Giornata mondiale del libro usato
(14-03-2007 - romanzieri in appunti.)
C’è una giornata mondiale per quasi tutto (per quel che può servire) tranne che per lui. Non ci sono nemmeno, o forse non si pubblicano, dati di mercato. Eppure il libro usato è tutt’altro che un perfetto sconosciuto. Situato a metà tra libro antico e novità editoriale, è diventato nel tempo un veicolo autonomo di cultura. A basso prezzo, salvo che per le rarità, esso permette ai giornalisti che si occupano di libri, di arrotondare gli onorari da free lance, ai tenutari di bancarelle di fare un discreto business, al mercato generale dei libri di prolungare (spesso con una tenacia che fa tenerezza) la vita sempre più breve dei titoli librari e al lettore di incontrare contenuti alternativi alle estetiche che ad ogni stagione, e come le borsette, dominano il mercato. Nell’editoria fatta di concentrazioni, arroganze distributive e consumi quasi sempre indotti (salvo poi accorgersi che oltre metà dei libri acquistati non vengono neanche letti) il libro usato diventa baluardo di una cultura che non ha bisogno di doping.
Esso si rivolge a quei lettori, e sono molti, che si chiamano fuori dall’omologazione sempre affamata di consumatori, e che vanno perennemente alla ricerca dell’incontro magico con il libro, il suo autore e il suo contenuto. Un mercato che sarebbe anche disposto a spendere di più di quel che spende, per avere dal mercato librario mainstream, e dai suoi cinquantamila e oltre titoli all’anno, la stessa varietà, qualità e biodiversità culturale che offre il libro usato.
Sì, perché il libro usato esercita alla fonte una selezione durissima: le schifezze alla moda, anche quando sono in sovrappiù, finiscono al macero; sopravvivono solo i libri oltre un certo standard di valore. Un valore quasi mai di mercato. Un esempio per tutti? Cercate la ricca bibliografia di Alba de Céspedes in libreria e troverete solo una briciola, cercatela all’usato e con venti euro farete il pieno. Se i libri sono un po’ sbertucciati non fa niente, è segno di vitalità.
Per un giorno dunque, un solo giorno all’anno, si potrebbe rinunciare allo strillo da mercato, in gran voga tra lettori sempre più sordi, e usare alcune piccole cortesie ad una più credibile promozione della lettura. Ovunque si parla di libri dovremmo poter leggere e ascoltare di volumi di qualche anno fa, nelle biblioteche a scaffale aperto veder sistemate solo opere che hanno raggiunto la maggiore età, e poi qualche convegno (ma basta con le solite facce), più spazio alle bancarelle, incontri con autori che magari oggi non lo sono più o che lo sono diversamente. E non sempre perché son morti. Avere a tutto tondo una visuale più interessante del libro come testimonianza, anche dal curioso punto di vista storico o sociale. Insomma passare per un giorno dal libro intonso al libro intenso, e dopo ventiquattro ore ricominciare con il marketing oriented, senza dare altri fastidi all’economia.
Assolutamente d’accordo. Un sogno lungo un giorno è comunque un bel sogno.
«Libro intonso VS libro intenso» bello, la rivenderò! Io amo le bancarelle di libri, mi da piacere frugare tra i titoli e trovare cose che in libreria non si trovano più (Specialmente i titoli di fantascienza). La giornata del libro usato non posso che approvarla, è proprio nelle mie corde. Tra l’altro ultimamente sono piuttosto in apprensione per il libraio dell’usato di Piazza San Firenze (a Firenze, appunto). La sua bancarella è sparita e sono mesi che non mi capita di vederlo al suo solito posto, davanti al tribunale. Che gli sarà successo?