Archivio per il mese 04-2009

Muhammad al-Khalidi, Visioni e Ascese

(26-04-2009 - Massimo Sannelli in news. 0 commenti)

La fionda del testo scritto bene colpisce nel tempo, anche dopo la morte di chi la tenne in mano: ma nessuno pensa alla vera felicità del vero lettore, prima e dopo. La felicità sembra l’Assente o l’Impossibile: gli altri si baciavano solo sulla bocca, ma io Ti mangiavo ogni mattina, e allora perché ero così triste? – Parole di David Maria Turoldo, prete, in poesia. La felicità sembra o un termine difficile («travagliata, e insieme pura felicità»: Ortese, Corpo celeste) o un calembour amaro (Vivier e Sermeus uccidono «senza alcuna / ragione», «lungo il viale della Felicità», nella falsa prosa di Quasimodo; oppure le arguzie di Dario Fo in Mistero Buffo, su Paolo VI che parla di felicità e non sorride). In questa assenza, la felicità si riduce ad una metafora ineffabile: «[…] ho trascorso interi pomeriggi a discutere un andare a capo, come se dalla riuscita di quella poesia dipendesse il destino del mondo. Ancora di più: dipendesse la felicità di chi in quel momento passava per strada, ci sfiorava sui marciapiedi. Folle e preciso intreccio di esistenze. Era il tribunale delle parole» (Milo De Angelis, «Italian Poetry Review», 2 [2007], p. 475). Qui la felicità è nominata, per una volta: ma è la felicità di un altro, sconosciuto, sul suo marciapiedi che non è la mia casa; ma la spia del disagio è in un come se che uccide la realtà. Allora non è veramente così, per De Angelis: in fondo il «tribunale delle parole» non ha niente a che vedere con la felicità del passante, e ancora meno con quella di chi scrive: il tribunale è un luogo nevrotico, non lo spazio in cui «gli Angeli facevano festa». Continua »

Bicincentivi

(26-04-2009 - Massimo Boccuzzi in news. 0 commenti)

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sugli incentivi. L’ultimo in ordine cronologico riguarda le biciclette: le agenzie di stampa parlano di quasi nove milioni di euro entro il 2009 per sconti a chi acquisterà una bicicletta elettrica o anche tradizionale di valore inferiore a 700 euro. Si sostengono così le imprese che producono i mezzi di locomozione e la lotta all’inquinamento. Mi vengono due dubbi: che sia in atto una doppia discriminazione verso il calzaturiero e verso i pedoni; e che i produttori di pattini a rotelle, skateboard e monopattini si troveranno prestissimo in una situazione di concorrenza sleale. La questione è più seria di quel che appare. Il rischio è che vi sia una sorta di lobby della bici che cerca di appropriarsi di una valenza ecologica assoluta e proprio per questo discutibile. E’ vero che andare in bici non produce fumi, ma produzione e smaltimento di batterie elettriche, vernici, olii, solventi e gomme, non sono certo a impatto zero. Inoltre, con l’incentivo all’acquisto del nuovo la spinta a disfarsi del vecchio è un ulteriore allarme, perché porta a un improvviso e improvvisato ciclo di produzione di rifiuti che senza incentivi potrebbe essere evitato. Dopotutto chi è che non può comprarsi una bicicletta, magari anche usatissima, senza dar fondo alle casse dello Stato. Se proprio vogliamo buttar via dei soldi pubblici diamo piuttosto un incentivo a chi rimette a posto la vecchia bicicletta e si impegna a non comprarne un’altra finché non si disintegra da sola. Premiamo inoltre chi decide di inquinare meno anche viaggiando a piedi, o spingendosi l’un l’altro con una carriola di legno. E diamo contributi analoghi ai produttori di scarpe e ai calzolai che le risuolano. Perché alimentare solo il business delle biciclette? Tanto più che di danni ne sono già stati fatti molti, a cominciare dagli investimenti pubblici milionari per spargere quintali di vernice sulle strade per improbabili piste ciclabili che penalizzano ulteriormente il povero pedone. Mentre ancora niente si è avuto il coraggio di fare per diminuire l’uso delle automobili, anch’esso incoraggiato con mille incentivi. Il culmine della beffa sarà poi vedere le biciclette acquistate col contributo di Stato circolare per la strada sui portapacchi dei Suv o appiccicate dietro ai camper nerosbuffanti.

