Archivio per il mese 02-2007

E sul cibo no pasdaran?

(27-02-2007 - romanzieri in news. 1 commento)

cibo no pasdaranItalia, una città qualsiasi, 1977, ora di colazione. Puoi notare sulla tavola apparecchiata i bicchieri in vetro marrone abbinati ai piatti, trasparenti, dello stesso colore. Tovaglia e tovaglioli, forse in terital, sostengono posate pesanti in acciaio un po’ retró. Se le osservi puoi già notare una piccola rivoluzione in atto. Quelle posate appartengono al servito buono di un matrimonio anni ’50. Se i tempi non fossero cambiati, non sarebbero mai state usate, o almeno non quotidianamente. E’ attraverso la scelta delle posate che avvertiamo il primo discrimine: la società sta cambiando, cambiano i colori, i materiali, il valore della ritualità del bisogno primario di nutrirsi… non cambiano gli ingredienti. Sui fornelli, in pentole di alluminio o metallo smaltato, bolle una tradizione che nessuno dei commensali ha intenzione di cambiare.
Immaginiamoli, i commensali: madre e padre operai (quando ancora c’erano le classi) sindacalizzati, due figli a scuola, dei quali uno appartenente al movimento e l’altra (femmina, ma solo per comodità redazionale) disinteressata alla politica. Per rendere più completo il quadretto familiare è verosimile avventurarsi nel credere che il figlio abbia appena partecipato a una riunione di organizzazione di una manifestazione non autorizzata dalla questura e che forse finirà con scontri; la ragazza, invece, ha prontamente approfittato, al momento di rientrare a casa, del bagno di un bar per sostituire la minigonna indossata con un più opportuno (ah, il quieto vivere delle famiglie) paio di jeans.
I quattro si mettono a tavola. Spesso hanno l’abitudine di discutere (anche animatamente) di tutto. La loro, come tante, è del resto una famiglia molto lontana dalla televisione a capotavola (che fa portierato), una famiglia “dove” si parla!
In altre case lì attorno, ma ovunque anche altrove, si ripete più o meno la stessa scenetta, magari in drammaturgie più complesse. In tutte però il cibo è un valore primario d’unità delle generazioni. Dalla digestione di quel cibo, ancora sul livello del bisogno primario, dovrà passare la fase più delicata della rivoluzione in atto (ma chiamarla rivoluzione non è esattissimo). Le culture esterne, del resto, premono. Hanno lasciato passare di tutto, persino le armi, ma sul cibo no pasdaran. Congressi degli anarchici o covi dei brigatisti, feste dell’unità o festival del proletariato giovanile… ovunque, a partire dall’iconografia, è più facile trovare due uova al pomodoro, o le zucchine sott’olio della nonna, piuttosto che un “prodotto alimentare”. Per crearli ci sarà bisogno d’una perdita d’identità. Ancora meglio se la sensazione può essere quella di una “ritrovata” identità. Una questione politica dunque, come (forse) tutte le altre in cui il marketing lavora.

Bronzi di Riace in giallo

(26-02-2007 - romanzieri in news. 9 commenti)

Bronzi di RiaceAl momento del ritrovamento, avvenuto casualmente da un giovane sub dilettante a Riace di reggio Calabria nel 1972, i Bronzi di Riace erano (forse) tre e con loro sicuramente furono ritrovati anche due scudi e una lancia. Lo affermerebbe un ricercatore, Giuseppe Bragho’, dopo lunghe ricerche nell’archivio storico di Reggio Calabria. Della vicenda, emersa già alcune settimane fa sulle pagine del Quotidiano di Calabria, si stanno occupando i carabinieri e il Ministero dei Beni Culturali.
Le due statue, risalenti al quinto secolo avanti Cristo, sono oggi custodite al Museo Nazionale della Magna Grecia e sono nel tempo diventate un vero e proprio simbolo della città.
Tra le ipotesi, quella che i “pezzi mancanti” del ritrovamento siano finiti al Getty Museum di Malibu.

Il New York Times sulla moda italiana

(23-02-2007 - romanzieri in news. 1 commento)

