Cesare Cantù, Il mio maestro elementare

(31-05-2009 - romanzieri in news.)

Quand’io era un fanciulletto come voi altri siete, e che andavo alla scuola imparare a leggere, scrivere, contare, mi toccò, per grazia del Signore, un buon maestro: poiché un buon maestro è veramente una grazia del Signore. In sua prima gioventù era stato soldato, aveva visto delle cose assai, ma senza riportarne quel fare orgoglioso e bravo, che alcuni acquistano col praticare in mezzo alle armi. Congedato, e tornato a casa, rizzò un piccolo negozio; ma diversi accidenti gli fecero volgere così in male ogni sua faccenda, che dovette abbandonare i traffici, ed allora aprì scuola nel suo paese, che era anche il mio.

La gente sulle prime temeva che non dovesse sapersi adattare a quel tenue impiego, perché lo conoscevano capace d’uno molto maggiore; ma egli diceva che la professione di maestro è delle più onorevoli, che niuna cosa si può fare sì utile ed importante, come I’educare que’ picciolini, i quali hanno a diventare un giorno uomini, cittadini, capi di casa, e che anche nostro Signore, il quale deve essere nostro modello, si compiaceva di essere chiamato il Maestro, e voleva che si lasciassero andargli intorno i fanciulletti. D’altra parte, aggiungeva egli, quando uno ha assunto un mestiero, una professione, un’incombenza qualunque, deve adempirne i doveri in modo da meritarsi l’amore e la stima degli altri, e da contentare la propria coscienza.

Né credeste ch’egli avesse solo delle belle parole, ma le poneva in atto. E prima aveva avuto premura di rendere buono se stesso, perché, se fosse egli stato cattivo, come avrebbe avuto il coraggio di raccomandare a noi la bontà? In famiglia dunque era il miglior padre, il più savio marito che si potesse vedere; all’osteria non mai; sfuggiva la pratica di quelli che sparlano, che bestemmiano, che vivono oziosi, che danno cattivi esempi. Ai doveri religiosi era il primo, sapeva tutte quelle belle e sante storie della Bibbia, intendeva i Salmi e i Proverbi di Salomone, e ce li spiegava; attento alle prediche, devoto alla messa, riverente verso i religiosi: cosicché, quando i nostri parenti ci mandavano a chiesa, invece di tante raccomandazioni, ci dicevano: «Fa come il tuo maestro».

Avrà sicuramente avuto anch’egli i suoi difetti, perché nessuno è senza; e mi ricordo che talvolta ce gli svelava egli stesso, ma del resto noi non ce ne accorgevamo, perché gli volevamo bene; e poi i buoni figliuoli sono sempre inclinati a credere buoni tutti gli altri, principalmente poi chi fa loro tanto servigio coll’istruirli ed educarli.

In iscuola non vi saprei descrivere quanto fosse amorevole e paziente. Ci riguardava tutti come fossimo proprio suoi figliuoli, non faceva distinzione dal ricco al povero, da chi gli portava i regali a chi non n’era al caso, da chi era vestito civile a quel che veniva in arnese da contadino; purché fossero i nostri abitini puliti, le teste pettinate, lavate le mani e la faccia. «Voi siete tutti, ci diceva, figliuoli dello stesso padre, che è Adamo, tutti creati da Dio, tutti redenti da Gesù Cristo, ed un giorno avete a finire tutti egualmente, lasciando il corpo nel campo santo, e portando al giudizio del Signore nient’altro che le opere vostre. Dovete dunque riguardarvi tutti come eguali. Vedete tra i fratelli? sebbene di età differente, di differente statura, e il maggiore abbia indosso un vestito, più bello e più costoso, perché ci vuole più stoffa, questa non toglie che sieno eguali, ma non toglie nemmeno che i più piccoli portino rispetto ai maggiori. Così deve farsi in questo mondo, che non è se non una famiglia più numerosa. Dovete come fratelli volervi bene, essere contenti delle consolazioni degli altri, compassionarli nelle loro disgrazie, darvi aiuto un con l’altro, e procurare, colla pace e colla beneficenza, di rendere più Ieggieri i mali, che sono la dote che portiamo in questa valle di lagrime. Ma dopo questa c’è un premio, la cui maggiore contentezza sarà il poterci amare di cuore in grembo al sommo amore, che è Dio». Così ci diceva.

