Archivio per il mese 03-2007

Massimo Boccuzzi, Arbiter elegantiarum (3)

(20-03-2007 - romanzieri in moda. 0 commenti)

arbiter elegantiarumEsistono ancora le mezze stagioni

Un’unica mazzetta del campionario di un sarto contiene più stili e colori di quanti se ne possono vedere in tutte le vetrine di moda di una città. Come altre miniere inesauribili di creatività, quali la musica e la scrittura, anche l’eleganza sartoriale è un mix di pochi ingredienti semplici, riprodotta in infinite varianti. Per la musica bastano sette note, per la scrittura un mucchietto di consonanti e una manciata di vocali, per la sartoria invece tutto parte da un piccolissimo frammento del pelo di certi animali, dalla bava solidificata di alcuni bachi, dallo stelo di foglie o frutti del mondo vegetale o da un qualche processo chimico che pure deriva in buona sostanza dalla natura.
Così come da ingredienti semplici nascono emozionanti melodie o storie indimenticabili, dalle fibre nasce l’emozione dell’indossarle. Un’emozione che ha infinite varianti che si chiamano lana, seta, cotone, lino, mohair, cammello, alpaca, cashmere… e infiniti accordi che si chiamano cardati, pettinati, rasi, mezzi pettinati, saie e diagonali, operati, double face e velluti.
Proprio come le sinfonie, ognuno di queste varianti ha un suono e una mano. Volerle riconoscere è un po’ come improvvisarsi direttori d’orchestra, ed evocare il particolarissimo “suono” di un campione di tessuto teso bruscamente tra le mani. In ogni caso non sono necessari particolari studi per diventare veri intenditori della parte più interessante di un abito di sartoria: indossarlo!
Tuttavia, conoscere i principali tipi di tessuti può essere utile a quanti, recandosi in sartoria, intendono sfatare una volta per tutte il luogo comune che non esistono più le mezze stagioni.

Beaver:
tessuto di lana cardata o di cotone, col dritto ben rasato e lucido, quasi castorato.

Cammello:
tessuto morbido e brillante ottenuto da lana di cammello. E’ largamente imitato anche in tipi di qualità scadente.

Casentino:
tessuto da cappotti proveniente dal Casentino, è caratteristico per la superficie a piccoli ricciolini (bouclé) ed ha caratteristici colori verde e arancio accesi, ma anche bianco e beige.

Cheviot:
Tessuto diagonale di lana cardata, lievemente garzato tanto da rendere la spina appena visibile. Si ottiene da un speciale varietà di pecore della Scozia.

Douvetine:
tessuto con pelo rasato ad effetto liscio, diagonale e operato. Si distingue per il suo rovescio liscio, non vellutato.

Fantasia:
racchiude tutti i tessuti a disegni o ad effetto irregolare, in varie fibre.

Flanella:
Tessuto dalla superficie uniforme e pelosa e dalla mano morbida e calda. Può essere pettinato o semipettinato, follato e garzato.

Fresco:
Tessuto estivo di lana, con armatura a tela, ruvido e areato. Nella variante mohair è arricchito da una speciale brillantezza caratteristica della lana mohair.

Gabardine:
tessuto pettinato a struttura compatta con armatura diagonale, ottenuto di solito con filati fini.

Gessato:
Particolare disegno del tessuto a righe verticali chiare leggermente sfumate su fondi scuri. Di solito usato su flanelle o tessuti pettinati classici.

Grisaglia:
tessuto pettinato tra i più classici. L’intersezione di fili chiari e scuri gli conferisce l’aspetto di un diagonale. Le infinite varianti di peso lo rendono un tessuto adatto a tutte le stagioni.

Lino:
ottenuto dalla fibra vegetale si presenta con il caratteristico aspetto stropicciato, oggi mitigato dall’impiego di un mix di fibre più “addomesticabili”.

Mohair:
qualità di lana finissima e molto pregiata, ricavata da capre d’angora e dell’Asia Minore. Ha una lucentezza quasi serica e ondulazione molto accentuata.

Occhio di Pernice:
tipo di disegnatura tessile puntinata che ricorda appunto l’occhio della pernice.

Panama:
Tessuto di cotone, lana o altre fibre ottenuto con filati piuttosto grossi, oppure inserendo contemporaneamente più fili di trama tra gruppi di fili d’ordito.

Pettinato:
tessuto ottenuto da fibre di lana lunghe e lisce con una caratteristica lavorazione che lo rende liscio, sottile, omogeneo e resistente. Una variante, il pettinato follato, presenta un pelo non rasato.

Saxony:
Tessuto cardato di mezzo peso, prodotto con fini lane merinos, solitamente con disegno Principe di Galles.

Shetland:
cardato di mezzo peso ad armatura diagonale, morbido al tatto e gonfio, che non si gualcisce e deforma.

Solari:
tipi di gabardine ottenuti con filati a colori contrastanti che producono effetti cangianti molto particolari.

