Per Rosaria Lo Russo, Crolli

(03-05-2007 - Massimo Sannelli in news.)

Comprare le «cose compulsivamente» serve a «raggiungere / il respiro» che manca alla compratrice, e di cui chi «sperimenta con la vita» ha conosciuto l’assenza («riuscivo a vivere senza mangiare senza bere e senza respirare»: Brevissima autobiografia (con svariati incisi e qualche bando incluso), «Ex libris», 21 [1999], pp. 11-13). E il respiro è la vita, finché c’è vita. Però la compratrice ignorerà doverosamente le telefonate – si isola –, e giocherà con il suo cellulare – annulla la comunicazione con corpi veri, e cercherà il telecomando, che apre la porta della pseudorealtà (nell’Histoire du soldat di Pasolini, il capo della televisione è il diavolo in persona: premonizione di cui tenere conto).

A questo punto le azioni si semplificano, mentre le cose sono tanto «imperturbabili» quanto destinate ad un’avaria che le parifica al cibo o all’umiliazione finale di essere sporcate da «un bastardino / che le penetra da dietro scodinzolando grande copro». Tale è il destino di ciò che abbiamo collezionato, appena decade il sentimento compulsivo e amorevole che le ha raccolte. A ben pensarci, già l’antico suicidio di Luigi Valadier – fornitore di grandiosi soprammobili e stupor mundi per i suoi deser figuràti – profetizza il mancamento, fin dal 1785: e lo profetizza al di là delle ragioni segrete che spingono un uomo di successo – «Argentiere, e Gioielliere rinomato in questa città» – a gettarsi nel Tevere. «Che caso terribile», annota Vincenzo Pacetti.

Le cose che Rosaria Lo Russo vede sono «cose / dismesse», la cui anima è «dimessa»; e le cose sono anche «incriminate», perché l’ossessione compulsiva che le ha comprate e riunite è denunciata dall’esistenza della stessa raccolta. Cioè le cose sono prove di un modo di essere e di agire. Non è un caso che la borghesia, vista alternativamente in «irresistibile ascesa» e in «rapida discesa», entri presto in gioco: e il gioco è serio e collettivo, non limitato alle posture del corpo di uno o di una – come si tende a credere. Solo che il corpo, per donne e uomini, è un fondamento innegabile e necessario, ma non il solo argomento possibile: mentre gli argomenti che ossessionano la maggior/miglior parte di noi sono la Morte, il Tempo e la Realtà. Non a caso l’anagramma di corpo è copro, come appare nella decima poesia dei Crolli: non ciò che è alla base dell’esperienza di uno o una, ma ciò che resta dopo e intorno, e per quanto tempo, e con quale significato, piccolo o nullo. Tale – è l’ultimo Montale, per inciso.

Lo scintillìo goliardico non evita, ma ingloba e traveste, la tragedia: di cui, ovviamente, bisogna anche ridere, almeno con mezza bocca. Vale a dire che i crolli sono il mancamento, con l’ironia sfacciata che ci salva dal «buttarsi a fiume», di ciò che abbiamo accumulato, e che non siamo (e non vogliamo; o forse non ci vuole più). Il vecchio Io ride e si prepara ad una novità che non gli sarà nociva: non con la sapienza forsennata di Zarathustra, ma con l’ironia delicata e linguisticamente perversa di Emily Dickinson (o di Palazzeschi… o dei balli nei film di Pier Paolo…).

(Rosaria Lo Russo, Crolli, Battello Stampatore, Trieste 2006, pp. 14, in 200 copie)

un commento

(Marco Simonelli il 09-05-2007 alle 05:27 am #)

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