Errore critico

(06-10-2008 - Massimo Boccuzzi in news.)

Gli “strilli” fuori dalle edicole nel fine settimana parlavano chiaro: morti per colpa di un bullone. Sicuramente è stato scritto per esigenze di sintesi, ma a me il titolo è sembrato fuori luogo. Irrispettoso nei confronti dei morti e poco azzeccato rispetto all’entità dell’ennesima (e purtroppo non ultima) tragedia sul lavoro. Dar la colpa a un bullone la minimizza, facendola già passare, prima che lo affermi un magistrato, come un evento sfortunato o casuale. Il bullone certo non potrà difendersi, né mai si solleverebbe la protesta di un ipotetico sindacato dei bulloni. Il povero pezzo di ferro rientra nella categoria di oggetti neutri. La loro pericolosità dipende da chi e da come li usa. Insomma, se uno ti spara è sbagliato dar la colpa alla pistola. Il timore è che di queste morti, così come di tante altre avvenute sul lavoro, cominciare a prendersela con i bulloni è l’anticamera per dire che il morto stesso, quando era vivo, progettava il suicidio. Sappiamo invece che non è così, e ce lo dice la lunga scia di sangue e di sciagure mortali legate al lavoro, seconda solo a quella degli incidenti stradali. Dovendo proprio dar la colpa a un oggetto, credo sia più indicato l’orologio, o il portafoglio. Il primo legato ai ritmi del lavoro che, per battere sul tempo la concorrenza e contenere i costi, si sono fatti sempre più da terzomondo; il secondo determinato dalla redditività, che per mantenersi accettabile deve rinunciare alla cosa più nascosta: la sicurezza. Noi tutti contribuiamo a questo malcostume. Lamentandoci, ad esempio, se qualche lavoro di pubblica utilità dura troppo a lungo e con il mito collettivo dello spendere il meno possibile. Un mito collettivo, appunto, fatto di gare al ribasso, di vecchie e nuove condanne ai fannulloni e di tragedie dalla memoria sempre più corta. Come se tempo e soldi fossero le cose più importanti nella vita, almeno finché si è vivi. Grazie alla colpevolezza del bullone si abbassa la guardia del pensiero rispetto alla scoperta che in molti luoghi di lavoro gli operai si dopano (cocaina e similari) per sostenere ritmi frenetici, e la sperimentazione di un chip da impiantare sottopelle all’operaio per guidarne le mosse (e il rendimento) via computer. Si dirà, un giorno, che un tizio che lavorava è morto per colpa della droga o per un errore critico del computer?

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