Dàgli alle paperelle

(20-04-2009 - Massimo Boccuzzi in news. 0 commenti)

Confesso: se l’avessi sentita dire questa storia del sequestro a Firenze delle paperelle erotiche vibranti m’avrebbe divertito. La notizia ha fatto presto a diffondersi anche sui media nazionali, segno che anche i cervelli meno svegli reagiscono al volo a certe sollecitazioni. Come si permette un assessore di ficcare il naso nei piaceri erotici della gente? E giù tutti col manuale delle libertà in mano a cercar di capire come difendere il sacrosanto diritto d’usare l’attrezzo del piacere. Io, quel giorno, ero assieme all’assessore Graziano Cioni. Testimone oculare della paperella. Che non era da sola, ma in mezzo a una quantità di suoi parenti che pur appartenendo alla stessa famiglia non hanno didascalia nei manuali tradizionali di birdwatching e che, nella notizia, non sono stati nominati. C’è poi un altro piccolo dettaglio poco o per niente considerato: che questi simpatici aggeggi erano esposti alla visione (forse anche all’acquisto?) di chiunque, in un grande magazzino. Superando così quel limite, sempre più teorico, tra esposizione e esibizione delle merci. La differenza è sottile, ma sostanziale: dove c’è esibizione c’è anche invadenza. Una cosa decisamente di cattivo gusto. Ed è forse con questa consapevolezza che certe funzioni si travestono da buffe paperelle. Per poter esibire cose che dovrebbero essere accessibili sì liberamente, ma non a tutti: solo a chi le cerca. C’è il rossetto vibrante, il mascara allungabile a dismisura, il fallo comune in prezioso cristallo, il frullatore a immersione però senza lame, il lubrificante che se non si chiamasse kamasutra lo scambieresti per gel da capelli. E c’è poi il pretesto dell’arte: il vibratore scultura, che fa più cultura d’avanguardia. Non manca l’ipocrisia furba di chi sa che questi oggetti, ingentiliti e ben esposti, possono allargare “anche” le vendite. Sono convinto che i tanti sostenitori della libera esposizione di paperelle e affini si sentirebbero offesi o imbarazzati a vedersene offrire una in omaggio. Eppure in base a questa logica esibizionistica del commercio, dovrebbero andarne fieri. Lo scalpore che ha creato la notizia è quindi contraddittorio. Si combattono battaglie per togliere il Crocifisso da scuole e ospedali perché lo consideriamo invadente del pensiero altrui e poi ci ergiamo a difesa dell’esposizione del fallo artificiale.

Lamentarsi della televisione

(14-04-2009 - Massimo Boccuzzi in news. 0 commenti)

