Ellison, in quell’uomo invisibile c’è già Obama

(15-07-2009 - romanzieri in news.)

Era il 1952 quando uscì negli Stati Uniti Invisible Man, poderoso romanzo di Ralph Ellison, uno scrittore che allora si definiva «black», nero, dopo la scomparsa dell’ambiguo, per non dire spregiativo «negro», prima che si giungesse all’attuale «african-american». Fui tra coloro che lo consigliarono a Einaudi, e seppi che prima di accettarlo qualcuno sollevò riserve, giudicandolo un libro, se non anticomunista, almeno critico del comunismo. In effetti, l’anonimo protagonista-narratore milita per breve tempo nel partito comunista americano, ma lo lascia quando si rende conto della sua indifferenza nei confronti del problema razziale. Fortunatamente Einaudi pubblicò Uomo invisibile, affidandone la traduzione, davvero ammirevole, a due firme a dir poco qualificate: Carlo Fruttero e Luciano Gallino…
La Stampa

un commento

(Amadio Valentino il 03-02-2012 alle 00:56 am #)

Uomo Invisibile: è la vita dell’uomo di tutti i giorni, dell’uomo a cui dicono di prendere una laurea per inserirsi al meglio nella società, dell’uomo a cui dicono di trovarsi un lavoro che gli possa permettere di avere uno stipendio decoroso, dell’uomo che deve rispettare i dogmi della religione e della Patria. Nello stesso tempo è la vita dell’uomo che vede come un suo pari può permettersi Università di maggior valore, dell’uomo che vede come una volta entrati nel mondo del lavoro si viene stritolati dentro una morsa, dell’uomo a cui dicono che dopo 40 anni di lavoro non è ancora arrivato il momento di riposarsi. Tutto questo perchè chi manovra le fila non vede nulla all’infuori di se stesso. Peccato che ci si rende conto di quanto si è piccoli solo di fronte ad un funerale dove si ritorna tutti uguali.

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