Archivio per il mese 02-2009

Italiani al burro

(24-02-2009 - Massimo Boccuzzi in news. 0 commenti)

No al burro francese, sì a quello italiano. Succede alla buvette (un termine più italiano del burro) della Camera dei Deputati, ed è un trionfo per quell’italianità che piace a tutti gli italiani: quella a senso unico. Decine le dichiarazioni ufficiali fatte con entusiasmo, a cominciare da quelle del Ministro dell’Agricoltura. E poco importa se cotanto successo parrebbe dipendere più dai francesi che – tra scarsi consumi, difficoltà di consegna e imprecisione nei pagamenti – al contrario di noi si sono stancati di servire gli appetiti dei nostri onorevoli. Il Ministro è uno di quelli abituati per mestiere a far vedere il bicchiere mezzo pieno, anche dopo essersi bevuto la metà che già c’era. Infatti, nel norditalia degli allevamenti bovini, appena ricevuta la notizia i produttori di burro italiano hanno fatto una festa in una discoteca a Lodi, e sembra che ci fossero più di quindici persone. Quelli che mancavano devono aver pensato: oh caspita, siamo un paese esportatore, la nostra ricchezza è l’italian way of life, e se facessero così in tutto il mondo dove esportiamo? La regina d’Inghilterra potrebbe ad esempio smettere di mangiare il Parmigiano Reggiano e la Camera dei Lord farla finita con le olive pugliesi, il Presidente degli Stati Uniti d’America (che uh quanto ci piace) potrebbe far cancellare il Chianti Classico dai menu della Casa Bianca, il Cremlino bandire la mozzarella di bufala campana, e via di questo passo. Ma questo non deve preoccupare, da tempo lo stesso Ministro si batte per un innalzamento delle quote latte, e dunque il burro – dal burro e zucchero sul pane a quello della cinematografia d’oltralpe – non ci mancherà mai. Sarà il rilancio dei butteri del parco dell’Uccellina. Le stesse quindici persone che stanno ancora ballando nella discoteca a Lodi pensano positivo. Una retorica comune li ha abituati a credere che in Italia non manca proprio nulla: ottimo cibo, vino eccellente, acqua oligominerale, creatività, intelligenza, arte, moda, cultura. Possiamo farcela da soli. Non hanno capito che chiudendo le importazioni non avremmo nemmeno di che apparecchiare la tavola per tutti, un po’ come succede da sempre in vaste zone dell’Africa. Delle nostre produzioni dop, prendi a esempio quella del fagiolo zolfino, ce ne toccherebbe mezzo al mese a testa. Però potremmo sempre spalmarlo di burro.

Barboncini e CO2

(16-02-2009 - Massimo Boccuzzi in news. 0 commenti)

A Londra è già scandalo. Il leader dei Coldpaly, Chris Martin, promotore di grandi campagne ecologiste, conduce una vita ad altissimo impatto ambientale. Solo la sua casa, il classico villone gioiello da pop star, disperde in calore migliaia di chilowattora all’anno. Ma, rispetto al pianeta, un piccolo scandalo è in ognuno di noi. Già, perché a donare un euro per piantare un fico d’india in India son bravi tutti, ma poi rinunciare a qualche troppo impattante abitudine quotidiana è difficilissimo. E’ così che emerge un rapporto con l’ambiente a dir poco contraddittorio. La nostra giornata media è ad altissimo impatto ambientale. Partiamo dalle necessità primarie: il cibo. Quasi niente di quello che mangiamo è prodotto nelle vicinanze. La carne è argentina, frutta e verdura arrivano in aereo, persino l’acqua minerale arriva col camion da centinaia di chilometri di distanza. C’è poi l’abbigliamento, il quale è ormai quasi tutto prodotto in Cina e trasportato (via mare, aereo e camion) fin nel negozio sotto casa. Ci sono le tecnologie: telefonini (due o tre per ognuno), giga e nanotecnologie varie in sovrabbondanza. Un consumo d’elettricità senza pari: città, palazzi e negozi illuminati ventiquattrore al giorno giusto per non sciuparne l’estetica. C’è tutto il settore degli spostamenti, dove eurozero o euroquattro, si fa gran produzione di velocità e cilindrate. Al solo pensarci vien voglia di porre subito un rimedio, di ripulire il mondo il più possibile. Ed ecco allora l’abuso di detersivi: una casa media in Italia ne consuma quanto tutto il Malawi. Oppure il fatidico (ri)ciclo dei rifiuti: che impiega migliaia e migliaia di camion, termovalorizzatori, compostaggi e selezioni da far accapponare la pelle. A questo punto c’è chi dirà: è proprio vero, meglio gli animali che l’uomo. Ma non è vero affatto. I nostri animali non sono meno inquinanti. E non solo negli allevamenti intensivi che servono per la nostra sovralimentazione, ma anche nel piccolo e scodinzolante cucciolo che c’intenerisce per la strada. Alle nostre latitudini un barboncino di media taglia ha lo stesso impatto di un piccolo aeroplano da turismo. Non ci credete? Trasformate in CO2 la fila di scatolette, biscotti, sonaglini, cappottini, sacchettini raccogliescrementi, giocattoli, cuccia, medicine e viaggi in auto per fargli sgranchire le gambe e poi ne riparliamo.