Tra noi ragazzi ve n’erano alcuni che erano poveretti affatto, tanto poveretti da non avere sempre abbastanza pane da satollarsi. E quando noi tiravamo a mano la colazione, che la mamma ci avea data nel cestello, e mangiavamo allegramente, senza che nemmeno ci venisse in cuore che altri patisse la fame, questi ragazzi poveretti ci guardavano addosso spasimando, e tacevano. Ma il signor maestro, il quale ci conosceva tutti, e leggeva in viso a que’ poverini il bisogno, ci parlava così: «Dite mo, ragazzetti: se tra voi si trovasse alcuno che si sentisse fame, e non avesse di che saziarla, che cosa fareste?»

Noi, senza pensarvi su, rispondevamo: «Si farebbe a metà con lui: io gli darei mezza questa pagnottina; io questo pomo»; e così ciascuno esibiva di quel che si trovava.

Allora egli ripigliava: «Ebbene, questo tale c’è proprio», e ce lo additava. Noi allora facevamo a gara a chi più poteva dargli di cibo, cosicché tante volte, non solo si satollava, ma glien’era d’avanzo per portar a casa a’ suoi, che n’ avevano molto di bisogno. Quel meschino ci voleva poi tanto bene, perché l’avevamo soccorso, e noi volevamo tanto bene a lui, perché avevamo, con un niente, potuto fargli piacere. E quando lo vedevamo godersi le piccole nostre offerte, ci sapevano più di buono assai che se le avessimo mangiate noi. Gran piacere è il far del bene! Provatelo, o ragazzi, e vedrete.

Della pazienza poi del mio maestro, non vi dico altro. V’erano di quelli che non potevano mai capire la lezione; ve n’erano, non dei cattivi, perché, come si possono trovar dei cattivi nell’età dell’innocenza? ma di inquieti, chiacchierini, dispettosi, capricciosi. Però il signor maestro li prendeva sempre colle buone; dava a vedere come fosse male il far così; per lo più il rimprovero Io faceva il dì dopo l’errore, cioè quando noi avevamo già capito d’aver fatto male. E perché gli volevamo un gran bene, quando gli avessimo dato occasione d’essere malcontento di noi, nulla ci premeva di più, che il riconciliarci con esso. Che se un camerata avea disgustato il signor maestro, noi schivavamo quel giorno di trovarci insieme con lui, non lo volevamo nei nostri spassi; talché questi si ravvedeva, tornava dabbene, e noi tornavamo amici e d’accordo con lui.

Bisogna che vi confessi con dispiacere, come nei primi mesi ch’io fui messo sotto quel maestro, imparai presto il sillabare, tiravo giù le aste dritte, capiva anche i numeri; ma ero inquieto quanto si può essere. Come avessi addosso l’argento vivo, non requiava mai, chiacchierino, disturbava i compagni, e quel ch’è peggio, faceva loro de’ dispetti, ora dando a questo un buffetto, ora a quello urtando nel gomito mentre scriveva, per fargli fare uno scarabocchio, ora strappando all’altro la penna fuor di mano, per tingergli le dita. Un po’ e un po’ il maestro usò le buone, mi faceva capire che ciò stava male, che dobbiamo farci piaceri un coll’altro, non disprezzi e sgarbi. Io sentiva, pareva compunto per allora, ma al domani tornava alla stessa canzone. Minacciò di dirlo a’ miei parenti, ed io stetti savio qualche dì, poi mi rifeci da capo. Allora che fa egli? mi pone in un panchettino in disparte, dove non poteva più far male a nessuno ; e per quel dì e al domani non mi bada punto. Cogli altri parlava, udiva, correggeva: di me faceva conto come se non ci fossi. Cominciai allora a prendere una vergogna da non dire: in istrada mi pareva che i compagni e i padri de’ compagni miei dovessero tutti sghignarmi, e tremava che mia madre arrivasse a saperlo.

