castello? «Soprattutto col tradimento. Occorre che un abitante o una parte dei suoi abitanti aiuti gli assedianti», risponde Le Goff, secondo cui il Medioevo ha accettato una missione realizzando la specifica miscela tra unità e diversità: «Ciò equivale a dire che il Medioevo è stato il periodo in cui è apparsa, o si è costruita, l’Europa. È nostro compito, oggi, il considerarla e completarla».
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Vauro Senesi, noto al grande pubblico per le sue vignette satiriche, ha effettuato come inviato diversi reportage dall’Iraq, dalla Palestina, dall’Afghanistan, dalla Sierra Leone, dal Sudan. La scatola dei calzini perduti è il suo terzo romanzo: è la storia di Madut, un dinka, il figlio di una popolazione di pastori del Sudan meridionale, un ragazzo in fuga dalla guerra che, attraverso strade insolite e rocambolesche, giunge fino a Roma, dove finirà a lavorare in una lavanderia a gettone. È un emigrante per caso, che non approda in Italia con «i barconi della speranza», ma arriva con un volo aereo, al seguito di una corale, invitata a cantare alla presenza del Papa. Madut approfitta della fiducia del parroco che ha conosciuto in Sudan, e pur tra mille sensi di colpa e conflitti interiori, appena giunto a Roma scappa alla ricerca di fortuna. Da qui iniziano le sue traversie, finendo nelle sacche di marginalità della capitale, dormendo in un garage e lavorando in nero per una lavanderia a gettoni. Il titolo è stato ispirato da una scritta trovata in una lavanderia negli Stati Uniti. Vauro è stato subito attirato da «the box of the lost socks»: i calzini come metafora del viaggio, i calzini perduti come viaggi non compiuti o affrontati a piedi nudi, come quelli del piccolo Madut.
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La libertà, il diritto, le regole, la legge, la verità. Contro la tortura, contro le oppressioni, contro le inquisizioni, contro l’impostura. Si può dire che ruotò attorno a questi concetti l’impegno di Leonardo Sciascia come scrittore e come intellettuale impegnato in politica, sia pure per una breve parentesi della sua vita. Non è un caso che Sciascia definì il suo libro più caro «Morte dell’Inquisitore», dedicato a frà Diego La Matina, l«’uomo di tenace concetto» che uccise l’aguzzino che lo interrogava nel carcere del Sant’Uffizio di Palermo. Lui, condannato al rogo, racalmutese come Sciascia, diventò nel libro eroe moderno, simbolo della libertà di pensiero e della ribellione all’intolleranza.
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Il viaggiatore indipendente è un tipo strano, ossessionato da mille fissazioni e paure ma sempre irresistibilmente attratto dall’ignoto, dalla diversità. Lo sa bene Paolo Cagnan, viaggiatore insaziabile pronto a tutto, ma «con tutti i posti che ci sono, proprio in Siberia?», si chiede appena messo piede sui famosi vagoni della Transiberiana. Tutto sembra preannunciare che l’esperienza questa volta non sarà delle migliori. Il treno è scomodo, il paesaggio è noioso, il cibo immangiabile e invece: incontri inaspettati, luoghi insoliti e piacevoli sorprese stuzzicano via via la curiosità del passeggero. Ultimo titolo della collana Off the road in libreria è questo «Con tutti i posti che ci sono¨ Cronache semiserie lungo la Transiberiana in cui Cagnan – scrittore e giornalista bolzanino – descrive con ironia e freschezza un viaggio davvero insolito in cui si susseguono infinite distese di steppa siberiana e surreali cittadine ai confini della Mongolia, ma soprattutto le persone che abitano questi luoghi, persone bizzarre, sospese nel tempo e nella storia, reduci di un passato difficile spesso impazienti di afferrare il futuro, altre volte pigri e spaesati superstiti dell’era sovietica, senza più un riferimento.

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