La maledizione del cellulare

(09-02-2009 - Massimo Boccuzzi in news. 0 commenti)

Non so se capita anche a te, di aver bisogno di quella quiete ideale che immagini in ogni dettaglio, ma non sta in nessun luogo. La quiete che, nel momento stesso in cui la cerchi, ti fa salire l’ansia e una gran voglia di scappare. E non puoi, perché la voce interiore, all’improvviso autoritaria, ti dice: che scemo, scappare, ma scappare dove?
Ripassi a memoria luoghi, persone, profumi, colori, geologie dei suòli, ma non sapresti dire un posto al mondo che veramente ti consóli.
A questo scopo ho comprato una scatola di cartone ondulato bella grande. Una di quelle da grandi spedizioni, o da spedizioni grandi, se hai poca fantasia. Fuori c’è scritto alto, basso, fragile, maneggiare con cura. Dentro lo spazio sufficiente per starci comodo quel che basta, senza forzare il corpo. Ho tagliato, sui lati, due piccole fessure per far entrare l’aria. Poi, seduto sul morbido tappeto in mezzo al salotto, me la sono posta addosso nascondendomi completamente da tutte le viste, anche dalla mia.
Dentro la scatola c’era l’odorino buono del cartone nuovo, e la debole luce che entrava dalle fessure disegnava sulle pareti ombre antiche e amiche. Come quelle multivisioni d’arte che non fai in tempo a rimanere perplesso e già hanno vinto qualche sconosciuto e internazionale premio. Dentro la scatola i rumori erano tutti in lontananza, ed è spettacolare constatare i piccoli rumori finalmente in primo piano con il caos del mondo appena in sottofondo. Dentro la scatola il respiro diventa quasi una musica e dopo un po’ prende quella consistenza calda e umida che solletica il piacere. Più del respiro non consiglierei, per via dell’odore. Dentro la scatola potresti rimanerci dieci minuti o anche un giorno intero, e hai sempre quella sensazione di mamma, di pancia, di acque che ancora non si sono rotte mentre tutto il resto sì.
Dentro la scatola, nell’angusto spazio, ti ci puoi sentire come in un castello e, se qualcuno ti vedesse o solo sospettasse, potresti aspettarci comodamente l’ambulanza per il manicomio. Ma puoi permettertelo, per una volta, perché dentro la scatola non fa più nessuna differenza chi o come sei, essere savio o matto, servo o re. Nella scatola scopri finalmente che il tuo mondo, e forse anche quello degli altri, potrebbe rinunciare per sempre agli abusati aggettivi. Unico errore, porca miseria, è lasciare acceso il cellulare.

Buona educazione

(03-02-2009 - Massimo Boccuzzi in news. 0 commenti)

Son tempi, questi, in cui la buona educazione fa un po’ difetto a tutti. Soprattutto in quel settore, molto delicato, che è il comportamento dell’uomo con le gentili signore e signorine. Il ripasso d’un vecchio decalogo, allora, non può farci che bene.
(1) Per fare all’amore l’uomo ha bisogno di un posto, la donna di un motivo. Se sei già in un posto dalle un motivo e se non ce l’hai inventatelo.
(2) Quando si prende l’auto, o il taxi, l’uomo apre la portiera, si accerta che la donna sia entrata tutta e poi la chiude con un sorrisino idiota. Solo a questo punto entra anche lui.
(3) Quando si prende il treno o l’autobus, l’uomo s’alza in piedi e lascia il posto sia alle giovani e leggiadre, sia alle vecchie e laide.
(4) Quando una donna entra in una stanza l’uomo si alza in piedi. Quando una donna esce dalla stanza l’uomo si alza in piedi. Tante volte entra ed esce, tante volte l’uomo s’alza in piedi, ammenoché la donna non sia quella di servizio, che perderebbe troppo tempo a chiedersi il perché.
(5) Quando si entra nei locali pubblici l’uomo entra per primo, ma non sparato a razzo. Egli si ferma appena varcata la soglia e lascia entrare lei. Quando poi ci si siede, l’uomo si accerta che si accomodi prima lei, sulla sedia che preferisce, e dopo – se Dio vuole – tocca anche a lui. Quando si mangia, infine, l’uomo non deve mai dire buon appetito e, secondo la donna, distraendola ad arte, sperare che anche lei se ne dimentichi.
(6) Quando la donna parla, l’uomo tace, e nel tacer si compiace, guardandola con occhio umido e vivo finché lei non si tace. Se nel lungo, a volte lunghissimo, ascoltar l’uomo non si compiace, l’unico rimedio è diventare audace.
(7) Quando la donna, anche trasformata in moglie di antica data, cerca uno sguardo, bisogna farglielo trovare- Lo stesso si fa con la mano, la spalla e altre parti del corpo.
(8) Quando l’uomo, in pubblico o in privato, accompagna una donna il mondo, come per magia, diventa fatto tutto di maschi. E se lei per metterti alla prova avesse a dire: hai visto quella? La risposta è sempre: no, perché?
(9) Quando la donna si vuole divertire, l’uomo la fa divertire. Quando la donna non si vuol divertire, l’uomo la fa divertire ancora di più.
(10) Le donne, dicevano gli antichi saggi, son come i soldi. Se non te ne occupi continuamente vanno a finire nelle mani di qualcun altro.