AI terzo dì, ecco capita in iscuola il signor curato, un bravo sacerdote, pieno di cuore per noi ragazzi, e che di tanto in tanto veniva a sentire come andassero le cose nostre, ed a spiegare il Catechismo. Lascio pensare a voi che mortificazione a dovermi far vedere là cosi in disparte! Ed aspettava ogni tratto che mi venisse a dare una lavata di capo solenne. Ma esso invece guardò i libri de’ compagni, interrogò alcuni, si fece dire dal signor maestro quali fossero i più bravi e li lodò; chiese quali fossero inquieti, ed amorevolmente li rimproverò. Quanto avrei dato io per essere almeno tra questi! ma signori no. Di me non si fece parola come fossi stato il piuolo della tavola.

Vi dico la verità, che quando vidi il signor curato andarsene così, mi sentii scoppiare il cuore, diedi fuori in un pianto dirotto, corsi ai signor maestro, lo pregai a perdonarmi, che non ci tornerei più, e tante altre promesse, che m’erano interrotte dal singhiozzo. Il maestro m’accarezzò, mi acquietò, volle che inginocchiato e colle mie manine giunte domandassi perdono, non già a lui, ma alla Madonna, che è la madre di tutti, e particolarmente de’ ragazzini, e che a’ miei camerati promettessi, da piccolo galantuomo, che non ci tornerei più, più.

Cosi finì la cosa. Fuori non se ne intese niente, od almeno io non me ne accorsi, ed in avvenire fui tutto impegno di scancellare quella vergogna col portarmi da bene; e mi guardai dal non mancare alla promessa, perché gli sentiva ripetere tante volte che le persone più mal vedute e al Signore e agli uomini sono i bugiardi e quelli che rapportano.

Botte io non l’ho mai veduto a darne. E come mai, se non voleva neppure che si facesse il più piccolo torto alle bestie? Quando veniva a sapere che alcuno avesse maltrattato un cane, o punzecchiato un vitello mentre lo conducevano alla beccheria, lo rimproverava seriamente. Se aveste sentito un giorno quel che disse ad uno scolaro, perché era andato a levare una nidiata di merli! Dipinse il dolore che n’avrebbe avuto la loro madre, in maniera che a più d’uno vennero le lacrime agli occhi. E soggiunse che, non avendo ancora noi il mezzo di recar giovamento ai nostri simili, almeno dobbiamo farlo colle povere bestie,che sono anch’esse creature di Dio, sebbene non dotate di ragione, che sono capaci di sentir dolore; e che incrudelendo con quelle, si forma un cuore duro, che poi non si fa rincrescere di nuocere anche al suo pròssimo.

Voglio contarvi anche questa, che un giorno, nell’ora che uscivamo di scuola, scontrammo un somarello, che quieto seguitava la sua strada verso il molino. Noi, ragazzetti, che non sapevamo quel che ci facessimo, cominciammo a gridare: «Oh l’asino, l’asino!»; poi gli fummo addosso, e chi col calamaio, chi colla cinghia dei libri, alcuni fin co’ bastoni, lo martirammo. Al domani vi so dir io che predica! e tutto quel giorno e il seguente il signor maestro stette sempre serio, e per più d’una settimana ci fece star tutti in castigo.

Ma il castigo indovinate mo qual era? Era il non raccontarci più nessuna novelletta. Perché avete a sapere che egli di spesso ci faceva de’ brevi racconti, adattati alla nostra età. E non crediate già che fossero di quelle pastocchie che contano le donne, di paure, di ladri, di streghe; né di quei miracoli inutili e falsi, che sono sul Leggendario. Erano fatterelli semplici, alcuni accaduti a lui stesso, altri sentiti a raccontare, altri che avea letti sui libri; ma tutti che servissero al fine che egli si proponeva sempre, di far di noi tanti galantuomini. Noi stavamo colla bocca aperta a sentirlo: ci piaceva tanto! ed egli dopo terminato il racconto, ne domandava: «Questo vi par da imitare? questo vi par da fuggire?» Altre volte sospendeva la narrazione per chiederci: «E voi che cosa avreste fatto in questo caso?» ovveramente: «Vi pare che costui abbia fatto bene ?» E noi ci pensavamo un poco, poi dicevamo sì, o no ; ed egli allora ci dimostrava se avevamo ragione o torto.

