Archivio per il mese 10-2008

Tagli alla cultura: impariamo dai brasiliani

(27-10-2008 - Massimo Boccuzzi in news. 0 commenti)

Alla luce dei tagli vecchi e nuovi alla cultura, in una nazione che alla fine del mese deve fare i conti soprattutto con la spesa, dovremmo imparare qualcosa dai brasiliani. Oggi, tanto per fare un esempio, a San Paolo del Brasile si è inaugurata la prima mostra d’arte contemporanea… senza opere.
A differenza di quanto succede qui da noi, che se mancano i soldi per fare bene qualcosa, la si fa comunque come viene viene, i brasiliani hanno preferito mettere in esposizione un’enorme sala vuota. La decisione non è di poco conto. Al di là del suo valore di provocazione e di protesta (cosa che interesserà certamente più i brasiliani che noi) la decisione vale a livello mondiale perché entrerà a far parte di una casistica finora sconosciuta. Un po’ come le sentenze della nostra Cassazione, che finiscono col far scuola anche per l’ultimo tra gli aspiranti avvocati. Il gesto di una sala espositiva completamente vuota riassumerà il rifiuto planetario all’abitudine di accontentarsi. Un gesto importante anche al di qua dell’oceano, a casa nostra. In un periodo come questo, dove i ragazzi affollano le piazze per tentare di salvaguardare un’idea comune della scuola e i tagli alla spesa pubblica tentano di tagliare tutto quel che non si mangia e non si può chiudere in cassaforte: musica, teatro, letteratura, arte. E’ proprio per questo che dovremmo imparare dai brasiliani. Perché tra un paio di settimane, o forse prima, ricominceranno le scuole, riapriranno i teatri, si faranno mostre e iniziative culturali varie e non essendoci più i soldi di una volta ci accontenteremo di quel che passa il convento. Perché istituzioni gloriose dovranno, in nome di un risparmio che toglie soldi alla cultura per salvare le banche, lavorare con l’unica arte ormai alla portata di tutte le tasche, quella di arrangiarsi. Fare mostre senza quadri, concerti senza musicisti, biblioteche senza libri e studi senza studiosi è forse l’ultimo modo rimasto per salvaguardare almeno una cosa: la dignità. Opporre al dozzinale sempre in agguato pur di fare vedere che si fanno le cose, un netto e totale rifiuto. Come a dire: se non me lo posso permettere non lo faccio, ma sotto quel livello di qualità mi rifiuto di scendere. Tra i tanti slogan in merito quello più abusato è: la cultura non si svende. Bene, i brasiliani lo hanno appena dimosrato.

Occhiali da buio

(20-10-2008 - Massimo Boccuzzi in news. 0 commenti)

Le temperature miti di questi giorni non sono l’unica cosa che la stagione invernale strappa a quella estiva. Gli occhiali da sole, ad esempio, che ormai sembrano diventati l’accessorio ideale anche nelle giornate di nebbia, e persino la sera, a buio. Io ho fatto la prova. Poche sere fa, a mezzanotte, ho inforcato un paio di griffatissimi occhiali da sole, e non vedevo nulla. Solo un breve bagliore dei fari delle auto. Eppure ho una vista normalissima, indebolita da vicino per via dell’età, ma sulle lunghe distanze tocca gli undici decimi. Che la tendenza agli occhiali da sole sia una sorta di difesa? Non saprei. Il mondo, la città, è piena di cose che sarebbe meglio non vedere: il degrado, la maleducazione, il dilagare della sporcizia e del disordine. Però ci sono anche tantissime cose belle da vedere senza il filtro delle lenti oscurate. In visita agli Uffizi c’era un’allegra famigliola – babbo, mamma e due bambini – che sostava davanti al Tondo Doni tenendo ben saldi sul naso gli occhialoni neri. Ieri sera, fermo a un semaforo per attraversare i viali, è passato un SUV dove non solo il guidatore aveva gli occhiali da sole, ma erano “brunati” persino i vetri della macchina. Che tutte queste persone vedano anche quando è buio? Che a forza di portarli sia in corso una mutazione genetica tipo occhi di gatto? Gli scenziati dovrebbero avvertirci anche di quella e non solo degli sconvolgimenti climatici del pianeta. Ma, tornando alla realtà, la cosa che proprio non mi va giù è che sempre di più siamo costretti a sostenere delle conversazioni con gente che indossa occhiali da sole anche quando il sole non c’è. Non per la semplice questione del bon ton, che imporrebbe di toglierseli, ma proprio perché uno si sente sotto interrogatorio anche nella conversazione più banale. Prova ad esempio a raccontare una barzelletta o a fare un battuta a uno o una cui non riesci a vedere gli occhi. La sensazione è orribile, come cercar di sussurrare qualcosa all’orecchio di un sordo. Infine c’è il problema del look. In realtà chiunque indossi occhiali da sole dopo il tramonto o in condizioni climatiche avverse lo fa perché vuole aggiungere al proprio fascino naturale l’ingrediente tutto estetico del mistero. Ma in questo credo, più che gli occhiali servirebbe un cappuccio. Halloween è vicino e i tempi del ku klux klan sembra che pure.

