Andarsene, senza nemmeno sbattere la porta
(07-03-2007 - romanzieri in altro77.)
Non più tardi di una settimana fa, a Pontedera, famosa quasi solo per la Piaggio, si è tenuto un convegno sul tema dell’arte ambientale, ovvero quella (se opportuna) da inserire nel tessuto sociale e urbano delle città grandi e piccole. Il convegno è funzionale alla recente posa in opera di un muro dell’artista Enrico Baj, che, a prescindere dalla grandezza artistica, è lungo cento metri e alto tre. L’artista poté solo progettarlo quel muro di pitture, con le istruzioni per realizzarlo; poi nel 2003 morì. A Pontedera, per realizzarlo, ci hanno messo un anno di lavori, praticamente tutto il 2006.
Ieri è morto Jean Baudrillard. Santa Ignoranza o Beata Memoria Corta, nei meritati (ma forse inopportuni) epitaffi mediatici, non ricordano il nesso tra Enrico Baj e Baudrillard, due grandi vecchi che affondarono le loro radici e per motivi diversi anche nel nostro ’77. Anni che avevano bisogno di digestione lunga, tanto che si dovrà aspettare l’agosto del 2000 per scoprire nelle pagine estive (in mezzo a varii intrattenimenti da spiaggia) di un quotidiano (il Corsera) una sorta di confronto-intervista a firma di Enrico Baj, verso Baudrillard. Tema dell’articolo, ricordiamoci che era il 2000: la “fragilità creativa” del presente e la negazione dell’identità del virtuale. Il senso della discussione non mancava di interpellare Heidegger e Ceronetti e, per metanarrazione anche altri, da Rousseau agli antichi greci, passando per quella selva di nomi più o meno d’élite intellettuale che qui sarebbe inutile citare almeno quanto lo è altrove. Rimangono però le due parole chiave: creatività e identità. Temi su cui si gira attorno da sempre e che videro un delizioso (quanto - forse e perché - imprevisto) passaggio dal dire al fare proprio nel ’77. Anni in cui “La società dei consumi” (il Mulino, Bologna, 1976) e i vangeli artistici alla Enrico Baj irrompevano nei dialoghi persino alle medie inferiori e nelle famiglie meno emancipate. Tanto che poi non casualmente capiterà di assistere a più o meno lunghe elucubrazioni nelle agenzie di pubblicità degli anni ’80, sulla scia di ricordi più o meno rivisitati in chiave marketing, per l’uno e per l’altro.
Su questa poetica del fare e del pensare, di crisi della creatività (ma la tradizionale è di per sé in crisi non appena esce fuori, se no che creatività potrebbe essere?) si riempirono nel ’77 un sacco di quei luoghi “non deputati” (eppure non troppo nel ghetto) con un senso di (ri)appropriazione degli spazi urbani e sociali, e in un’ottica di moltiplicazione delle identità. Poi, i pubblicitari bravi (ma perché?) lavorarono sul paradosso di creare da quelle riappropriazioni e da quelle identità moltiplicate, le chiassose e sintetiche immagini di marca e i target. Immagini di marca e target che, come previsto dagli adolescenti senza nome che affollavano le assemblee di trent’anni fa, non si sarebbero accontentate dei soli media (che all’epoca non contavano quasi nulla) ma sarebbero debordate nel tessuto sociale e urbano dei luoghi, in forma di muri e muraglie, di teatri e altri grandi eventi “sponsorizzati” monchi di un loro “valore” originario. Un ciclo che si chiude, e sarebbe l’ora, e di cui la dipartita di Baudrillard è un andarsene senza nemmeno sbattere la porta.