Questi racconti poi voleva che noi glieli ripetessimo, e così capiva se eravamo stati attenti. Io che, dopo quello scappuccio, aveva messo giudizio, vi stava attentissimo, e godeva di ripeterglieli come meglio sapeva; molte volte ancora poteva ridirgli al lunedì quello che il signor curato aveva alla festa detto in pulpito. Allora il maestro premiava me e gli altri migliori coll’incaricarci di istruire nel nostro panco quelli che ne sapevano meno. Che gusto prendevamo noi a spiegar loro le cose che non avevano capite! A loro pareva d’intenderle meglio sentendole dire alla nostra fanciullesca maniera, e facendocele ripetere finché fossero loro ben penetrate; a noi era una singolare compiacenza il poter renderci utili ai nostri compagni, ed il mostrare poi al signor maestro il frutto che ne avevamo ritratto.
Quando poi tornava il signor curato, in presenza sua ci faceva il maestro ripetere alcuna di quelle storielle. Ed il signor curato ci regalava qualche immagine, che, sapendo d’essercela meritata, ci pareva un tesoro. Anche ora io conservo alcuna di quelle immagini con “venerazione, e quando, nel rivoltar i miei libri, ve le ritrovo, parmi ancora di ritornare a que’ begli anni della fanciullezza.

A casa poi aveva il mio avo, venerabile vecchio, che conducendomi a spasso con sé, o mentre sedevamo a tavola, intorno al fuoco, mi domandava ogni giorno quel che avessi imparato: onde io non vedeva l’ora che il signor maestro contasse qualche storiella per poterla ripetere a lui. Ed esso mi dava ora una mela, ora un dolce, talvolta qualche soldo, ma più della mela, del dolce e dei soldi mi piaceva il sentirmi a dire: «Bravo»; e: «Se farai così anche tu, diventerai un galantuomo».

Sono poi venuto grande, e grazie al Signore, mi sono conservato galantuomo. Del che io mi professo molto obbligato a quel mio maestro, che sin da fanciullino m’aveva insegnato l’amor di Dio e del prossimo, ed a far agli altri quello che vorrei fatto a me. I ragazzi (lo diceva egli di frequente) sono come un panno bianco, che riceve qualunque colore gli si dà; ma quando sia stato tinto una volta, ben difficilmente lascia il suo colore. Dunque importa moltissimo che la prima tinta sia buona. Ora capisco quanto aveva ragione, perché, anche adesso, quando ho da fare alcuna cosa, mi ricordo de’ consigli ch’esso mi dava fin d’allora, e che non parevano fatti se non per regolare i picciolissimi accidenti della puerizia. E mi pare sino qualche volta che già prevedesse quanto m’aveva ad accadere.

Questi racconti pertanto voglio procurare di ricordarmeli, e scriverli con quel modo semplice ch’egli soleva narrarli, per farne un regalo a voi, miei cari fanciulletti, sicché possano servire a farvi diventare galantuomini. Vi replico che anch’esso queste storielle le aveva tolte di qua e di là; in altri libri ve ne saranno sicuramente di più belle, ma queste a me sono care, perché vi ho attaccate le memorie di mia fanciullezza, e quelle d’un maestro, che mai non dimenticherò, e del quale non mi dimentico mai nelle mie povere preghiere. Se anche a voi, fanciulli miei cari, non dispiaceranno, se potranno servire a conservarvi savii, a migliorarvi, vogliatene molto bene al mio buon maestro elementare, ed un po’ anche a me, che ve le ho raccontate.

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