Scarpe senza mittente

(07-12-2008 - Massimo Boccuzzi in news.)

Togliersi una scarpa e lanciarla in faccia a qualcuno è diventato, da ieri, un gesto dei nostri tempi. Anzitutto per la sua portata mediatica: oggi fa più notizia quella scarpa che la guerra, anzi le guerre, che ancora a decine imperversano sul pianeta. Poi per il “mittente”, uno di cui è stato a malapena detto il nome, perché giornalisticamente parlando la scarpa era assai più importante di lui. Gli addetti al marketing mondiale già stanno studiando il fenomeno, e non è escluso che tra pochi giorni sfogliando i rotocalchi, troveremo la pubblicità di una scarpa talmente elegante e robusta da poter essere scagliata anche contro un potente. L’amara verità è che oggi anche le rivoluzioni e le proteste si affidano alla merceologia. Senza gli oggetti che possiede l’uomo non sembra più avere un significato preciso, né un’identità. E’ probabile, poi, che verrà studiato un nuovo regolamento in base al quale prima di essere ammessi ad una conferenza stampa i giornalisti dovranno togliersi le scarpe, come per entrare alla moschea. Ma ci sono altri significati da prendere in considerazione. Primo fra tutti il fatto che un giornalista di un paese povero si sia potuto privare di una scarpa (le agenzie internazionali non parlano di una restituzione) per far capire al mondo il proprio disprezzo personale per un Capo di Stato. Il mondo è evidentemente cambiato. Una volta per una cosa del genere c’era qualcuno che si dava fuoco o che tentava di sparare un colpo di pistola. Che quella scarpa lanciata maldestramente in aria sia il segno di tempi in cui nessuno riesce ad essere così arrabbiato da aver voglia di uccidere? Eppure nel mondo si uccide ormai per molto meno che la rabbia. Si uccide per noia, o per divertimento. La gente si ammazza per aver trovato il parcheggio occupato sotto casa. Tirare una scarpa di fronte allo scempio di una guerra così lunga e con una lunghissima scia di morti, francamente fa un po’ ridere. E poniamo pure che quella scarpa avesse raggiunto con più destrezza il suo obiettivo, potremmo parlare oggi di attentato alla vita? Questo non possiamo saperlo e ci rimarrà per sempre la curiosità. Non fosse altro per capire se, nella retorica della geopolitica e nell’orrore realistico della prossima guerra, dovremo affidare il nostro destino a un paio di mutande o a una pochette da signora.

nessun commento

Aggiungi un commento