«Non sono forse io per te meglio di dieci figli?»

(19-03-2007 - Massimo Sannelli in news.)

 

La privazione volontaria del cibo parifica il cibo all’orrore (Bacon disse che solo un pervertito può ammirare un animale macellato) o indica una mancanza? E’ facile dire che si tratterebbe della mancanza d’«amore»: il fatto è che l’amore ha troppe forme – «tra uomo e donna, tra uomo e uomo, tra donna, fra genitori e figli» –  (Chiara Daino, La Merca, Fara, Rimini 2006) per essere oggetto di una sola mancanza, oggettivata in un solo modo. Perché Anna – di cui «il Signore aveva reso sterile il grembo» (I Sam., 1, 6) – «non voleva prendere cibo» (1, 7)? Qual è il rapporto tra la sua sterilità e la sua anoressia? La risposta è nei sussurri di Èlkana, che «la amava» (1, 5): «Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?» (1, 8).

Il marito non capisce, e la sua iperbole nota più la sterilità della moglie che il proprio amore. In realtà ad Anna non manca l’amore, ma un figlio: nello stesso tempo, le manca l’unica parola buona che Èlkana, un marito e non «dieci figli», dovrebbe dirle. «Egli amava Anna, sebbene il Signore ne avesse reso sterile il grembo» (1, 5). Cioè l’amore di Èlkana è sub conditione e consapevole della sterilità: ricordata con enfasi, davanti a chi piange e non mangia. L’enfasi è l’altra faccia dell’incomprensione, che viene nascosta.

Chiara Daino accusa l’imperfezione e lo straparlare, respinti da sé e additati nel mondo. Quindi il/la paziente (patiens) è perfezionista al massimo, «primeggiando nel lavoro e nello studio» (p. 46), e cura la parola, scrivendo con successo. Anche Mary Caponegro accentua contemporaneamente la cultura e l’anoressia di Clara: la cui mente si apre a forme che la famiglia o nega o considera come un optional, «mai prese abbastanza sul serio da costituire una vera e propria forma di eresia. Come risultato, sì, sono abbastanza certa che esista un nesso causale e allora, per quanto ancora molto giovane, decisi di dedicarmi allo studio delle scienze naturali» (Materia prima, a c. di Daniela Daniele, Leconte, Roma 2004, p. 61). Dunque non ci sarà conciliazione tra il «mangia, mangia!» della madre (dei medici, degli psicologi, della famiglia) e lo «studia, studia» di Materia prima e l’enorme «Non per me. No, grazie» della Merca (p. 123). La madre di Clara, come Èlkana, dice di amare e proteggere la figlia, e in un certo senso è vero, ma la sua parola non ha un bel suono. La retorica a pagamento di una psicologa è ancora meno innocente: «ti voglio bene=voglio il bene per te. […] Lo dico perché ti voglio bene. […] Lo sai che ti voglio bene. […] Sono centoventi euro» (La Merca, pp. 73-75).

E’ evidente che non c’è nulla di naturale, mai, nella liturgia artistica. Per ora, le (nostre) possibilità sono solo due: o l’artista marchiato (d.c.a., depresso, oppresso, ecc.) è l’avanguardia di una specie postuma e postumana – che non mangia, perché non si appaga del/nel mondo – o è il portatore di un handicap le cui forme visibili – anoressia, depressione, senso di colpa, suicidio, ecc. – sono effetti, con valore di segno, e non cause. Il problema della lingua e dei suoi attori sociali assilla e uccide l’oggetto che NOI siamo, mentre la sofferenza ha bisogno di gesti privi di contrappesi sessuali e mondani. Intorno è il contrario: ciò che non è donato o trovato è venduto, e ha prezzo; ma la persona che subisce la merca delle bestie non può essere oggetto di commercio. Non si presta alla vendita. Non si riempie e non si cede; a maggior ragione, è esclusa anche dal Sacro, che sarebbe il suo unico àmbito. La damnatio memoriae è completa. Dunque il patiens non vale nulla, e l’unico perfezionismo del mondo è nel disfarsi presto di chi non lo asseconda.

nessun commento

Aggiungi un commento