Virus dei centri storici

(29-09-2008 - Massimo Boccuzzi in news.)

Mai sentito parlare del virus dei centri storici? L’epidemia interessa quasi tutte le città, ed è generata dall’aumento della produzione planetaria di “scarti” umani. Il termine è un po’ forte, ma spiega bene la crescita esponenziale di quegli individui che poco a poco diventano inadatti a partecipare ai modelli sociali dominanti. Si può finire tra gli scarti per tanti motivi: perché non c’è reddito sufficiente o perché si invecchia, perché non si sopporta più la confusione o perché non si sa più dove mettere l’auto. Nessuno guarda volentieri a questo fenomeno della società moderna, e i pochi che lo fanno si nascondono dietro al dito della globalizzazione, dell’economia di mercato o peggio dell’insicurezza. Le amministrazioni quasi sempre ignorano l’epidemia, o se ne accorgono quando è troppo tardi e corrono ai ripari con l’ultima invenzione di stagione: l’ordinanza antidegrado. Intanto i centri storici si ammalano sempre più: chiudono i piccoli commercianti, spariscono gli artigiani, vanno via le famiglie. Al loro posto arrivano le grandi catene commerciali globalizzate, le imprese ad alta mortalità (che tentano in centro un modo per far soldi e quasi mai vi riescono) e poi quel numeroso esercito di residenti precari costituito da studenti fuori sede, extracomunitari, turisti. Su questa epidemia si sistemano un po’ tutti: anche le topaie si affittano a prezzi da capogiro (poco importa se vivono in trenta in un sottotetto o in una cantina sotto il piano di strada) e i locali commerciali si riempiono di kebab, internet point, call center, chincaglieria “made in china” e locali dalla sbronza garantita e dallo schiamazzo impunito. L’unico vaccino starebbe nella politica: proibire la speculazione, calmierare i prezzi, redigere una più oculata urbanistica del commercio. E poi spostare i milioni di euro spesi per aiutare le giovani famiglie a comprar casa e i giovani artisti e i giovani artigiani, dalle periferie al centro storico. I soldi già vengono spesi, basterebbe solo cambiare il come perché le città tornino a riempirsi di salute. Togliere dai centri storici l’instabilità e la provvisorietà: ecco il vaccino. Un vaccino di cui in questi giorni si parla a Roma, al World Social Summit sulle “paure planetarie”.  Un evento con i soliti studiosi di fama internazionale. Fra loro nemmeno un sindaco.

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