Irsute Maddalene fiorentine
(05-03-2007 - romanzieri in firenze.)
In questi giorni il Museo del Bargello celebra Desiderio da Settignano. L’artista quattrocentesco, morto a soli 35 anni, è riabilitato al suo calibro di artista maggiore e non più all’ombra del più celebrato Donatello. Punto di contatto e termine di paragone a Firenze, dei due, sono le Maddalene. Quella famosissima di Donatello, esposta al Museo dell’Opera del Duomo e quella di Desiderio, nella Chiesa di Santa Trinita in via Tornabuoni.
Quella di Maddalena, si sa, è figura di sintesi. Essa concentra in sé le diverse figure femminili che si avvicinarono al Cristo (a lei o a questa figura Egli apparve dopo la resurrezione) ed è parte fondamentale e umanizzata di quella trinità al femminile che la vede simbolicamente centrale tra l’Immacolata Madre per eccellenza e Eva, prima ed altrettanto eccellente peccatrice. E’ dunque la più femmina di tutte e anche la più avvicinabile alla pia devozione: la sua storia racchiude in egual misura femminilità, pentimento e perdono. I lunghi capelli (ispirati alla prostituta di Nain, narrata da Luca, che dopo aver lavato e baciato i piedi di Gesù li avrebbe asciugati con le chiome) rappresentano dunque una sorta di rappresentazione della “virilità” femminile. Strumento di seduzione e femminilità essi sono santificati nel pentimento più possibile per una donna e trattati con straordinaria intimità. Disciolti e non agghindati, senza orpelli, si trovano a rappresentare la dualità, un possibile punto di equilibrio tra funzione estetica della seduzione e virilità (vigore) della femminilità. E’ possibile, ma non è che una probabilità, che le rappresentazioni quattrocentesche lavorassero su questo equilibrio.
La Maddalena di Donatello, in legno e posta all’interno del Battistero fiorentino, si salvò quasi miracolosamente dalla furia dell’alluvione del ‘66. Solo durante i lunghi restauri svelò, sotto la patina di vernice conosciuta, una fantastica policromia. Realizzata da un intero tronco d’albero, scolpito con vigore e poi decorato sulla parte anteriore in gesso e policromia, i capelli erano scintillanti d’oro e cangianti alla luce. Creata nell’ultimo periodo di Donatello, quando l’artista ha ormai settant’anni e inizia a respingere l’ideale di grazia di Leon Battista Alberti in favore di un più crudo espressionismo (dello stesso periodo il San Giovanni Battista del Duomo di Siena) egli ha fatto in modo che l’ideale equilibrio di femminilità e spiritualità non perdesse la sua forza narrativa proprio grazie a quell’oro.
Inconsapevole della verniciatura postuma il settecentesco Charles de Brosses, nel suo Viaggio in Italia, scriverà: la Maddalena di Donatello è talmente secca, nera, scarmigliata e orrida da far passare per sempre il gusto della penitenza; e Mary McCarthy, nel Novecento, nel suo Le pietre di Firenze, aggiungerà: una truce scultura, una forma scura e terribile, vestita con una camicia di capelli fluttuanti che l’avvolge come una barba, tanto che a prima vista ha l’aria di essere un uomo e in un secondo tempo quasi un animale.
La Maddalena di Desiderio nella Chiesa di Santa Trinita, iniziata da lui e portata a termine da Benedetto da Maiano, perde la tragica energia di quella donatelliana. Basteranno meno di cinquant’anni perché Tiziano ne raffigurasse pittoricamente, per il Duca di Urbino, una (oggi alla Galleria Palatina) che le ricordasse entrambe, e che diventerà grazie ai notevoli effetti pittorici dell’oro delle chiome e il rosa ambrato delle carni, una delle interpretazioni più popolari, modello per tante copie di bottega, nei secoli a venire.
vedi che differenza tra le mani ed il viso? le mani sono giovani.
chissà perché.