Moda Italiana, Emilio PucciPovera di idee, sempre meno italiana, ma soprattutto volgare. Ecco la moda made in Italy secondo il New York Times: Italian Fashion in the Time of the Trollop, dove trollop sta per sciatto più che per sgualdrinesco (è il tempo delle zoccole, ha tradotto urlando il Corriere della Sera). Il senso dell’articolo ruota tutto attorno al concetto della perduta raffinatezza non tanto del sistema moda italiano in generale, quanto della sua rappresentazione commerciale per eccellenza: l’appuntamento fieristico. Un mix micidiale di ricerca dello spettacolo e della notiziabilità, gestione di relazioni amichevoli con giornalisti e operatori commerciali e sfoggio di rumore a suon di quattrini e arroganza. La necessità di mantenere gli standard e fare affari che, sollecitata dal sistema di massa, diventa superiore per importanza alla capacità di ricercare, creare, fare arte e quanto altro di sicuramente affascinante animi il mondo della moda. In letteratura era stato predetto. Da William Hazlitt (1778-1830): la moda è uno strano miscuglio di contraddizioni, di simpatie e antipatie. Esiste solo se vissuta da un ristretto numero di persone e la sua essenza è distrutta quando viene diffusa a un pubblico più vasto.
Forse è proprio nella vastità del pubblico che sta il problema e i “consumismi di nicchia” non sono ancora stati inventati, anche se qualche tentativo si vede ancora. L’imposizione mediatica genera ogni giorno i mostri che sempre più spesso si incontrano per la strada, ma i mostri non sono propriamente una miniera di anime e di redditi da sfruttare, essi da sempre hanno il potere di contaminare più di quanto si immagini. Nel momento stesso in cui la massa rompe il porcellino dei risparmi per acquistare un codice sociale, quel codice sociale è praticamente già spacciato, anche se sfacciatamente ricco.

Milano, fino al 7 marzo: alberi, venti, orizzonti e altri incanti

(23-02-2007 - romanzieri in news. 3 commenti)

milano, galleria degli artisti, francesca ferrariOvunque sia nato, nell’Eden o dal big bang, l’uomo ha aperto per la prima volta gli occhi su un paesaggio. E non è casuale che siano stati necessari migliaia di anni prima di vederne uno riprodotto in pittura.
Il paesaggio era e rimane una delle rappresentazioni più complesse. Esso ci abbraccia, costituisce lo scenario naturale agli accadimenti della vita, eppure rimane sempre avvolto nel più affascinante dei misteri. Se è vero che la suprema saggezza si nasconde nella natura, ecco, ci facciamo già un’idea di come essa sia esplorata solo in minima parte; e cosa dire delle scritture, antiche e mitologiche, che nel tentativo di sondarla tracciavano nuovi confini, ancora oggi insuperati, per comprendere quella umana?
Le prime rappresentazioni pittoriche del paesaggio, attorno al 1400, segnano anch’esse un confine umano ben preciso nella storia dell’evoluzione: il passaggio dall’utilitarismo, dall’uomo annichilito dal bisogno e da un mondo assai più grande di lui in ogni evento, all’uomo moderno. Relegato per un paio di secoli in qualche arazzo o nelle miniature della cronaca, esso esplode letteralmente come genere con gli affreschi dei mesi nella Torre dell’Aquila di Trento, e in Toscana con i senesi, Lorenzetti in primis. Nasceva la modernità a tutto tondo e, con essa, una nuova esigenza comunicativa nell’arte.
Esigenza che avrà bisogno di altri cinquecento anni per prendere gli stilemi di oggi, ancora in divenire, e che pure hanno sottolineato ogni volta un passaggio verso la modernità. Non si contano gli episodi della nascita di nuovi fenomeni artistici o rappresentativi, che non abbiano come fulcro la gestione pittorica del paesaggio. E non si pensi, in questo caso, solo alla pittura più conosciuta del nostro occidente: stesse sorti hanno avuto paesaggi ed alberi da un capo all’altro del pianeta. Asia, americhe, oceania, indie, nessuno escluso.
Le nostre latitudini hanno solo aggiunto a certe sintesi la ricchezza simbolica della responsabilità di ogni rappresentazione complessa.
Il paesaggio è dunque elemento innovatore e unificatore di mondi artistici sempre più aperti e intraprendenti. Erano moderni i fiamminghi e i tedeschi del Cinquecento, non meno di un Mondrian o di un De Chirico. Se vogliamo riconoscergli la grandezza che hanno, dobbiamo farlo attraverso la loro fluidità e la loro coerenza, due qualità chiave per il diffondersi delle idee, le pittoriche quanto le altre.
In questa fluidità e coerenza si inserisce il lavoro di Francesca Ferrari. Il paesaggio è reinterpretato nella contemporaneità, con il rigore di una ricerca che è prima di tutto coerenza. La certezza che il filo conduttore che affratella i giorgioneschi alla scuola di Barbizon, Polidoro da Caravaggio agli impressionisti e ai macchiaioli, non sia esauribile, né tantomeno definito o concluso. Gli echi delle simbologie degli alberi, dei venti, dei fenomeni che vedevano e vedono l’uomo incantato spettatore, mai del tutto spenti. Così il simbolo è di nuovo interpretato, attraverso alchidici, acrilici e olii, tecniche raffinate cui viene affidato un compito narrativo: dalle cronache di Vitruvio o Plinio il vecchio, ai movimentati tentativi di inizio Novecento di far coincidere cultura, poesia e pittura in un unico afflato.
I tronchi disadorni e solitari di Francesca Ferrari ricordano, ad esempio, per chi non ha perso l’esercizio di ricordare, la crocifissione di Antonello da Messina, oggi conservata ad Anversa, sintetizzandone la raffinatezza compositiva in un unico richiamo alla caducità, alla spiritualità. Gli alberi piegati dal vento richiamano all’astrattismo dell’Albero rosso di Mondrian, e riprendono la danza delicata attorno all’albero delle Bagnanti di Muller. I paesaggi solitari, dai colori densi, ricordano il seicentesco Hobbema, l’ottocentesco Piccio, ma anche Morandi. Ovunque, nell’evoluzione tipica di un percorso personale di pittura, è espressa la tensione derivante da un desiderio di secolarizzazione, che altro non è se non il senso della responsabilità dell’atto creativo. Là dove l’individuale sublima se stesso in un unico, collettivo (o globale) punto di fuga per l’occhio. Punto di fuga, e qui l’illusione e l’incanto della pittura, come unica condizione possibile per la comprensione.
[Francesca Ferrari]

