Carlo Goldoni, La battaglia di Parma

(29-03-2007 - romanzieri in news.)

Carlo Goldoni, la battaglia di parmaArrivai a Parma il 28 giugno, vigilia di San Pietro, del 1733, giorno memorabile per questa città, e andai ad alloggiare all’Osteria del Gallo.
Il mattino, mi sveglia un rumore spaventoso. Mi alzo dal letto, apro la finestra della camera, vedo la piazza piena di gente: chi corre da una parte, chi corre dall’altra, tutti si urtano, piangono, gridano, si disperano. Ci sono donne con i bambini in braccio, altri li trascinano sul selciato. Si vedono uomini carichi di cesti, di panieri, di bauli, di pacchi, vecchi che cadono in terra, malati in camicia, carretti che si rovesciano, cavalli che fuggono: ma cos’è?, mi dico, è la fine del mondo?
Mi butto la finanziera sopra la camicia, scendo di corsa, entro in cucina, chiedo, interrogo, nessuno mi risponde. L’albergatore ammucchia l’argenteria, la moglie, tutta scarmigliata, tiene in mano uno scrigno, e nel grembiule ha dei panni: voglio parlarle, ma lei mi spinge contro la porta ed esce di corsa. Che c’è, insomma? Che c’è? chiedo a tutti quelli che incontro: all’ingresso della scuderia vedo un uomo: lo riconosco, è il mio vetturino; vado da lui: è in grado di soddisfare la mia curiosità.
Ecco signore, mi dice, tutta una città atterrita, e non senza motivo: i tedeschi sono alle porte della città; se entrano il saccheggio è sicuro. Tutti si mettono in salvo dentro le chiese, ognuno pone i suoi beni sotto la protezione di Dio. Ma i soldati, gli dico, in una simile occasione pensate che stiano tanto a riflettere? E poi, i tedeschi, sono tutti cattolici? Mentre stavo parlando con la mia guida, ecco che la scena cambia, ecco grida di gioia, dappertutto si fanno suonare le campane, scoppiare petardi. Tutti escono dalle chiese, riprendono i loro beni, tutti si cercano, si ritrovano, si abbracciano. Qual è stato il motivo di questo cambiamento? Ecco i fatti, per intero.
Una spia, che lavorava contemporaneamente al soldo degli alleati e al soldo dei tedeschi, era stata la notte precedente nell’accampamento degli alleati, nel villaggio di San Pietro, a una lega dalla città, e aveva riferito che un distaccamento di truppe tedesche oveva andare, quel giorno, a procurarsi il foraggio nei dintorni di Parma, con l’intenzione poi di tentare un colpo di mano sulla città.
Il maresciallo di Coigny, che allora comandava l’armata, prende due reggimenti, Picardie e Champagne, e li manda in avanscoperta, ma poiché questo generale non mancava di prudenza e di accortezza, fa arrestare lo spione di cui non si fidava, e fa armare tutto l’accampamento. Il maresciallo di Coigny non si sbagliava; i due reggimenti, arrivati in vista delle mura della città, si trovarono davanti l’armata tedesca composta di quarantamila uomini, al comando del maresciallo di Mercy, con dieci pezzi di artiglieria.
I francesi, che avanzavano lungo la strada maestra, affiancata da ampi fossati, non poterono più ripiegare; avanzarono coraggiosamente, ma furono investiti dall’artiglieria nemica. Questo fu il segnale dell’attacco per il comandante francese. La spia venne immediatamente impiccata, e l’armata si mise in marcia raddoppiando il passo. La strada era stretta: per la cavalleria non era possibile avanzare, ma la fanteria caricò così vigorosamente i nemici, che li costrinse a ripiegare, e fu in quel momento che la paura dei parmigiani si tramutò in gioia.
Allora presero a correre verso i bastioni della città; anch’io vi corsi; non è possibile vedere una battaglia più da vicino. Il funo impediva spesso di distinguere le cose, ma era pur sempre un colpo d’occhio molto singolare, di cui ben poche persone possono vantarsi d’aver goduto.
Il fumo durò continuamente per più di nove ore, senza interruzione, finché la notte separò le due armate: i tedeschi si dispersero sulle montagne di Reggio, e gli alleati restarono padroni del campo.
Il giorno seguente vidi portare a Parma, su una barella, il maresciallo di Mercy, che era rimasto ucciso nell’infuriare della battaglia. Questo generale fu imbalsamato e inviato in Germania, come pure il principe di Wirtemberg, che aveva subìto la stessa sorte.
Uno spettacolo ben più orribile e disgustoso si offrì ai miei occhi, il pomeriggio del giorno seguente. Quello dei morti che erano stati spogliati durante la notte, e si diceva che ammontassero a venticinquemila; erano nudi e ammonticchiati. Si vedevano gambe, braccia, crani e sangue dappertutto. Che carneficina!
I parmigiani temevano che s’infettasse l’aria, vista la difficoltà di seppellire tutti quei corpi massacrati; ma la Repubblica di Venezia, che è pressoché confinante con il territorio di Parma, e che quindi era interessata a salvaguardare la salubrità dell’aria, mandò calce in abbondanza, per far sparire tutti quei cadaveri dalla faccia della terra.
[da: Mémoires, primavera del 1784]

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