Lucchetti e gabinetti

(13-10-2008 - Massimo Boccuzzi in news. 0 commenti)

Se – per assurdo – si dovesse individuare un oggetto simbolo per raccontare le cronache di questi giorni, questo sarebbe il lucchetto. Nato qualche migliaio di anni fa, si dice in Cina, per chiudere i forzieri, nessun oggetto al pari del lucchetto è entrato a far parte della psicologia delle persone. Ne subiamo il fascino poco più che bambini, quando l’infanzia ci illumina all’improvviso sui confini tra il nostro e l’altrui, e allora vorremmo metter lucchetti dappertutto: al babbo, alla mamma, al cane e al pesce rosso. Crescendo si comincia a fare un po’ di selezione, ne vorremmo uno solo per le cose più preziose: salvadanaio e playstation. Si entra così nell’età dell’amore, e allora ecco che persino in consiglio comunale si vara il monumento a quella specie di lucchetto che (sic) dovrebbe conservarci l’eterno legame con l’anima gemella. Quasi una moderna e più incruenta cintura di castità, anch’essa chiusa da un lucchetto. Poi c’è la scuola, in tumulto per una riforma fin troppo piena di lucchetti, e la risposta è ancora un lucchetto. Un lucchetto per chiudere i cancelli fiorentini in ben diciotto tra occupazioni, assemblee permanenti e autogestioni. Un lucchetto, infine, anche per chiudere i cordoni delle borse: quelle internazionali, che bruciano miliardi tra speculazione e risparmi, e quelle più prosaiche della spesa, perché siamo in crisi e si vede proprio dal lucchetto. Ogni persona di buon senso (e sufficiente età) sa bene che i lucchetti non servono a nulla. Possono essere scardinati facilmente, non rappresentano affatto una difesa e capita talvolta persino di perderne le chiavi o scordarne la combinazione. Scardinando un semplice lucchetto svaniscono gli amori meno solidi, i ministri ci rubano la scuola (e non solo quella, peraltro) e i soliti ignoti persino la bicicletta. Il lucchetto è il simbolo di una porta blindata sul nulla. Tanto più pericoloso quanto aumenta il senso di appagamento che dà la sua finta sicurezza. Dopo aver messo un lucchetto ai confini, ai mercati, alle scuole, al dialogo, al futuro, alla protesta, alla non protesta, ai sogni, alle ambizioni personali e alle altre mille cose che crediamo nostre o quasi, ho l’impressione che ci troveremo chiusi in uno di quei gabinetti estranei, a sudar freddo. Non fosse altro per la brutta figura del non saper più aprire.

Errore critico

(06-10-2008 - Massimo Boccuzzi in news. 0 commenti)

Gli “strilli” fuori dalle edicole nel fine settimana parlavano chiaro: morti per colpa di un bullone. Sicuramente è stato scritto per esigenze di sintesi, ma a me il titolo è sembrato fuori luogo. Irrispettoso nei confronti dei morti e poco azzeccato rispetto all’entità dell’ennesima (e purtroppo non ultima) tragedia sul lavoro. Dar la colpa a un bullone la minimizza, facendola già passare, prima che lo affermi un magistrato, come un evento sfortunato o casuale. Il bullone certo non potrà difendersi, né mai si solleverebbe la protesta di un ipotetico sindacato dei bulloni. Il povero pezzo di ferro rientra nella categoria di oggetti neutri. La loro pericolosità dipende da chi e da come li usa. Insomma, se uno ti spara è sbagliato dar la colpa alla pistola. Il timore è che di queste morti, così come di tante altre avvenute sul lavoro, cominciare a prendersela con i bulloni è l’anticamera per dire che il morto stesso, quando era vivo, progettava il suicidio. Sappiamo invece che non è così, e ce lo dice la lunga scia di sangue e di sciagure mortali legate al lavoro, seconda solo a quella degli incidenti stradali. Dovendo proprio dar la colpa a un oggetto, credo sia più indicato l’orologio, o il portafoglio. Il primo legato ai ritmi del lavoro che, per battere sul tempo la concorrenza e contenere i costi, si sono fatti sempre più da terzomondo; il secondo determinato dalla redditività, che per mantenersi accettabile deve rinunciare alla cosa più nascosta: la sicurezza. Noi tutti contribuiamo a questo malcostume. Lamentandoci, ad esempio, se qualche lavoro di pubblica utilità dura troppo a lungo e con il mito collettivo dello spendere il meno possibile. Un mito collettivo, appunto, fatto di gare al ribasso, di vecchie e nuove condanne ai fannulloni e di tragedie dalla memoria sempre più corta. Come se tempo e soldi fossero le cose più importanti nella vita, almeno finché si è vivi. Grazie alla colpevolezza del bullone si abbassa la guardia del pensiero rispetto alla scoperta che in molti luoghi di lavoro gli operai si dopano (cocaina e similari) per sostenere ritmi frenetici, e la sperimentazione di un chip da impiantare sottopelle all’operaio per guidarne le mosse (e il rendimento) via computer. Si dirà, un giorno, che un tizio che lavorava è morto per colpa della droga o per un errore critico del computer?