A Londra 2000 anni d’erotismo nell’arte

(22-02-2007 - romanzieri in news. 0 commenti)

archeologico di napoli, gabinetto segretoAffreschi pompeiani (quelli segreti del Gabinetto degli oggetti osceni all’Archeologico di Napoli), disegni di Aubrey Beardsley, ma anche opere di Rodin, Turner, Picasso. Letture pubbliche del Kama Sutra, de Sade e Lolita, ma anche le foto artistiche di Ilona Staller Cicciolina scattate dall’ex marito Jeff Koons. E’ la mostra-evento del prossimo autunno londinese, al Barbican.
“Seduced: art and sex from antiquity to now” vuole esplorare come il sesso è stato rappresentato in 2.000 anni di storia dell’arte. “Sarà una mostra provocatoria. L’arte cerca sempre di sedurre il pubblico e questa, in un certo senso, sarà quindi una mostra doppiamente seduttiva”, ha detto Kate Bush, direttrice del Barbican. In mostra saranno anche alcuni affreschi rinvenuti a Pompei che mostrano coppie intente a fare sesso: le immagini erano considerate tanto scandalose che nel 1819 i reperti furono relegati nel cosiddetto “Gabinetto degli oggetti osceni” a Napoli, un luogo dove opere di natura così esplicita venivano tenute lontane dagli occhi della gente. Anche al British Museum di Londra, un simile magazzino conteneva opere provenienti da diverse parti del mondo e di epoche diverse, che si credeva potessero corrompere la moralità della gente.

Svelata l’identità di Marie de France

(21-02-2007 - romanzieri in news. 4 commenti)

Dietro l’enigmatico nome della poetessa Marie de France, prima voce femminile della letteratura d’oil, si nascondeva una badessa di un convento inglese, sorella minore di Thomas Becket, cancelliere di Enrico II, in seguito arcivescovo di Canterbury, fatto giustiziare dallo stesso re plantageneto.
Una giovane filologa, formatasi a Roma e a Zurigo, la professoressa Carla Rossi, che attualmente lavora al Fondo Nazionale Svizzero per la ricerca scientifica, ha scoperto, dopo anni di ricerche svolte in archivi britannici e francesi, l’identita’ della prima scrittrice del Medioevo romanzo: Marie de France. Con il volume “Marie de France: la storia oltre l’enigma”, pubblicato da Bagatto libri – Edizioni universitarie “La Sapienza”, la figura storica della maggiore narratrice medievale europea esce finalmente dall’ombra che l’ha avvolta per secoli e acquista contorni netti, su fondate basi documentali.
[Carla Rossi]

Firenze è come il cervello…

(21-02-2007 - romanzieri in news. 1 commento)

firenze, teatro niccoliniIn fondo Firenze è come il cervello: ne usiamo mediamente meno del dieci per cento, e il resto finirà con l’atrofizzarsi. Le pigre leggi dei commerci, della politica, dei grandi flussi umani, e della conseguente visibilità e redditività, si concentrano in spazi sempre più ristretti, abbandonando e indebolendo il resto. Poche decine di metri oltre Santa Maria del Fiore, gli Uffizi o via Tornabuoni, trovi ambienti urbani, ricchi di identità fino a pochi anni fa, degradati al punto d’esser diventati anche peggiori delle periferie. Luoghi e quartieri sempre più scomodi da vivere, proibitivi per investirci soldi o lavoro, e terreno di conquista per ogni genere di squallore urbano e sociale. Certo la politica potrebbe fare qualcosa per (ri)creare una controtendenza, ma ancora di più possiamo fare noi cittadini con una piccola utopia: disertare i luoghi della concentrazione, privandoli della potenzialità di ricchezza del nostro passaggio, e passeggiare a migliaia là dove la città ormai muore. Migliaia di persone davanti a Sant’Orsola, o all’ex cinema teatro Apollo, o al Niccolini, o su e giù per via Panicale, Guelfa, Alfani (ma i luoghi sono centinaia) possono far sì che qualche investitore di soldi, idee e amore per la città, attratto dalla folla, regali finalmente una boccata d’ossigeno. Ognuno di noi può diventare un Robin Hood del senso dei luoghi, strappandoli alla città cartolina e suicida, per restituirli là dove serve alla vita vera: da lì fin sotto casa tua.
[Massimo Boccuzzi, il firenze]