Di canoni, vitalità e vita

(28-06-2007 - Massimo Sannelli in news.)

Il mondo ha più paura del futuro che della morte. L’inevitabilità del futuro – che è durata – angoscia più dell’inevitabilità della morte, che è una sospensione. La mania del canone, che ha preso ora le lettere italiane, e la discussione su internet&poesia sono la prova di un timore: che fine faremo? se continuo a pubblicare sulla carta, resisterò al naufragio? se nella Rete, resisterò? ci sarò, non ci sarò? L’angoscia deriva da domande che sono già obsolete, le cui risposte sono inutili. Internet è un colpo mortale alle consuetudini della poesia italiana: nella Rete non ci sono né Agamben né Mengaldo, né maestri che non siano altro che carismatici (e non potentati), e nemmeno i giovani critici come Zublena e Cortellessa, che appartengono al mondo della carta. Voglio dire che il mondo della poesia italiana non è democratico, ma aristocratico e curiale, per statuto ab origine, e ha bisogno di tutori e creatori del canone. Ma internet non può garantire verticalità e gloria; è uno strumento di moltiplicazione e conoscenza orizzontale – soprattutto nei diversi Sud del mondo. Così internet non garantirà canoni, ma grandi spazi di diffusione e di riaggregazione (almeno finché il mondo produrrà l’energia necessaria alla Rete). Solo che ai poeti italiani importa il canone, non il pubblico; il giudizio di Mengaldo, non l’amore dei lettori anonimi; cioè importano fenomeni extraletterari. Non è un caso che i poeti italiani ostentino, nei loro comportamenti privati e in qualche pagina pubblica, un vitalismo osceno, che io trovo sospetto, perché è il parassita della letteratura: è para/letteratura. Un poeta che gode è un poeta? O è un uomo che è anche poeta, ma ora gode? (Chiara Daino stigmatizza a dovere i costumi sessuali degli umanisti, che fanno il «Totodaino». Ma Daino è spietata con questi scommettitori, e forse fa bene; io ne provo pietà, perché so – non posso non sapere – che la loro storia non continua: non continuando, scivoleranno in una disperazione che nessuno potrà curare: perché, dopo aver goduto, vorranno essere anche poeti, e non potranno).

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