Massimo Boccuzzi, Arbiter elegantiarum (1)
(18-03-2007 - romanzieri in moda.)
L’abito di sartoria, l’evoluzione della specie
Sull’evoluzione della specie scienza e religione litigano da millènni, ma su una cosa non vi sono dubbi: l’abito fu creato dall’uomo e precisamente da un sarto. Quanto ci mise? Sette giorni! Non per copiare chi in fatto di creazioni era più bravo di lui, ma perché l’abito (si tratti di una tunica o di una tuta spaziale) è un mondo. E, come tutti i mondi, è capace di evolversi al cambiare della materie prime… il tessuto, lo stile e l’uomo che deve indossarli.
Il primo abito, così come lo concepiamo oggi, deriva dal costume romano-bizantino, un riassunto dei costumi etruschi ed ellenici dove i sarti misero molto del proprio. In ogni caso nell’antica Roma si iniziò a indossare un indumento che dalla vita raggiungeva le caviglie, assieme a un altro, drappeggiato, che dalle spalle raggiungeva la vita. Unico problema è che si dovrà attendere la fine dell’impero perché i romani non coprissero questi primordiali giacca e pantaloni con la classica toga. I colori più in voga erano ovviamente quello naturale della lana e una tinteggiatura porpora, destinata però alle classi più elevate.
Gran sfoggio di colori fu invece il periodo che corre dal ‘300 a tutto il ‘600. L’uomo elegante si sbizzarriva in completini di un bel giallo raggiante, o di turchino e rosso, o viola e verde. Ce lo vedete Dante a rimare sull’inferno in giacca verde acceso rigorosamente lunga fino ai malleoli? E i faziosi e violenti rivoluzionari di mezza Europa tagliare gole, stando attenti a non gualcire le loro mises gialle e turchine? E figuriamoci che quelli eran periodi di grandi poeti e condottieri!
Traghettando verso il Rinascimento, i calzoni dei romani, lasciano il posto alle gambe nude o coperte da attillatissime calze multicolori. Forse, considerando i tempi, questo piccolo sacrificio fu necessario per permettere ai sarti di concentrarsi su primordiali giacche di ogni foggia. È curioso pensare che questo fu il periodo in cui i sarti italiani si comportarono un po’ come i giapponesi di oggi: imitando la moda francese, la elaborarono al punto di riuscire ad esportarla in tutto il mondo, Francia compresa. Il giubbone, il tabarro, la giornea, il saione e la zimarra… assieme ai lucchi e alle guarnacche, furono confezionate in infiniti stili e indossati ovunque si facesse eleganza. Fu grazie a questo predominio italiano, forse, che i sarti spagnoli cominciarono a non dormirci la notte, pensando a una rivalsa. E visto che sulle giacche era già stato praticamente inventato tutto, accorciarono notevolmente il tabarro, dotandolo di risvolti e di un bavero molto ampio, e reinventarono praticamente i pantaloni… fu il primo esordio dell’abito completo così come lo conosciamo oggi e di una guerra di cui i libri di storia non narrano perché non procurò vittime ma solo invidie e travasi di bile: la guerra tra sarti italiani, francesi e spagnoli. Un conflitto senza vinti, né vincitori, che accompagnò gli avvenimenti fino a tutto il Settecento.
Per arrivare al vestire di oggi, però, occorreva una vera e propria rivoluzione: quella francese! Fu dopo la presa della Bastiglia che, man mano che l’abbigliamento e il pensiero si preoccuparono del “popolo” nella sua vita quotidiana: i pantaloni si allungarono fino alle caviglie, e comparvero i gilet, le marsine, i frack e le redingote. Da lì in avanti è storia nota e, tutto sommato costellata da pochissime invenzioni, fatta eccezione per le maniche a raglan, l’automobile, il cinema e i sempre elegantissimi divi di Hollywood.