Spigati:
tessuti con diagonale a scaletta che riproducono l’effetto della lisca di pesce

Better Dead by J. M. Barrie

(20-03-2007 - romanzieri in multilingua. 0 commenti)

When Andrew Riach went to London, his intention was to become private secretary to a member of the Cabinet. If time permitted, he proposed writing for the Press.
“It might be better if you and Clarrie understood each other,” the minister said.
It was their last night together. They faced each other in the manse-parlour at Wheens, whose low, peeled ceiling had threatened Mr. Eassie at his desk every time he looked up with his pen in his mouth until his wife died, when he ceased to notice things. The one picture on the walls, an engraving of a boy in velveteen, astride a tree, entitled “Boyhood of Bunyan,” had started life with him…
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«Non sono forse io per te meglio di dieci figli?»

(19-03-2007 - Massimo Sannelli in appunti, poesia. 0 commenti)

 

La privazione volontaria del cibo parifica il cibo all’orrore (Bacon disse che solo un pervertito può ammirare un animale macellato) o indica una mancanza? E’ facile dire che si tratterebbe della mancanza d’«amore»: il fatto è che l’amore ha troppe forme – «tra uomo e donna, tra uomo e uomo, tra donna, fra genitori e figli» –  (Chiara Daino, La Merca, Fara, Rimini 2006) per essere oggetto di una sola mancanza, oggettivata in un solo modo. Perché Anna – di cui «il Signore aveva reso sterile il grembo» (I Sam., 1, 6) – «non voleva prendere cibo» (1, 7)? Qual è il rapporto tra la sua sterilità e la sua anoressia? La risposta è nei sussurri di Èlkana, che «la amava» (1, 5): «Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?» (1, 8).

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Massimo Boccuzzi, Arbiter elegantiarum (2)

(19-03-2007 - romanzieri in moda. 1 commento)

arbiter elegantiarumPiccolo fitness della differenza

Che differenza passa tra un abito di sartoria e una camicia di forza? La consapevolezza nell’indossarli! Vestendo un abito di sartoria è facile sentire alcune libertà fondamentali di movimento, cosa ovviamente impossibile con un capo d’abbigliamento nato per adattarsi alla bisogna di diversi tipi di fisico, di stazza e, ovviamente… di temperamento.
Perdonate il paragone irriverente, ma è un fatto che certi capi prêt a porter, spesso anche blasonatissimi e costosi, rispondano alla stessa esigenza di funzionalità di quest’ultima, anche se con meno bottoni, fibbie e chiusure. Dunque è un fatto che il prestigio di un abito confezionato in serie dipenda moltissimo dallo stilista. Se conoscete uno stilista e volete farlo contento, dategli del sarto. Ma se conoscete un sarto non dategli mai dello stilista, ci rimarrebbe troppo male. Gli stilisti (naturalmente quelli bravi) nobilitano l’abito con una raffinata ricerca stilistica, con notevoli intuizioni nella scelta di colori e tessuti e sempre più spesso anche con un buon taglio. Qualcuno aggiunge la sartorialità come un degno condimento e si concentra magari in un vero occhiello alla manica o, nel più modesto dei casi, ad una impuntura particolare del bavero.
Se il sarto, viste queste premesse, non si è ancora estinto è perché prende questa concorrenza con lo stilista molto sportivamente… infatti basta un po’ di sano movimento di braccia e di gambe per riconoscere immediatamente la superiorità di un abito di sartoria.
Un pantalone su misura vi permetterà movimenti anche estremi con le gambe senza perdere il suo perfetto aplomb, mentre un qualsiasi altro calzone farà in modo che i due gambàli tendano a rimanere appiccicati come due gemelli siamesi storcendosi in modo vistoso ad ogni minima sollecitazione. Allo stesso modo le maniche di una giacca di sartoria vi permetteranno di alzare le braccia, anche solo per stiracchiarvi un po’, lasciando perfettamente al suo posto la parte posteriore della giacca. Un abito che non ha mai visto un sarto, al contrario, tenderà a seguire la sempre troppo abbondante imbottitura delle spalle, trasformandovi in una strana creatura a metà tra un ammiraglio della marina inglese in alta uniforme e il gobbo di Notre Dame.
Se poi non siete tra quelli la cui unica occupazione nella vita è dedicare l’intera giornata ad una perfetta postura ed efficienza del corpo, ma anzi tendete ad avere gli addominali un po’ pigri, le spalle leggermente rilassate e un torace non propriamente da gladiatore, moltiplicate pure i difetti di cui sopra per mille.
Pochi semplici esercizi dunque, che se anche non dimostrano a sufficienza la superiorità di tagli, comodità e cuciture create apposta per il corpo che la natura vi ha regalato e che voi avete pazientemente trasformato a vostra immagine e somiglianza, certamente dovrebbero far riflettere sul perché nessun negozio d’abiti faccia uso di manichini in movimento per rallegrare le vetrine.