Lamentarsi della televisione è diventato il luogo più comune tra i telespettatori. Gli aggettivi si sprecano: tv vergognosa, tv spazzatura, tv sciacalla (dell’audience post sciagura), tv generalista e tv buonista o criminale. Un lamento trasversale che accomuna gerarchie, politici e intellettuali, artisti e filosofi, laici, cattolici, integralisti di qualsiasi cosa. Eppure nessun media di massa rispecchia la società quanto sa fare la televisione. Non parlo di quelle trasmissioni dagli ascolti milionari che conoscono tutti. Milioni di persone che guardano Bruno Vespa che disseppellisce l’orsacchiotto di peluche dalle macerie del terremoto hanno una loro giustificazione intrinseca, poiché la televisione è accesa, la tragedia da sempre fonte di curiosità e quello passa il convento dell’informazione. Più o meno la stessa cosa accade con il Savoia fenomeno di ballo televisivo o con il candidato sindaco campione di telequiz o opinionista sportivo. E’ una questione di tempi: una volta la televisione serviva a far arrivare la lingua italiana anche a chi parlava e sentiva parlare solo il dialetto, e ora trova una sua utilità nel far capire che anche un principe d’ex casa reale può essere un bischero qualsiasi a chi un principe non l’ha mai visto e se n’è fatta magari un’idea sbagliata in una democrazia matura. La tv delle grandi audience come specchio della società è un bluff fuorviante rispetto al potere riflettente della televisione locale. Ieri a casa di amici ho fatto zapping: presentatori vestiti senza preoccupazione per il gusto, che parlano un miscuglio tra un dialetto corretto e uno zoppicante italiano; televenditrici deboli nel congiuntivo con unghie french-nail perennemente in primissimo piano; maghi e chiromanti che insegnano a diventar ricchi e impregnati di quella filosofia semplice che risponde a domande primordiali: m’ama o non m’ama? Guardare questo tipo di televisione o scendere in strada in mezzo alla confusione di un mercato è la stessa cosa. E, credetemi, piace di più. Piace moltissimo. Il meccanismo dell’audience dunque non parla chiaro. Rispetto ai sei milioni di italiani che guardano Vespa ce ne sono almeno venti milioni che guardano astrologi, imbonitori e opinionisti da bar sport. Basterebbe cominciare a misurarli non sulla singola trasmissione, ma sul tipo di cosa trasmessa.

Toscana 2.0

(07-04-2009 - Massimo Boccuzzi in news. 0 commenti)

C’è una definizione nuova che non significa nulla, si chiama due-punto-zero. Quando non si sa che dire di un argomento, ad esempio il turismo, basta dire che ormai si va verso il turismo 2.0 per uscirne con la coscienza pulita. Il turismo non è un esempio a caso. In queste ultime settimane ci sono state due notizie importanti. La prima è che la Regione ha stanziato un bel po’ di milioni di euro per sostenere il turismo; la seconda è che i musei cittadini registrano un impressionante calo di visitatori. In entrambi i casi si è invocato il turismo 2.0. Lo spot milionario, non guardando la televisione, l’ho visto su youtube. Se quella è la Toscana 2.0 cerco di raccontarla in sintesi: ci sono i cipressi, le colline in fiore, l’acqua calda delle terme, la chiesa scoperchiata di San Galgano e un bar che sembra di Montecatini con un cameriere che trasporta una bibita sul vassoio. Poi ci sono personaggi femminili avvolti tra mille veli e parrucche che schiacciano una ciocca d’uva col piede, tracannano bicchieri di vino, danzano in improbabili pic nic del fashion, hanno il neo finto come le dive ai tempi del duce, infilano la testa in una gabbia rococò e (forse ubriache) assistono all’apparizione del cavallo alato toscano: la versione 2.0 dell’unicorno, il meno conosciuto Pegaso. Le immagini sono di rara bellezza e proprio per questo false e improbabili: nessun dozzinale condominio, niente città strabordanti di ineleganza, niente su quelle terribili zone industriali prefabbricate in cubi grigi sorte un po’ dappertutto, niente città con le vetrine ormai uguali ovunque piene di griffe Parigi, Tokio, New York, e soprattutto niente pittura, scultura, artigianato. Niente musei. Con buona evidenza, dunque, i creatori dello spot sapevano già che il turista 2.0 non appartiene alla specie che perde tempo ad ammirare Michelangelo o il Beato Angelico. Il turista 2.0 verrà in Toscana a veder le belle donne in parrucca che tracannano il vino e poi vedono il Pegaso, poco importa se poi su via Calzaiuoli gli serviranno pizzette alla blatta e Coca-Cola. Peccato. Spot e investimenti milionari potevano prevedere qualche secondo per raccontare un turista intelligente che affronta un viaggio di migliaia di chilometri e rischia di morire di epatite per riuscire a vedere da vicino un Pontormo. Ma questo è 2,1.