Lucchetti e gabinetti

(13-10-2008 - Massimo Boccuzzi in news.)

Se – per assurdo – si dovesse individuare un oggetto simbolo per raccontare le cronache di questi giorni, questo sarebbe il lucchetto. Nato qualche migliaio di anni fa, si dice in Cina, per chiudere i forzieri, nessun oggetto al pari del lucchetto è entrato a far parte della psicologia delle persone. Ne subiamo il fascino poco più che bambini, quando l’infanzia ci illumina all’improvviso sui confini tra il nostro e l’altrui, e allora vorremmo metter lucchetti dappertutto: al babbo, alla mamma, al cane e al pesce rosso. Crescendo si comincia a fare un po’ di selezione, ne vorremmo uno solo per le cose più preziose: salvadanaio e playstation. Si entra così nell’età dell’amore, e allora ecco che persino in consiglio comunale si vara il monumento a quella specie di lucchetto che (sic) dovrebbe conservarci l’eterno legame con l’anima gemella. Quasi una moderna e più incruenta cintura di castità, anch’essa chiusa da un lucchetto. Poi c’è la scuola, in tumulto per una riforma fin troppo piena di lucchetti, e la risposta è ancora un lucchetto. Un lucchetto per chiudere i cancelli fiorentini in ben diciotto tra occupazioni, assemblee permanenti e autogestioni. Un lucchetto, infine, anche per chiudere i cordoni delle borse: quelle internazionali, che bruciano miliardi tra speculazione e risparmi, e quelle più prosaiche della spesa, perché siamo in crisi e si vede proprio dal lucchetto. Ogni persona di buon senso (e sufficiente età) sa bene che i lucchetti non servono a nulla. Possono essere scardinati facilmente, non rappresentano affatto una difesa e capita talvolta persino di perderne le chiavi o scordarne la combinazione. Scardinando un semplice lucchetto svaniscono gli amori meno solidi, i ministri ci rubano la scuola (e non solo quella, peraltro) e i soliti ignoti persino la bicicletta. Il lucchetto è il simbolo di una porta blindata sul nulla. Tanto più pericoloso quanto aumenta il senso di appagamento che dà la sua finta sicurezza. Dopo aver messo un lucchetto ai confini, ai mercati, alle scuole, al dialogo, al futuro, alla protesta, alla non protesta, ai sogni, alle ambizioni personali e alle altre mille cose che crediamo nostre o quasi, ho l’impressione che ci troveremo chiusi in uno di quei gabinetti estranei, a sudar freddo. Non fosse altro per la brutta figura del non saper più aprire.

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