Omnes vulnerant, ultima necat

(19-03-2007 - romanzieri in firenze, mostre. 0 commenti)

In occasione della Settimana della Cultura (qui la ricerca degli eventi in tutte le province italiane), l’Istituto e Museo di Storia della Scienza, propone a Firenze un percorso ideale attraverso i luoghi delle meridiane, illustrando con modelli, grafici, proiezioni e oggetti originali, la storia di questi straordinari testimoni del tempo.

Luciano Bianciardi: un video del ‘71

(19-03-2007 - romanzieri in curiosità, bookmark. 0 commenti)

Si tratta dell’ultima apparizione in pubblico di Bianciardi, nel Luglio 1971, quattro mesi prima della sua morte prematura. In un “tram della cultura” affollato di VIP e intellettuali, intervistato da Romano Battaglia, lo scrittore dice poche parole, ma sempre con il suo modo graffiante e ironico…
su Riaprire il fuoco

Massimo Boccuzzi, Arbiter elegantiarum (1)

(18-03-2007 - romanzieri in moda. 0 commenti)

arbiter elegantiarumL’abito di sartoria, l’evoluzione della specie

Sull’evoluzione della specie scienza e religione litigano da millènni, ma su una cosa non vi sono dubbi: l’abito fu creato dall’uomo e precisamente da un sarto. Quanto ci mise? Sette giorni! Non per copiare chi in fatto di creazioni era più bravo di lui, ma perché l’abito (si tratti di una tunica o di una tuta spaziale) è un mondo. E, come tutti i mondi, è capace di evolversi al cambiare della materie prime… il tessuto, lo stile e l’uomo che deve indossarli.
Il primo abito, così come lo concepiamo oggi, deriva dal costume romano-bizantino, un riassunto dei costumi etruschi ed ellenici dove i sarti misero molto del proprio. In ogni caso nell’antica Roma si iniziò a indossare un indumento che dalla vita raggiungeva le caviglie, assieme a un altro, drappeggiato, che dalle spalle raggiungeva la vita. Unico problema è che si dovrà attendere la fine dell’impero perché i romani non coprissero questi primordiali giacca e pantaloni con la classica toga. I colori più in voga erano ovviamente quello naturale della lana e una tinteggiatura porpora, destinata però alle classi più elevate.
Gran sfoggio di colori fu invece il periodo che corre dal ‘300 a tutto il ‘600. L’uomo elegante si sbizzarriva in completini di un bel giallo raggiante, o di turchino e rosso, o viola e verde. Ce lo vedete Dante a rimare sull’inferno in giacca verde acceso rigorosamente lunga fino ai malleoli? E i faziosi e violenti rivoluzionari di mezza Europa tagliare gole, stando attenti a non gualcire le loro mises gialle e turchine? E figuriamoci che quelli eran periodi di grandi poeti e condottieri!
Traghettando verso il Rinascimento, i calzoni dei romani, lasciano il posto alle gambe nude o coperte da attillatissime calze multicolori. Forse, considerando i tempi, questo piccolo sacrificio fu necessario per permettere ai sarti di concentrarsi su primordiali giacche di ogni foggia. È curioso pensare che questo fu il periodo in cui i sarti italiani si comportarono un po’ come i giapponesi di oggi: imitando la moda francese, la elaborarono al punto di riuscire ad esportarla in tutto il mondo, Francia compresa. Il giubbone, il tabarro, la giornea, il saione e la zimarra… assieme ai lucchi e alle guarnacche, furono confezionate in infiniti stili e indossati ovunque si facesse eleganza. Fu grazie a questo predominio italiano, forse, che i sarti spagnoli cominciarono a non dormirci la notte, pensando a una rivalsa. E visto che sulle giacche era già stato praticamente inventato tutto, accorciarono notevolmente il tabarro, dotandolo di risvolti e di un bavero molto ampio, e reinventarono praticamente i pantaloni… fu il primo esordio dell’abito completo così come lo conosciamo oggi e di una guerra di cui i libri di storia non narrano perché non procurò vittime ma solo invidie e travasi di bile: la guerra tra sarti italiani, francesi e spagnoli. Un conflitto senza vinti, né vincitori, che accompagnò gli avvenimenti fino a tutto il Settecento.
Per arrivare al vestire di oggi, però, occorreva una vera e propria rivoluzione: quella francese! Fu dopo la presa della Bastiglia che, man mano che l’abbigliamento e il pensiero si preoccuparono del “popolo” nella sua vita quotidiana: i pantaloni si allungarono fino alle caviglie, e comparvero i gilet, le marsine, i frack e le redingote. Da lì in avanti è storia nota e, tutto sommato costellata da pochissime invenzioni, fatta eccezione per le maniche a raglan, l’automobile, il cinema e i sempre elegantissimi divi di Hollywood.